Jim O'Rourke, esploratore di suoni

Sleep Like It's Winter e Hence (con Oren Ambarchi) sono solo le ultime due uscite della prolifica carriera di Jim O'Rourke

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Se il Jim O'Rourke autore e interprete (del quale non molto tempo fa abbiamo provato a raccontarvi la sublime arte in dieci canzoni) si concede con snervante parsimonia (Simple Songs, l'ultimo disco “pop” del cappellaio matto di Chicago, risale ormai al 2015, Insignificance addirittura al 2001), il Jim O'Rourke esploratore e alchimista è da sempre generosissimo con uscite, collaborazioni, ritagli e azzardi (tanto per dire: la serie di registrazioni casalinghe Steamroom, diffusa soltanto via Bandcamp, è arrivata al volume numero 42).

10 buoni motivi (e 10 canzoni) per amare Jim O'Rourke

Sconfinata ormai la mole di pubblicazioni accumulata in quasi trent'anni di compulsiva ricerca nei più diversi ambiti: dall'elettronica colta all'improvvisazione radicale, dalle installazioni sonore alle musiche per film e documentari, dal rock di frontiera (estrema frontiera) al free e al punk-jazz; tra sintetizzatori, organi, tastiere e congegni di ogni tipo, bassi elettrici, contrabbassi e chitarre a non finire. Un immenso mosaico al quale di recente si sono aggiunte altre due tessere, a conferma di un'inesauribile vena sperimentale che fa di O'Rourke uno degli ultimi, veri impavidi dei nostri tempi.

Jim O'Rourke Sleep like it's winter

Sleep Like It's Winter esce per la neonata etichetta giapponese Newhere Music ed è il risultato di due anni di lavoro (nel mezzo la fuga da Tokyo e la decisione di stabilirsi in campagna). Alla base una richiesta ben precisa, quella di realizzare un disco ambient. Dentro, in quasi tre quarti d'ora di estatica e sfuggente meditazione, le ombre lunghe di John Cage e Morton Feldman, echi distanti di Brian Eno e Giacinto Scelsi, squarci improvvisi di Alvin Curran e Terry Riley, l'ammirazione dichiarata per Roland Kayn e il consueto approccio cinematico (e rigorosissimo) all'organizzazione dello spazio sonoro. Che si contrae e si espande con pigra indolenza, seguendo l'impercettibile linea tracciata dal pianoforte su uno sfondo brulicante di fruscii sinistri, disturbi radio, feedback, droni, arpeggi alieni del synth e fantasie di steel guitar. Fino ad arrivare, intorno al minuto 14, dopo un breve crescendo, a un inaspettato e commovente climax e a una manciata di secondi di minaccioso nulla che precedono una rabbiosa impennata. Passaggio obbligato verso una seconda parte più austera e magniloquente, con il pianoforte che lascia il centro della scena e le pennellate del synth che si fanno più pastose, lunghe, avvolgenti. In un'atmosfera di surreale stasi, di gelida e calcolata immobilità che trascolora nell'ineluttabile, e lentissimo, ritorno al silenzio, lasciandoci soli con la sensazione di avere assistito a un miracolo.

Più facilmente collocabile nel vasto rompicapo della discografia di O'Rourke il capitolo numero tre della collaborazione con l'australiano Oren Ambarchi (che a fianco dell'ex chitarrista dei Gastr del Sol milita anche come batterista nel fantastico trio completato da Keiji Haino).

Hence - Jim O'rourke

Hence esce ancora una volta (solo in LP) per l'austriaca Editions Mego, come i precedenti Ineed (2011) e Behold (2015), ma con una novità rilevante: ospite, alle tabla, il percussionista giapponese U-zhaan (all'anagrafe Hironori Yuzawa). Una presenza discreta, quasi ornamentale, che però incide, e non poco, sulla grana del suono; aggiungendo un tocco di retro-esotismo che avvicina i due brani da quasi venti minuti l'uno (registrati a Tokyo nel 2016 e rifiniti a Berlino un anno dopo) a certe atmosfere anni Settanta, a cavallo tra psichedelia spinta e kraut orientaleggiante, in una sorta di iper-tecnologico e delirante omaggio in due raga alla musica indiana.

Più marziale la prima facciata, con il flusso che procede a strappi, a pulsazioni irregolari, spinto in avanti a forza dalle sventagliate della chitarra filtrata e mutante di Ambarchi e dalle oscillazioni del synth di O'Rourke, fino a deflagrare in un concitato stratificarsi di rumore bianco e onde anomale. Più meditativa e ariosa la seconda, quasi spettrale nel suo aggirarsi senza meta tra arpeggi scheletrici di chitarra acustica e bolle di suono, feed-back e droni, con un'imprevedibile e felicissima parentesi post-minimalista a cavallo tra i 14 e i 16 minuti. Un'altra perla in uno scrigno che ormai trabocca di gioielli e pietre preziose.

 

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