La musica è donna?

Nel suo libro Women in Creative Industries Alessandra Micalizzi indaga il gender gap nell’industria musicale italiana

Produzione musicale (Photo by Caught In Joy)
Produzione musicale (Photo by Caught In Joy)
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L’abitudine a interrogarci sulla “questione femminile” in un determinato periodo dell’anno può portare con se un retrogusto un poco stucchevole, ma ha pur sempre il merito di richiamare con una certa costanza l’attenzione su una problematica lungi dall’essere risolta. In questo quadro, indirizzando il focus sull’orizzonte più prettamente musicale, può essere di qualche stimolo il libro di Alessandra Micalizzi Women in Creative Industries (FrancoAngeli, 2021, pp. 160, € 21,00), dove l’autrice indaga il gender gap nell’industria musicale italiana.

Alessandra Micalizzi - Women in Creative Industries

Se il tema del ruolo delle donne nel mondo della musica appare andare ben oltre i confini nazionali e le etichette legate ai generi storico-stilistici – significativa a riguardo è la recente testimonianza raccolta nell’autobiografia della direttrice d’orchestra francese Claire Gibault – Micalizzi concentra il suo sguardo prevalentemente sul mondo della produzione musicale italiana di ambito popular.

Sullo sfondo i dati di una ricerca empirica condotta dal SAE Institute di Milano che ha coinvolto donne e uomini operanti in questo settore. A partire dalla loro esperienza diretta, il libro propone una lettura delle principali distorsioni, alcune profondamente radicate nella cultura, altre interiorizzate e agite dagli stessi attori sociali direttamente coinvolti. In questo quadro, giusto per citare solo alcuni dati, nell’industria musicale italiana le donne sono solo il 27% tra gli artisti, il 12,5% tra i compositori e il 2,6% nella produzione.

Con la prefazione di Chiara Volpato – già professore ordinario di Psicologia Sociale presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca – e la postfazione di Sylvia Catasta – musicista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra – in questo lavoro Alessandra Micalizzi ha raggiunto conclusioni che lasciano spazio a un pacato ottimismo verso il futuro, confidando da una parte su un auspicabile ricambio generazionale e dall’altra su graduale scardinamento del genere come variabile attraverso la quale leggere il mondo e le sue regole.

Alla stessa Alessandra Micalizzi – psicologa, docente e ricercatrice presso il SAE Institute di Milano dove insegna Sociologia dei nuovi media, Psicologia del game e Fondamenti di marketing per l'industria culturale – abbiamo rivolto alcune domande per approfondire i temi che ha affrontato nella pubblicazione da lei curata, che comprende anche utili strumenti quali una bibliografia di riferimento, sitografia e discografia.

Alessandra Micalizzi
Alessandra Micalizzi

Qual è la situazione delle donne nel mondo della musica oggi?

«La domanda così posta lascia intende che il tema delle donne nella musica sia un fatto trasversale. Ed effettivamente i dati ci dicono che il gender gap è presente in diversi settori e in diversi Paesi, anche “avanzati” dal punto di vista socio-culturale. Cambia probabilmente il livello di consapevolezza ma rimane il fatto che in Italia come nel mondo le donne nella musica siano numericamente meno, che subiscano un diverso trattamento economico e che facciano il doppio della fatica per affermarsi professionalmente».

Ci sono caratteri e problematiche specifiche che incidono sulla presenza femminile nel panorama musicale?

«A mio avviso, ci sono almeno due fattori che incidono sensibilmente sulla presenza femminile nel panorama musicale. Il primo è rappresentato dalla forte destrutturazione del music business come mercato del lavoro. È un mercato in cui è faticoso non solo l’accesso ma anche il mantenimento della propria posizione. Sia le nostre intervistate che i dati raccolti da altre ricerche dimostrano che spesso le figure che operano in questo settore non si identificano con un solo ruolo professionale. Ciò è ancora più evidente per le donne che si “distribuiscono” su più ruoli e più posizioni. La progressione non lineare disincentiva, scoraggia, rende più complesso gestire carriera e altri ruoli sociali. Il secondo fattore riguarda il concetto di talento. Si pensa che per entrare nel mondo della musica bisogna essere dotati di qualità uniche ed essere motivati da una profonda passione. Questo lascia intendere che chi rimane fuori sia solo privo di queste qualità. Il talento diviene un alibi di esclusione, quando invece sussistono reali barriere di accesso, di carattere socio-culturale, che incidono sul riconoscimento del talento più che sul possesso di questa qualità».

Nel suo libro parla di “italianità” come limite: in che senso?

«Grazie alle nostre intervistate abbiamo ricostruito alcune caratteristiche proprie del mercato musicale italiano. Tra queste emerge l’italianità come carattere distintivo di una produzione che diviene da un lato facilmente riconoscibile all’estero, ma al tempo stesso più resistente alle contaminazioni e all’innovazione. Essa interviene anche nella costruzione del gusto dei pubblici generando una spirale confermativa verso un certo modo di fare la musica».

Quali sono le principali caratteristiche della condizione femminile in ambito artistico da un lato e in ambito manageriale dall'altro?

«La domanda è davvero ampia e invito i lettori curiosi a sfogliare il testo dove vengono approfonditi entrambi i temi ampiamente. In questa sede cito un aspetto per ciascuna delle “condizioni”, come le ha definite lei. In ambito artistico assistiamo allo schiacciamento delle proposte su un unico modello che le nostre intervistate hanno definito della cantante-vetrina, dove l’aspetto ha un ruolo importante, talvolta preponderante rispetto a tutte le altre dimensioni che compongono un del progetto artistico tout court. In ambito manageriale possiamo citare la sindrome del tetto di cristallo: anche nell’industria musicale discografica le donne, pur essendo presenti, sono relegate a ruoli precisi, talvolta minori, sicuramente non apicali, dove spesso non vi è un riconoscimento individuale del merito ma corale (della divisione)».

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