Per non perdere l’umanità del suono

Perché la morte di Jaimie Branch è qualcosa di più della semplice perdita di un’artista di talento

Jaimie Branch (foto di Roland Owsnitzki)
Jaimie Branch (foto di Roland Owsnitzki)
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Il 24 agosto 2022 la comunità jazz mondiale si è svegliata con una terribile notizia, la morte, a soli 39 anni, della trombettista Jaimie “Breezy” Branch. Pur in un contesto social in cui i coccodrilli sono all’ordine del giorno - nella stessa settimana, solo per rimanere in ambito jazz, se ne sono andati, entrambi ultranovantenni, il produttore Creed Taylor e il clarinettista Rolf Kühn, ma anche i più “giovani” Monnette Sudler e Fredy Studer - la notizia ha destato un’onda di commozione che non si vedeva da un bel po’.

Jaimie Branch
Jaimie Branch

La straordinaria umanità della Branch, strumentista, compositrice e improvvisatrice di rara originalità, è stata ricordata da decine di colleghe e colleghi, nonché dalle molte persone che in questi ultimi anni avevano scoperto i suoi dischi o i suoi concerti (era stata a Jazz Is Dead con il duo Anteloper pochi mesi fa ed era attesa a Milano per ottobre, ma il pubblico italiano l’aveva apprezzata negli anni scorsi anche alla testa del suo gruppo o in quello di James Brandon Lewis) e si ha l’impressione che il senso di perdita che avvolge tutti sia, in qualche modo, più ampio della semplice - pur straziante e prematura - scomparsa di un’artista di talento.

Certo, non sono più i tempi in cui la morte di un jazzista segna una profonda cesura nel tessuto socio-culturale di queste musiche (pensiamo alla dipartita di un Charlie Parker o di John Coltrane, ma anche quella di Clifford Brown negli anni ‘50), ma emerge la sensazione che con la Branch se ne vada anche un’idea forte e originale di come le pratiche e i linguaggi del jazz possano rinnovarsi – e raggiungere nuove ascoltatrici e ascoltatori – se innervate da una profonda umanità, con tutte le sue contraddizioni e imperfezioni.

«…in un momento storico in cui i mezzi di comunicazione e promozione sono fortemente incentrati sull’individualità spettacolarizzata, quand’anche talentuosa, una figura pur originalissima come quella della Branch non è mai stata, nemmeno per un attimo, slegata dall’idea di fare parte di una comunità…»

Sembra una cosa quasi ovvia da dirsi, ma se ci pensate non è così ovvia: in un momento storico in cui i mezzi di comunicazione e promozione sono fortemente incentrati sull’individualità spettacolarizzata, quand’anche talentuosa, una figura pur originalissima come quella della Branch non è mai stata, nemmeno per un attimo, slegata dall’idea di fare parte di una comunità, di trarre da essa forza e energie, di restituirle nella diversità, nell’affettività incompleta ma tesa che regola i rapporti più luminosi.

Jaimie Branch
Jaimie Branch

Dopo gli studi al New England Conservatory of Music, Jaimie Branch si è progressivamente inserita all’interno della vivace scena di Chicago, per poi trasferirsi a Brooklyn nel 2015, muovendosi in modo naturale tra rock indipendente, improvvisazione, jazz. Nella sua musica convivono accensioni inclusive alla Don Cherry, tecniche estese - in un’intervista del 2016 cità Axel Dörner come influenza, cosa non scontata per un’artista americana - e un’irrequietezza punk che dona al suo fraseggio, anche nei momenti più distesi, una persistente idea di scarto, di fragilità che si ribella.

I suoi progetti più recenti, dal quartetto (ampliato alle voci di vari ospiti) dei due imperdibili volumi Fly Or Die, fino al duo Anteloper con Jason Nazary, hanno avuto la capacità - grazie al felice sodalizio con l’etichetta International Anthem - di entrare nelle orecchie e nel cuore di un pubblico ben più vasto di quello che segue abitualmente le vicende del jazz creativo. Perché nelle sue note, nella sua musica bellissima e vorace di spunti, si percepisce sempre la sincerità, la condivisione di sentimenti mai smorzati dalle necessità della forma.

E questo lo si poteva cogliere sempre (ricordo alcuni suoi interventi, in un concerto del quintetto di James Brandon Lewis, in grado di spostare radicalmente il senso del pezzo senza prevaricare quello che era stato suonato prima o che gli altri avrebbero suonato dopo), perchè in fondo era un’umanità in cui chiunque può identificarsi, fatta di voci che si alzano all’improvviso ma che contemplano la possibilità di balbettare, fatta di silenzi o soffi di insofferenza, fatta di quello che sentiamo ogni giorno, che non è - ahinoi - sempre tutto fantastico.

Si è parlato di Anteloper molto anche al di fuori dei circuiti jazz; se n’è parlato di più di quanto non si sia parlato negli anni del Chicago Underground Duo, di cui - volendo - è una sorta di continuazione; impossibile non farsi entrare quei ritmi sotto la pelle, impossibile che le lame affilate della tromba o l’ipnosi del canto di Jaimie sopra la carbonella digitale non si facessero largo per chi avesse lasciato anche solo uno spiraglio aperto all’ascolto.

«Probabilmente il miglior omaggio che si può farle, una volta che le settimane e i mesi avranno messo un po’ di distanza dallo shock di questi giorni, è di non affidarla alla storia solo con l’etichetta di “talento volato via troppo presto”…»

Non era sola, Jaimie Branch. Le comunità continuano anche se ferite e incerottate. E questo fa pensare che la sua eredità - umana e di visione, prima ancora che musicale - possa non disperdersi nella rapida obsolescenza che le scansioni temporali oggi sembrano suggerire. Probabilmente il miglior omaggio che si può farle, una volta che le settimane e i mesi avranno messo un po’ di distanza dallo shock di questi giorni, è di non affidarla alla storia solo con l’etichetta di “talento volato via troppo presto”, ma di custodirne l’energia all’interno di quelle comunità che continuano a credere (perché è così), che le pratiche legate al jazz sono in primis pratiche di condivisione e di scambio, da vivere realmente, insieme, non solo onanistiche, per quanto virtuose e divertenti, esposizioni dell’ego alle luminescenze di un video su YouTube.

Non dico che glielo si debba, a Jaimie Branch, ma facciamo come se glielo si dovesse, che è sempre un buon modo per non dimenticarsene.

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