Il repertorio-mondo di Monk

Miles Okazaki e Frank Kimbrough alle prese con l'integrale di Thelonious Monk

Thelonious Monk
Articolo
jazz

Il repertorio di composizioni di Thelonious Monk ha da sempre rappresentato un mesmerico terreno di sfida per i jazzisti dal secondo dopoguerra a oggi. Se alcuni temi – pensiamo ovviamente a “Round Midnight”, ma anche “Well You Needn’t” o “Epistrophy” – si sono da subito prestati alle riletture da parte di altri musicisti, nel tempo anche il resto del repertorio monkiano, oltre ad essere stato sviscerato dal suo autore, ha attirato la sensibilità di altri musicisti e improvvisatori.

Non è difficile immaginare il perché: l’unicità dell’intrico tra le melodie sghembe e le armonie, l’icasticità quasi francescana di alcune frasi, la stessa originale concezione esecutiva del pianista, sono un potente magnete per chi è alla ricerca di materiali musicali stimolanti.

Un terreno non facile, spesso abusato senza una reale comprensione della complessità del mondo di Monk, paradossalmente intuito e sviluppato nel modo più originale da musicisti che non suonavano lo stesso strumento (pensiamo al caso di Steve Lacy, il più emblematico), ma che inesorabilmente ha rivelato la capacità di fare accedere a un universo musicale tra i più originali del Novecento.

In questa prospettiva più analitica e ampia, ha iniziato da qualche tempo a emergere la straordinaria forza del repertorio di Monk inteso nella sua interezza: una settantina di composizioni che vanno a comporre un mosaico labirintico e unico, fatto di ritorni e vicoli ciechi, di oasi e di spine.

Se di dischi dedicati interamente alle musiche di Monk (alcuni molto belli) se ne contano parecchi, è stato il pianista tedesco Alexander von Schlippenbach il primo a incidere e suonare dal vivo in quintetto tutto il repertorio monkiano: era il 2004 e il disco triplo si chiama Monk’s Casino, eccellente testimonianza non solo della straordinaria penna del musicista americano, ma anche, ovviamente, dell’intelligente ricchezza espressiva di Von Schlippenbach.

La “faraonica” idea di affrontare interamente il songbook di Monk è tornata recentemente attuale (e stimolata dal centenario della nascita, nel 2017) grazie al chitarrista Miles Okazaki e al pianista Frank Kimbrough, che hanno pubblicato – rispettivamente per chitarra sola e per quartetto – due “integrali” molto interessanti.

Chitarrista talentuoso, già nei Five Elements di Steve Coleman o collaboratore di John Zorn, Okazaki affronta in Work (per ora disponibile in digitale su Bandcamp) con la sola chitarra le 70 composizioni: una bella sfida, in parte anticipata dai bei progetti monkiani di Elliott Sharp di qualche anno fa. Una sfida che, con grande umiltà, lo stesso Okazaki dichiara di avere affrontato solo quando la propria maturità espressiva lo consentiva.

Rispettoso di melodia, armonie, forma, senza approfittare delle tante possibilità che l’elettronica e i pedali offrono, ma anzi lasciando tutto in una dimensione molto asciutta, Okazaki lavora sul ritmo, inteso come possibilità delle cellule tematiche di accendersi a vicenda, di diventare schegge taglienti di un materiale che continuamente dialoga con se stesso.Si è tentati di pescare tra le composizioni come in un juke-box (ed è divertente farlo, scoprire la scheletricità blues di “Think of One” o i carezzevoli accordi di “Ugly Beauty”, l’ossessione di “Epistrophy” o la nervosa arpeggiatura riservata a “Misterioso”, solo per citarne alcune), ma è ancora più interessante (se il tempo a disposizione lo permette) immergersi nel flusso, iniziare a collegare i pezzi, fare una sorta di zooming out per cogliere la articolata grandiosità dell’opera di Monk e della bravura di Okazaki.

Per Monk Dreams (uscito in 6 cd per la Sunnyside) Frank Kimbrough lavora invece in quartetto. A lui tocca la sorte non facile di suonare lo stesso strumento del destinatario del tributo, ma Kimbrough è musicista che già in passato (in particolare nei vari progetti dedicati a Herbie Nichols) ha saputo con grande equilibrio attualizzare la musica del maestro.

Con Rufus Reid al contrabbasso, Billy Drummond alla batteria e Scott Robinson impegnato sia al sax che alla tromba, Kimbrough si può permettere molte più libertà rispetto a Okazaki e le sfrutta per variare formazione, strumenti, approcci, dispiegando la propria sapienza architettonica a favore di un ventaglio ampio di mondi.

Sono due approcci opposti, quelli di Okazaki e Kimbrough, ma hanno in comune la capacità di giungere al medesimo esito, quello di evidenziare la incredibile ricchezza del repertorio monkiano: un mondo che a seconda di come lo si illumina evidenzia colori e bagliori diversi.

Prendete “Locomotive”, pezzo che apre il primo disco di Okazaki: il chitarrista lo caratterizza con una serie di echi che sembrano susseguirsi come onde sovrapposte fino a un finale concitato e quasi balbuziente. Kimbrough invece immerge il pezzo in una sorta di liquido amniotico noir, lasciando che Robinson al clarinetto basso plasmi le volute di fumo. Entrambe le versioni sono splendide e l’intero racconta più della somma delle parti, che è un po’ la magia di queste due imprese discografiche.

Benvenuti nel mondo di Monk!

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