Fare musica a Tor Pignattara

La Piccola Orchestra di Tor Pignattara mette insieme giovani italiani e immigrati, nel cuore della Roma popolare: l'intervista al direttore artistico Pino Pecorelli

Piccola Orchestra di Tor Pignattara
La Piccola Orchestra di Tor Pignattara incontra Roberto Angelini
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A Roma, quartier di Tor Pignattara, c’è una “Piccola Orchestra” unica nel suo genere. La Piccola Orchestra di Tor Pignattara, nata nel 2012, mette insieme giovani musicisti italiani (oggi dai 17 ai 21 anni), italiani di seconda generazione e immigrati. L’elenco dei paesi di origine dei membri – Italia, Polonia, Egitto, Senegal, Eritrea, Tunisia, Nigeria, Cuba, Argentina, Colombia, Filippine, Bangladesh, Cina, Guatemala – restituisce l’immagine sfaccettata di una zona popolare e complessa della capitale, dove un gruppo di ragazzi ha saputo trovare, nel fare musica insieme, un modo di vivere il proprio quartiere – al di là della retorica della contaminazione e dei discorsi sull’integrazione.

L’Orchestra  è cresciuta negli anni: da progetto sociale ha assunto la fisionomia di un vero progetto musicale, esibendosi su palchi prestigiosi e collaborando con musicisti di fama (negli ultimi anni anche grazie al sostegno del MIBAC e di SIAE, nell’ambito del bando Sillumina). Questa fase si chiuderà il 1° marzo  con un concerto alla Città dell’Altra Economia di Roma, nell’ambito della Settimana d’azione contro il razzismo – ottima occasione per vedere l’Orchestra in azione dal vivo.

Il progetto della Piccola Orchestra di Tor Pignattara è stato ideato da Domenico Coduto, ed è curato per la parte artistica dal contrabbassista e compositore Pino Pecorelli, presenza fissa sulla scena romana della canzone (e non solo) e già tra i fondatori dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Lo abbiamo raggiunto per una chiacchierata sul presente e sul futuro dell’Orchestra.

La prima domanda d’obbligo: come è nato il progetto e come sei stato coinvolto?

«Il progetto della Piccola Orchestra nasce nel 2012, per volere di Domenico Coduto, che abita nel quartiere di Tor Pignattara, un po’ il crocevia dell’immigrazione romana negli ultimi anni. Domenico si era reso conto che molti dei ragazzi che vivevano nel quartiere, che è un emblema di romanità, parlavano molto bene romano pur avendo tratti somatici… un po’ diversi. Così gli è venuto in mente di fare un esperimento, mettendo insieme i figli dell’immigrazione, delle coppie miste… Mi ha contattato, insieme a Livio Minafra, che all’inizio dirigeva il gruppo insieme a me, e io mi sono lanciato subito nel progetto, che coniugava bene due cose che facevo allora, e faccio ancora oggi, cioè suonare con l’Orchestra di Piazza Vittorio e dedicarmi all’insegnamento del basso ai ragazzi. Mettere insieme le due cose mi sembrava una splendida opportunità, e poi il percorso è diventato quello che è».

Ed è ormai un percorso lungo: come è cresciuta l’orchestra, dal 2012? Come si è evoluta? 

«L’orchestra è cresciuta perché sono cresciuti i musicisti che ne fanno parte. C’è uno zoccolo duro di ragazzi che sono entrati quando avevano tredici anni e adesso ne hanno venti. Io ho cercato di modulare il mio approccio nei loro confronti a seconda della risposta… Siamo passati da un repertorio di brani prevalentemente scelti da me, perlopiù della tradizione del Paese di provenienza dei genitori dei musicisti, a un lavoro di scrittura collettiva. Ho cominciato a suggerire loro di cimentarsi con la scrittura. È stato un processo lungo: molti erano restii a credere nella propria creatività, poi hanno cominciato a portare chi brani interi, chi piccoli spunti; qualcuno si è scoperto autore di testi, e mano a mano si sono mischiate diverse anime. Se da un lato il collante è quello dell’immigrazione, dall’altro l’immigrazione ha molte sfaccettature. C’è chi ha i mezzi per fare un percorso didattico al di fuori della Piccola Orchestra e accrescere il proprio bagaglio tecnico, e chi invece resta, sia per risorse – che non ha – che per scelta, un amatore. Ed è interessante, anche in quella fascia di età, osservare come si mischino mondi e modi di approcciare la musica molto diversi. Oggi il mio è più un lavoro di produzione artistica che di direzione: cerco di dare più spazio possibile ai ragazzi nella creatività e nella scelta del repertorio, guidando il gruppo e scegliendo quello che è poi il suono globale da portare sul palco. Di dare delle linee guida, insomma».

Come si svolge la vita quotidiana dell’orchestra, prove a parte?

«È un lavoro molto dietro le quinte. Lo staff è composto, oltre che da me e da Domenico Coduto, che segue la produzione, da Daniele Cortese che cura il coordinamento socioeducativo. Daniele è uno psicologo dell’adolescenza che si occupa soprattutto dell’integrazione dei minori non accompagnati che arrivano in Italia, dei ragazzi in casa famiglia, di ragazze sottratte dalla tratta, dei figli delle coppie miste… Mettere assieme tutto questo mondo senza gerarchie, e fare musica insieme, richiede la presenza di diversi livelli di lavoro. Dunque il quotidiano è spesso fatto di riflessioni per capire da che parte andare. Uno degli obiettivi che abbiamo, ad esempio, è di ricominciare da capo con un gruppo di ragazzi più piccoli. Vorremmo diventare nel tempo una sorta di polo per la formazione di chi ha pochi strumenti a disposizione».

Ci racconti uno o due episodi di questi anni di lavoro a cui sei particolarmente legato?

«Ci sono moltissimi episodi divertenti, ed emozionanti… Senza dubbio l’ingresso in sala dei ragazzi con provenienze più complicate ha sempre avuto una risposta, da parte dei ragazzi più “fortunati”, che è molto emozionante per noi osservare: vedere come gestiscono le difficoltà altrui senza tutti i filtri che abbiamo noi, senza tutte quelle riflessioni sulla tolleranza, sull’integrazione… parole che per loro veramente appartengono al Medio Evo. Episodi così ce ne sono stati moltissimi. Oppure gli episodi degli incontri con gli artisti più importanti. Vedere la reazione dei ragazzi quando arriva un artista come Mika, o uno dei molti artisti italiani che abbiamo invitato, è motivo di grande orgoglio. Non ho un episodio in particolare, ma tanti». 

Siete, mi sembra di capire, alla fine di un ciclo molto fitto di attività legate al bando Sillumina. Qual è il futuro dell’orchestra? Che cosa succederà?

«Il bando ci ha dato sicuramente una grandissima mano a far crescere e formare i ragazzi che nel tempo hanno deciso di trasformare quello che all’inizio era un gioco anche in un’occasione di lavoro. Auspico che bandi del genere possano ripetersi, perché questo Paese negli anni ha dimenticato che gli adolescenti sono una risorsa fondamentale sulla quale lavorare per il futuro. In campo artistico, questa opportunità permette a noi di pensare come trasformare un progetto sociale in un gruppo musicale che abbia una propria struttura professionale. È una grande sfida, ma dal nostro punto di vista è l’unica percorribile».

«Ho sempre pensato che per fare progetti focalizzati sull’arte bisogna tenere al centro la qualità artistica. Per me è imprescindibile pensare che quando si suona bisogna pensare di suonare bene, non di strimpellare e di divertirsi con la scusa che si è disagiati».

«Ho sempre pensato che per fare progetti focalizzati sull’arte bisogna tenere al centro la qualità artistica. Per me è imprescindibile pensare che quando si suona bisogna pensare di suonare bene, non di strimpellare e di divertirsi con la scusa che si è disagiati, anche se l’obiettivo per il quale ci si vede è lo stare assieme. Come avrai capito, ci sono livelli diversi all’interno del gruppo, ma ho sempre cercato di tenere l’asticella alta, per permettere ai ragazzi di crescere e di fare esperienze sempre più belle. Ora si chiude questa prima fase con il concerto del 21… Abbiamo realizzato anche un disco nel mentre, e ci auguriamo che quando cominceranno a uscire i primi singoli, e si vedranno i frutti del lavoro, quello sarà il momento per partire verso una nuova meta».

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