Omaggio a Emilia Fadini

«Cedere il passo al sogno», a cura di Marco Moiraghi, raccoglie contributi dedicati alla carismatica figura di Emilia Fadini

Emilia Fadini
Emilia Fadini
Articolo
classica

Le intuizioni e le attività pionieristiche promosse da Emilia Fadini nel periodo in cui si andava scoprendo, o riscoprendo, la ricchezza e la varietà della musica antica, più specificatamente rinascimentale e barocca, appaiono la fondamentale premessa di quella che oggi si definisce prassi musicale storicamente informata.

Le testimonianze presenti nei saggi contenuti nel libro curato da Marco Moiraghi («Cedere il passo al sogno». L’esperienza musicale di Emilia Fadini, LIM 2020, pp. 241, €32) nella loro varietà sono un mosaico dal quale emerge la personalità magnetica e lungimirante della musicista, didatta e musicologa scomparsa il 16 marzo 2021.

I testi raccolti come omaggio per il suo 90° compleanno hanno quasi sempre un taglio personale distante dalle convenzioni accademiche delle Festschriften, anche nel tono e nella varietà delle loro dimensioni.

Emilia Fadini cedere il passo al sogno

I primi due contributi sono essenziali per inquadrare la ricchezza e complessità della donna e dell’artista: Profilo biografico di Emilia Fadini di Gian Luca Rovelli ed Emilia Fadini e Domenico Scarlatti: il lungo percorso dell’edizione critica di Marco Moiraghi, che nel volume è autore anche degli Appunti sull’arte interpretativa di Emilia Fadini al clavicembalo e al fortepiano. A questo proposito nel suo intervento sulla storia del culto scarlattiano in Inghilterra, Barry Ife ricorda il suo recente incontro con Fadini in questi termini: «what impressed me most when I met her was her playing […] the sound was rich and full of colour and the rhythms taut and sprung».

Scarlatti è al centro anche dell’intervento di Luisa Morales che nel suo testo descrive l’inclusione delle musiche del compositore nei programmi delle stagioni concertistiche di Barcellona nei primi decenni del Novecento, concentrandosi sugli adattamenti delle sue sonate realizzate da Vincenzo Tomasini per la produzione di Le donne di buon umore realizzata dai Ballets Russes nel 1917.

Sulla scia dello spirito fadiniano, così attento alle fonti originali e alla trattatistica, si sviluppa il saggio di Paolo Cherici intitolato La nascita della musica strumentale che esplora l’emergere dei repertori idiomatici con particolare riferimento alle intavolature nel contesto della civiltà rinascimentale.

Man mano che si procede nella lettura si incontrano testi ricchi di notizie, riflessioni,  curiosità, dalle quali emergono le straordinarie qualità umane, pedagogiche e maieutiche di Fadini.

In Correva l’anno scolastico 1973-74 di Pinuccia Carrer sono contenuti e riprodotti alcuni programmi di sala dattiloscritti nei quali si riflette il clima di condivisione e partecipazione dei seminari interdisciplinari del gruppo di studio del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, coordinato da Emilia Fadini, dal quale nacque L’Accademia degli Incostanti. Nei concerti promossi dal gruppo si alternavano esecuzioni musicali incorniciate da brevi introduzioni di carattere storico e sociale,  frutto di un lavoro di studio e ricerca teso a divulgare e rendere accessibili le coordinate spazio-temporali dell’attività creativa dei musicisti del passato.

Una traccia del lavoro svolto nel corso dei seminari risalta in un opuscolo dattiloscritto del 1976 intitolato Appunti per una analisi del linguaggio musicale in rapporto allo sviluppo storico, nella cui Prefazione le parole di Fadini, riferite ai conservatorii, nonostante la distanza temporale mostrano ancora il loro lungimirante valore: «tentare un rinnovamento dei metodi di studio all’interno di un’istituzione che più di qualsiasi altra in Italia rifiuta di riconoscere l’invecchiamento delle proprie strutture, dei programmi di studio, della metodologia dell’insegnamento […] prima ancora di formare un professionista, la scuola (di qualsiasi natura essa sia) deve porsi il problema di come costruire una coscienza critica, una capacità di giudizio e di scelta nel giovane, e in questo senso rinnovare la funzione stessa dell’insegnamento».

Nello stesso scritto Fadini sottolineava l’importanza della ricerca musicologica affermando che «il termine "interprete" muta addirittura significato in conformità al periodo storico a cui esso è riferito. Interpretare oggi, non è più soltanto un’operazione tecnico virtuosistica bensì culturale, nel senso più ampio» e che si dovrebbe «imparare a riconoscere nei fenomeni musicali il rapporto che intercorre fra musica, cultura in generale e politica».

Anche il collega di Carrer, Massimo Gentili-Tedeschi, nella sua breve testimonianza intitolata Un’esperienza fantastica, ricorda le attività del seminario parlando del «ciclone della Fadini» vero «vulcano di iniziative», dichiarandosi un «Fadinologo».

Fadiniana, anche se "di recupero" si definisce Marina Vaccarini che nel suo testo ritrae il clima milanese di scoperta della prassi esecutiva filologica degli anni Settanta grazie alla presenza di Harnoncourt, Curtis, Savall, Koopman, Leonhardt e naturalmente Fadini, di cui ricorda in particolare una lezione dell’inizio degli anni Novanta dedicata alla rappresentazione degli affetti. Preceduta dal motto «Vedere al di là di ciò che è scritto», nel quale è riassunto lo spirito dell’insegnamento fadiniano, ne dà conto attraverso lo schema sintetico di un’analisi della prima parte di una allemanda tratta da una suite di Froberger.

A proposito di politica e del clima innovativo promosso da Fadini, Danilo Costantini nel suo scritto Musica e rivoluzione al Conservatorio di Milano negli anni Settanta: la mia "Maestra", e Susanna Termini in Il coraggio di guardare oltre, rievocano la straordinaria avventura della sperimentazione dei concerti serali e dei corsi gratuiti aperti alla cittadinanza, conquistata attraverso scioperi e occupazioni e iniziata nel 1977, poi strutturata attraverso la costituzione della associazione Corsi Popolari Serali di Musica nel 1984.

Testimonianze e ricordi pieni di gratitudine risaltano anche nei testi di altri allievi, come in quello di Maria Cecilia Farina: «Emilia spronava ad una libertà e ad una fantasia nell’interpretazione musicale… [con] la sua rara capacità di comprendere i blocchi, i nodi psicologici nell’animo degli studenti, per aiutarli a suonare meglio»; Ottavio Dantone: «Per la prima volta sentii parlare di Retorica Musicale e Teoria degli affetti. Un mondo nuovo mi si aprì davanti agli occhi in maniera folgorante […] Ho imparato così l’onestà intellettuale in musica»; Ernesto Bussola e Maria Grazia Liguori: «la trasparenza del maestro, che sa condurre l’allievo fino a incontrare il testo musicale, con la propria sensibilità, per poi sottrarsi»; Maria Antonietta Cancellaro: «Conoscere Emilia vuol dire allargare lo sguardo sul mondo, e non solo quello musicale, abbandonando stereotipi, accademismi e mode. Emilia è una donna che ti guarda dritto negli occhi quando ti parla, e al tempo stesso ascolta chiunque con grande attenzione».

«Chi se ne frega dei musicologi! Chi se ne frega dei musicisti! Chi se ne frega della teoria? La teoria viene dalla pratica».

Altri allievi riportano nei loro testi le frasi lapidarie e paradossali che Fadini pronunciava ridendo al termine di dialoghi e consigli ricchi di dettagli storici e culturali, come quelle citate da Deda Cristina Colonna: «Chi se ne frega dei musicologi! […] Chi se ne frega dei musicisti! […] Chi se ne frega della teoria? La teoria viene dalla pratica» o da Giorgio Dellarole: «…è la musica che decide».

Altri ricordi legati alla vita quotidiana e non solo musicali  si apprezzano nei testi di Antonella Fait, Mariagrazia Lioy, Dušan Toroman, Olivier Fadini, Nicola Reniero, Giorgio Pestelli, Adriana Albertini, Umberto Benedetti Michelangeli, Gianluca Petagna, anche in forma poetica, come nelle ottave ariostesche di Barbara Petrucci intitolate L’Emiliade o negli haiku di Lorenzo Stoppa Tonelli.

Poetico, anche se non in versi, il racconto di Enrico Baiano intitolato L’arte della gioia, il quale ricorda come nel parlare di Fadini: «c’era "qualcosa" che dava al discorso uno spessore speciale, che creava collegamenti insospettati nell’immaginario, che accendeva la fantasia. Quando poi sedette al cembalo e attaccò a suonare una fuga di Bach […] sentii veramente i muscoli del mio torace rilassarsi e distendersi, mi pareva di respirare più liberamente […] Il qualcosa in più che rendeva e rende tuttora particolari le lezioni e in generale il rapporto personale con Emilia è la sua capacità (il dono? L’attitudine?) di aderire completamente all’oggetto, al fatto, all’evento […] si sperimenta un indicibile senso di liberazione, di leggerezza, di comprensione. Chiamatelo Grazia, Illuminazione, comunione con lo Spirito Universale… io la chiamo gioia […] Forse questo è l’unico senso che si può dare al concetto di "scuola": non un esercito di replicanti del Maestro, bensì un gruppo di persone che hanno vissuto quella particolare esperienza e si incamminano nella stessa direzione ma su strade indipendenti. Emilia incoraggia l’indipendenza e aiuta a conquistarla […] E mi sono spiegato anche il perché del sorriso divertito o dell’aperta risata che a volte le scappava ascoltando l’esecuzione di un allievo/a: è la gioia di aver capito il meccanismo che fa funzionare il senso artistico di una persona e di averla messa in condizione di esprimersi…».

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