Il senso di Parma per l’opera

Due libri a cura di Giuseppe Martini raccontano, tra sacro e profano, la passione della città emiliana per il teatro musicale

Franco Maria Ricci e Ornella Vanoni in un palco del Regio, 1976 (da RegioPeople)
Franco Maria Ricci e Ornella Vanoni in un palco del Regio, 1976 (da RegioPeople)
Articolo
classica

L’amore per il teatro d’opera a Parma affonda le proprie radici in quelle «terre arate e grasse» evocate da Bruno Barilli nel suo Il Paese del melodramma, una passione che unisce sacro e profano nella commistione tra il rito popolare variamente rinnovato delle “prime” al Teatro Regio e la carsica ma costante attività di studio e indagine dedicata all’opera, alla vita e alla figura di Giuseppe Verdi posta in essere da oltre settant’anni dall’Istituto Nazionale di Studi Verdiani.

Due istituzioni che rappresentano le due facce di una stessa medaglia sulla quale all’effige barbuta e un poco severa del compositore nato a Busseto ormai quasi duecentodieci anni fa, vengono contrapposti gli stucchi e gli ori della sala sovrastata dal soffitto dipinto da Giovan Battista Borghesi, cuore dell’edificio teatrale realizzato per volere della duchessa Maria Luigia d’Asburgo-Lorena, moglie di Napoleone, tra il 1821 e il 1829 su progetto dell’architetto di corte Nicola Bettoli.

Una convivenza, quella tra l’opera vissuta come passione sul palcoscenico da un lato – tra riti più o meno mondani, aspri confronti sulle voci e colorite espressioni dal loggione – e seriosa ricerca storico-musicologica dall’altro, che trova nelle pagine di due recenti volumi una sorta di sintesi emblematica.

A curare entrambe le pubblicazioni troviamo Giuseppe Martini, studioso versatile, segretario scientifico dello stesso Istituto Nazionale di Studi Verdiani e da anni consulente del Teatro Regio di Parma. Un profilo quello di Martini che, con perizia e quell’abbozzata e sorniona ironia tipicamente parmigiana, riesce a restituire con questi due volumi i due lati di una passione che connota la città di Parma in maniera diffusa e trasversale.

Regio People Martini

La prima e più recente pubblicazione è titolata RegioPeople (Tetro Regio di Parma 2021, pp. 260) e – al di là di un’assonanza un poco irriverente con il claim di una nota marca di biscotti, la quale essendo di proprietà della Barilla rimane comunque e in qualche modo territorialmente coerente – offre un racconto per immagini che ricostruiscono la storia del teatro e del suo pubblico dai primi anni del Novecento a oggi attraverso una selezione di scatti dei fotografi Alberto e Gianluca Montacchini, Giovanni Ferraguti e Roberto Ricci.

Il Teatro Regio nel 1960
Il Teatro Regio nel 1960

In 230 fotografie possiamo quindi ritrovare gli sguardi e le emozioni di chi ha partecipato da spettatore alla creazione degli spettacoli allestiti al Teatro Regio catturando al tempo stesso quell’atmosfera che pervade gli spazi così come i volti, i gesti, le espressioni di un pubblico che, pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, possiamo veder cambiare con il mutare degli anni. Trasformazioni che si materializzano dall’evoluzione delle fogge degli abiti o dalle abitudini di chi ha popolato nei decenni i luoghi del teatro, cosi come dalla qualità della luce che imprime una pellicola fotografica, che dal bianco e nero dei primi decenni arriva al colore che segna le pagine di questo volume a partire dagli anni Novanta.

Il Teatro Regio nel 2020

Una galleria di ritratti, individuali e collettivi, che raccontano bene il pubblico dell’opera del Tetro Regio parmigiano, tra “vip” locali e nazionali – significativa, tra le tante altre, la foto di Franco Maria Ricci e Ornella Vanoni in un palco nel 1976, che apre questo articolo – e momenti più istituzionali come, giusto per citare il più recente, la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell’inaugurazione di Parma Capitale italiana della Cultura 2020.

Questione di anima Martini

Il secondo volume curato dallo stesso Martini è titolato Questione di anima. Sessant’anni all’Istituto nazionale di Studi Verdiani (Istituto Nazionale Studi Verdiani 2019, pp. XXVIII-286), realizzato con l’intento di offrire al lettore alcuni saggi che hanno segnato la sua storia e insieme la riflessione interpretativa su Giuseppe Verdi. Una selezione realizzata scegliendo alcuni tra i tanti scritti pubblicati negli anni dall’Istituto di Parma, parte dei quali divenuti classici della letteratura verdiana, altri proposti per la prima volta in traduzione italiana: è questo il caso, per esempio, del saggio di Saul Bellow “È una questione di anima (A Matter of the Soul)”, che ispira il titolo di questa pubblicazione e che fu presentato in origine al IV Congresso internazionale di studi verdiani realizzato a Chicago nel settembre del 1974.

Tra gli altri autori presenti in questa raccolta possiamo trovare Riccardo Bacchelli, Alessandro e Nicola Benois, Luciano Berio, Isaiah Berlin, Marcello Conati, Francesco Flora, Knud Arne Jürgensen, Mario Lavagetto, René Leibowitz, Luigi Magnani, Mary Jane Phillips-Matz, Mario Medici, Massimo Mila, Gian Paolo Minardi, Pierluigi Petrobelli, Ildebrando Pizzetti, Susan Rutherford.

Tutti protagonisti di un’indagine che privilegia quell’incrocio fra Verdi e i più diversi territori della cultura umanistica che ha permesso allo stesso istituto parmigiano di mettere in contatto con la figura del compositore varie e interessanti personalità degli ultimi sessant’anni – narratori, italianisti, storici dell’arte, storici delle idee, artisti figurativi – e in questo modo di aprire scenari nuovi e stimolanti per la ricerca su uno dei compositori più amati e rappresentati al mondo. Una pubblicazione, in estrema sintesi, nata con l’intento dichiarato non solo di disegnare un profilo dell’attività e del ruolo dei questa istituzione dalla nascita a oggi, ma anche di tracciare una mappa tratteggiata, per usare le parole del presidente Luigi Ferrari, attraverso «un triplice augurio: lunga vita a Giuseppe Verdi e al suo giardino di meraviglie musicali; lunga vita agli artisti, che lo fanno esistere e lo mantengono rigoglioso, per chi voglia gioire dei suoi impareggiabili frutti; lunga vita agli studiosi, che continuano a conservarne libero e percorribile l’accesso e ci guidano a conoscerne e frequentarne i più riposti sentieri».

Sentieri che a volte divengono le strade di porfido del centro di Parma che portano al Teatro Regio, altre volte assomigliano alle carraie che attraversano i campi di quella terra arata e grassa che circonda Roncole Verdi.

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