Italiani santi, poeti, navigatori e compositori jazz?

Una riflessione sull'autorialità dei temi del jazz italiano, a partire da un disco e da una raccolta di spartiti

Auand
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Una raccolta di spartiti e un disco, da poco usciti, sono una buona occasione per riflettere sull’autorialità dei temi nel jazz di casa nostra.

La raccolta è The AUAND Real Book, di cui è uscito ora il primo volume (scaricabile gratuitamente qui) che raccoglie venti temi scritti da jazzisti che gravitano o hanno gravitato attorno all’ottima etichetta pugliese: da Francesco Bearzatti a Zeno De Rossi, da Francesco Diodati a Simone Graziano, passando per Caterina Palazzi, Dan Kinzelman, Giancarlo Tossani, Filippo Vignato e molti altri.

AUAND Real Book

Il disco, uscito per la UR Records, si chiama Italian Jazz Book Vol. 1  (anche qui dunque il progetto è concepito per avere un seguito) e vede il trio composto da Maurizio Brunod (chitarra), Aldo Mella (contrabbasso) e Gabriele Boggio Ferraris (vibrafono) alle prese con alcuni temi “classici” di Rava, D’Andrea, Di Bonaventura, Allione e altri.

Che lo sviluppo del jazz in Italia negli ultimi decenni abbia prodotto un ampio corpus di composizioni, alcune delle quali hanno assunto un ruolo significativo nelle dinamiche storico culturali di questa musica è in fondo un’ovvietà. E chi, come il sottoscritto, ha studiato jazz tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, facilmente si sarà sentito ripetere che la qualità dei temi dei nostri jazzisti non aveva – melodicamente, di solito – nulla  o quasi da invidiare a quella degli standard più famosi.

Collocare il ruolo di molti jazzisti italiani come compositori non è così scontato o facile.

Collocare però il ruolo di molti jazzisti italiani come compositori non è così scontato o facile, posto che la scrittura assume un rilievo differente nel percorso espressivo di ciascuno. In fondo è sempre stato così: ci sono stati jazzisti che sono stati anche straordinari compositori (Ellington, Monk, Shorter, così per dirne tre) e altri invece che hanno prediletto lavorare su standard o su variazioni di schemi armonici consueti.

Per un Sonny Rollins che ha continuato a riproporre i suoi temi più famosi per tutta la carriera ci sono stati degli Andrew Hill per i quali (nonostante una qualità di scrittura eccezionale) il “tema” era in fondo una cristallizzazione di un processo compositivo/improvvisativo che non veniva mai ripetuto.

Nel mondo del jazz italiano il panorama non è meno vario: a artisti che sono rimasti prevalentemente legati alle forme e ai temi del jazz americano (penso a un Massimo Urbani, per dirne uno), fanno riscontro molti altri musicisti che hanno trovato nella scrittura un segno personale da cui fare partire la propria pratica improvvisativa, un segno che racconta anche come la maggior parte dei jazzisti oggi scriva avendo bene in mente il gruppo, la strumentazione, il progetto per cui sta scrivendo, prima ancora che per “scrivere un bel tema”.

In questo quadro in fondo dicotomico – da un lato i musicisti più legati al mainstream, per cui l’ennesima rilettura di “Autumn Leaves” o un tributo a Lee Morgan ha sempre funzionato anche da elemento identitario, dall’altro la progressivamente crescente schiera di giovani jazzisti e jazziste che, nella ricerca di una propria “voce” hanno dato alla scrittura un peso sempre maggiore – ha giocato e gioca un suo ruolo anche l’aspetto più prosaicamente economico.

Nella spesso assai poco soddisfacente remunerazione del proprio lavoro, perché mai infatti un jazzista dovrebbe rinunciare a quelle misere ipotetiche lirette che la Siae forse gli riconoscerà quando esegue un proprio pezzo, per darle a Rava o a Fresu o agli eredi di Paul Bley? Eccole quindi le domande che un “repertorio” di composizioni jazz offre oggi (non solo in Italia, eh!).

Perché mai un jazzista dovrebbe rinunciare a quelle misere lirette che la Siae forse gli riconoscerà quando esegue un proprio pezzo, per darle a Rava o a Fresu o agli eredi di Paul Bley?

Posto che il sistema produttivo e culturale in cui si è sviluppata la pratica di suonare sugli standard (Tin Pan Alley, Broadway…) o su temi di celebri jazzisti è un sistema produttivo che non appartiene più a chi fa musica oggi.

Posto anche che molti degli standard che sono entrati nei “classici” Real Book in fondo riflettono quella che era un’esigenza della prima sistematizzazione didattica contemporanea del jazz di quegli anni (come spiegare altrimenti la presenza di molti brani di Gary Burton o di Terry Gibbs e l’assenza di un qualsiasi tema del citato Andrew Hill o anche di George Russell?), che ruolo hanno oggi le composizioni altrui nella musica di un jazzista?

Ognuno ha probabilmente una risposta differente: formativa, affettiva (personalmente sono legatissimo a alcuni temi di Antonello Salis connessi ai miei anni formativi, tanto per dirvi la mia…) stilistica e espressiva.

Di certo la bella iniziativa della Auand e il disco del trio Brunod/Mella/Boggio Ferraris (che rende con grande finezza l’ampiezza di soluzioni creative degli autori omaggiati) tentano una prima, meritoria, ricognizione di segni e caratteristiche che il jazz di oggi con grande difficoltà riconosce davvero come materiale comune.

Goccia nel mare, qualcuno potrebbe dire con malcelato cinismo. Ma di quelle che idratano la memoria e che possono fare crescere altri semi. Ottimo lavoro!

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