Il Flauto magico di Piazza Vittorio, un fantasy di cartapesta

Dopo il David di Donatello, e in attesa di vederlo in televisione, il film dell'Orchestra di Piazza Vittorio raccontato da Mario Tronco

Orchestra di Piazza Vittorio - Flauto Magico
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Un riconoscimento prestigioso quello recentemente assegnato all’Orchestra di Piazza Vittorio alla sessantacinquesima edizione dei David di Donatello 2020, ovvero il premio come “Miglior Musicista” per Il Flauto magico di Piazza Vittorio, una originalissima riscrittura dell’opera di Mozart, che ha visto protagonista la formazione multietnica romana (che già dal 2009 portava la sua versione del Flauto magico in giro per il mondo).

Curioso – come ha commentato la stessa OPV, dedicando peraltro il premio a tutti i musicisti che in questo momento soffrono guardando il calendario e non sapendo quando potranno tornare su un palcoscenico – che «in un periodo in cui si ha grande paura delle aggregazioni vinca questo premio l’emblema di quello che è una moltitudine di persone felici assieme che fanno un percorso di grande sacrificio e amore».

In poco più di cento minuti, scorre sullo schermo la storia di Tamino e Pamina delicatamente collocata in una Piazza Vittorio nei cui giardini – rigorosamente dopo l’orario di chiusura –magicamente compaiono principi, regine e sacerdoti, tutti col proprio bagaglio di suoni provenienti da ogni parte del mondo, lingue diverse che si alternano e confrontano senza che intervenga alcuna difficoltà di comprensione tra i vari personaggi. Il film risulta vivace anche per le tecniche artigianali, i fondali dipinti, gli arredi di cartapesta che vengono usati generando un caleidoscopio di colori ma anche facendo affidamento su semplici – e a volte geniali – soluzioni. Come quella di affidare le prime celebri cinque note ascendenti del flauto usato da Papageno alla suoneria di un moderno telefono cellulare.

Il film, uscito alla fine del 2018 e distribuito nei cinema nello scorso giugno, sarà prossimamente visibile in televisione.

Abbiamo approfondito alcuni aspetti del film con Mario Tronco, fondatore dell’Orchestra di Piazza Vittorio, ma in questo caso coinvolto anche nella regia della pellicola (insieme a Gianfranco Cabiddu), nell’elaborazione del soggetto (insieme a Fabrizio Bentivoglio) e nella realizzazione della colonna sonora (insieme a Leandro Piccioni Pino Pecorelli).

piazza vittorio flauto magico

La versione definitiva dello spettacolo teatrale è del 2009, ha avuto una lunga gestazione (anche attraverso prove aperte) e poi una lunghissima vita, circa sette anni con più di 350 repliche. Al tempo dello spettacolo si pensava già a un film?

«In realtà mi avevano chiesto di filmare lo spettacolo, ma io trovo spesso deludenti gli eventi teatrali trasferiti sullo schermo, perché il teatro ha quella forza del "sudore" durante l’esibizione che difficilmente si riesce a trasferire in una ripresa televisiva o cinematografica. Dunque ho risposto dando la mia disponibilità piuttosto per realizzare una versione nuova e direttamente pensata per il nuovo mezzo, così insieme a Fabrizio Bentivoglio ho scritto un soggetto che poi abbiamo sviluppato in sceneggiatura».

– Leggi anche: La kora magica di Piazza Vittorio. Il Flauto magico RomaEuropa

Che transizione ha avuto lo spettacolo nel diventare film?

«Mi piace definire il film un "fantasy" di cartapesta, è fatto con un intento di mantenere forte l’impronta artigianale, legata peraltro proprio al teatro. La differenza è che lo spettacolo teatrale era in forma quasi di oratorio, non c’era tanta regia, piuttosto c’erano dei bei costumi, era quasi un concerto. Qui invece abbiamo lavorato più sulla storia e naturalmente l’idea è stata anche quella di ambientarla nei giardini di Piazza Vittorio».

«Addirittura dei nostri musicisti non leggono la musica, così quando abbiamo insegnato loro le arie del Flauto magico ce le hanno restituite con qualche "errore". Noi abbiamo fatto diventare partitura questi errori, come fossero mutazioni legate alla stessa natura del racconto orale».

«L’impianto musicale è rimasto sostanzialmente immutato, come pure gli interpreti, a parte qualche piccolissima variazione, e l’intento è stato lo stesso dello spettacolo: ovvero di considerare il Flauto magico come se fosse una favola musicale trasferita nei paesi dei vari musicisti in forma orale piuttosto che scritta. La peculiarità del racconto orale è quella che si trasforma di bocca in bocca, noi abbiamo lavorato in questo senso, utilizzando l’eterogeneità della nostra orchestra, dove musicisti che provengono dall’ambito folk convivono con esecutori che legati alla cosiddetta musica colta. Addirittura alcuni non leggono la musica, così quando abbiamo insegnato loro le arie del Flauto magico ce le hanno restituite con qualche "errore", noi abbiamo fatto diventare partitura questi errori, come fossero mutazioni legate alla stessa natura del racconto orale».

Orchestra di Piazza Vittorio - Flauto Magico

Nel momento in cui arriva un nuovo Flauto magico cinematografico inevitabilmente si pensa a Ingmar Bergman...

«Naturalmente, ma è anche uno dei motivi per cui a un certo punto eravamo in dubbio se farlo o meno… In realtà Bergman era stato di grandissima ispirazione per lo spettacolo teatrale, soprattutto quell’ouverture in cui sembra cercare tra il pubblico i personaggi della storia. In qualche modo anche per me è stata la stessa cosa, perché ho cercato nelle facce e nei caratteri dei musicisti del nostro gruppo quelli che poi sono stati i personaggi del Flauto, cercando di far assomigliare questi ultimi alle persone reali soprattutto dal punto di vista caratteriale. Ecco dunque che El Hadji Yeri Samb è il nostro Papageno, perché come lui è semplice e profondo allo stesso tempo. Ernesto Lopez Maturell quando gli chiesi inizialmente di fare Tamino aveva venticinque anni, proprio in quella fase ormonale della vita in cui era sempre innamorato. Anche Petra Magoni mi sembrava giusta come Regina della Notte, così sopra le righe, con quel fare "isterico" che una parte del suo carattere le consente di interpretare efficacemente».

Si colgono tematiche vicinissime allo spirito con cui è nata e svolge la sua attività l’Orchestra di Piazza Vittorio: la valorizzazione dell’uomo e della sua umanità, lo stesso multilinguismo che caratterizza il film, oltre naturalmente alla componente multietnica degli attori, l’importanza della pace tra gli uomini e della capacità di perdonare. Quale è il rapporto con i valori che Mozart pone all’interno della sua opera, considerando soprattutto il legame con gli ideali massonici?

«La fratellanza – una caratteristica che è immediatamente visibile nel momento in cui la nostra orchestra si presenta sul palco – è di certo un elemento che ci avvicina pienamente allo spirito massonico sincero del lavoro di Mozart. Ma naturalmente il Flauto magico è una grandissima storia di amicizia, come pure della contrapposizione tra giorno e notte che noi abbiamo trasposto di fatto in una vicenda familiare, quella di una coppia che ha perso se stessa e si è addirittura dimenticata della propria figlia. Al tempo stesso nel film la figura femminile di Pamina è diventata centrale: mentre nel libretto originale sembra un po’ subire gli eventi, qui determina la storia, facendo rappacificare alla fine i suoi genitori. Abbiamo voluto insomma trasferire tutto su un piano molto terreno, nonché umano».

Come è nata l’idea di questa ambientazione fantasy?

«La delicata poetica degli acquarelli di Lino Fiorito – già presenti nello spettacolo teatrale – è stata un elemento importante. Come nella musica volevamo comunque avere pure nel film una libertà di linguaggi molto ampia. Ricordo che il film è stato di bassissimo costo, dunque molte scelte sono "ispirate" alla povertà, alla semplicità, passando dal videogioco in 2D fino alla parte documentaristica, quando Pamina esce dalla favola e si trova sotto i portici di Piazza Vittorio, condividendo l’aria che respira con le persone che tranquillamente passeggiano».

Orchestra di Piazza Vittorio - Flauto Magico

Metter mano, anche dal punto di vista musicale, a un’opera come il Flauto magico la possiamo considerare a un’operazione non distante da quella di certi registi teatrali che rivedono le opere del passato cercando di attualizzarle? Oppure è una sorta di riscrittura?

«In qualche modo il nostro Flauto magico ha molto della riscrittura, dentro ci sono moltissime musiche originali appositamente scritte per lo spettacolo e per il film. In alcuni casi la partitura è presa quasi come un pretesto per andare da qualche altra parte, per esempio c’è un’aria di Tamino che inizia con le prime otto battute della partitura di Mozart e poi diventa una bossa nova ispirata a quella melodia. Rispetto alla nostra Carmen, dove abbiamo lavorato più sull’arrangiamento, il Flauto è in gran parte un lavoro di riscrittura».

Dopo essere stato nelle sale quando è uscito, il film quando sarà nuovamente disponibile per il pubblico?

«La pellicola è stata acquistata da Sky, dovrebbe essere in programmazione nel giro di poche settimane, poi ci auguriamo che l’utilizzazione commerciale si ampli per arrivare più capillarmente nelle famiglie».

In fondo il Flauto magico ha un suo appeal anche nei confronti dei più giovani.

«Devo dire che le proiezioni fatte per le scuole sono state sempre esaltanti, i ragazzi si appassionavano alla storia, facevano le domande più disparate dopo la visione, insomma una partecipazione enorme, confermata anche dagli insegnanti che mi hanno riferito i commenti e il lavoro svolto nei giorni successivi. In ogni caso sono le stesse sensazioni che ho avuto dopo le rappresentazioni teatrali, mi ricordo di una replica a Roma, al termine della quale fui avvicinato da un gruppo di ragazzotti quattordicenni, uno di loro mi disse: “A’ Mae’ che figata Mozart, domani lo scaricamo”, mai ricevuto un complimento più bello!».

«Mi ricordo di una replica a Roma, al termine della quale fui avvicinato da un gruppo di ragazzotti quattordicenni, uno di loro mi disse: “A’ Mae’ che figata Mozart, domani lo scaricamo”, mai ricevuto un complimento più bello!»

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