Far rinascere il San Cassiano a Venezia

L’imprenditore e musicologo Paul Atkin vuole ricostruire a Venezia il primo teatro d’opera a pagamento della storia: l'intervista

Teatro San Cassiano Venezia
Il progetto del nuovo Teatro San Cassiano
Articolo
classica

C’è stato un periodo in cui Venezia dimostrò al mondo che l’opera poteva diventare un affare. Era il 1637 e al Teatro San Cassiano, il teatro dei Tron poco lontano da Rialto, si cominciarono a vendere dei biglietti per l’Andromeda di Benedetto Ferrari con la musica di Francesco Mannelli.

Nella città dei mercanti, in molti provarono a far soldi così e di teatri se ne aprirono una ventina in città nel XVIII secolo. Il San Cassiano conobbe molti anni gloriosi con prime importanti di opere di Claudio Monteverdi, di Francesco Cavalli, di Francesco Sacrati e dei più grandi compositori del tempo. Seguì un lungo declino fino alla demolizione nel 1812.

Un imprenditore e musicologo inglese prova a inseguire il sogno di far rinascere il Teatro San Cassiano.

Sono passati secoli e i teatri ancora in attività in città sono pochi, ma quel modello di impresa culturale si è imposto in tutto il mondo nel corso del tempo. E oggi un imprenditore e musicologo inglese prova a inseguire il sogno di far rinascere il Teatro San Cassiano. Che l’idea di ricostruire proprio quel teatro sia venuta a un inglese non deve sorprendere più di tanto: far soldi con il teatro e l’opera in particolare è un’idea oggi diffusa soprattutto nel mondo anglosassone, dove il sostegno pubblico è scarso. Funzionerà?

Lo abbiamo chiesto direttamente a lui, a Paul Atkin, al fondatore e amministratore delegato della Teatro San Cassiano Group Ltd. ma anche musicologo appassionato dell’opera veneziana del Seicento (Produzione d’opera nella Modena del XVII secolo: Il caso dell’Ingresso alla gioventù di Claudio Nerone (1692)” è stata la sua tesi dottorale), che in questo progetto sta mettendo anima e cuore e anche parecchi soldi. 

Teatro San Cassiano Venezia
Paul Atkin

Cosa ti fa credere che questo progetto funzionerà? 

«Ti confesso che all'inizio lo ritenevo impossibile. Mi sono dato subito una regola molto semplice: se dopo ogni incontro il progetto era ancora in vita, a prescindere dall’esito, lo consideravo già un successo. Io sono imprenditore e musicologo. Ho liquidato tutte le mie attività già nel dicembre del 2014 per vedere se è possibile ricostruire il primo teatro d’opera a pagamento del mondo. Il lavoro di questi anni è stato lungo e paziente: molte ricerche, un modello di business sostenibile e importanti partnership con l’Istituto di Studi Vivaldiani della Fondazione Cini, il Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, il Globe Theatre di Londra e il Teatro del Castello di Český Krumlov». 

Com’è stata accolta la tua idea in città? 

«Nel corso del tempo ho osservato un cambiamento radicale di atteggiamento, da “chi è questo straniero che viene qua con questa idea ridicola?” a “È un’ottima iniziativa: questa è la cultura e la storia di Venezia.” Tutti i miei interlocutori oggi condividono l'idea che si possa e debba fare qualcosa per ristabilire la primazia di Venezia nell'opera barocca». 

«Nel corso del tempo ho osservato un cambiamento radicale di atteggiamento, da “chi è questo straniero che viene qua con questa idea ridicola?” a “È un’ottima iniziativa: questa è la cultura e la storia di Venezia”».

Lo scorso giugno, l’iniziativa è stato presentata ufficialmente a Venezia: ne vuoi parlare? 

«Il lancio dello scorso giugno a Venezia, ospiti del Conservatorio "Benedetto Marcello", è stato un enorme successo. Abbiamo organizzato quattro giorni di convegno dal titolo Teatro San Cassiano. Necessità, soluzioni, opportunità coinvolgendo musicologi dalle più prestigiose università internazionali, architetti, operatori teatrali e imprenditori. Abbiamo anche offerto alla città un concerto con sinfonie e arie da opere di Claudio Monteverdi, Antonio Giannettini, Antonio Lotti, Tomaso Albinoni e Francesco Gasparini con la Venice Baroque Orchestra e l’Orchestra Barocca del Conservatorio “Benedetto Marcello” per offrire un assaggio di cosa vorremmo realizzare nel teatro. È stato un omaggio alla città di Venezia, che ha risposto con grande calore». 

Perché pensi sia un’idea vincente costruire un teatro barocco nel XXI secolo a Venezia? 

«Finora ho finanziato tutto io come imprenditore. Se fallisco, perderò una somma di sette cifre ma, da imprenditore, non mi va certo di buttare i miei soldi. Se corro questo rischio è perché credo moltissimo in questo progetto e sono convinto che il Teatro San Cassiano sarà un successo».

«Se fallisco, perderò una somma di sette cifre ma, da imprenditore, non mi va certo di buttare i miei soldi».

«Riscontri positivi a parte, credo funzionerà perché noi abbiamo deciso di abbracciare un modello diverso, cioè un teatro interamente privato, “commerciale”, in grado di finanziare le proprie attività senza chiedere finanziamenti pubblici. Per me questo è un aspetto fondamentale per la riuscita del progetto. Certo, è un'idea molto comune nel mondo anglo-americano e meno in Italia». 

Fai spesso riferimento al Globe di Londra, il teatro di Shakespeare, che fra l’altro è alla base dell’ispirazione per questo suo tuo progetto. Non credi che le cose siano più semplici nel Regno Unito? 

«È evidente che non solo in Italia ma dovunque non basta bussare alla porta di qualcuno e dire "ho un'idea!". La visione è necessaria ma occorre anche avere dei modelli che mostrano che l'idea può funzionare. Il Globe di Londra ma anche il teatro di Glyndebourne hanno un modus operandi basato quasi interamente su finanziamenti privati. Seguono cioè un modello commerciale, che non significa che la loro raison d'être sia fare profitti, così come non lo sarà per il nostro Teatro San Cassiano. L’obiettivo principale resta quello di creare uno spazio teatrale per la realizzazione di esecuzioni storicamente informate del repertorio barocco, tanto nella parte musicale quanto in quella teatrale. Le realtà del Globe e di Glyndebourne dimostrano che è possibile costruire teatri finanziariamente sostenibili anche senza finanziamenti pubblici. Del resto stessa la storia dei teatri a Venezia, che per primi al mondo hanno commercializzato la propria attività, ci dice che questo modello può funzionare anche in Italia». 

Playhouse
Globe, Sam Wanamaker Playhouse

A rischio di sembrarti molto scettico, davvero non ti spaventa avventurarti in un’impresa così ambiziosa in Italia, che con il suo eccesso di regole, la sua burocrazia bizantina, non è certo un ambiente favorevole all’impresa? 

«No, al contrario! Ho iniziato e svolto per anni la mia attività di uomo di affari a Londra, dove l’ambiente è molto aggressivo, e penso di avere le spalle molto solide. Lavorando a questo progetto ho imparato molto sullo stile italiano o veneziano di fare business. Ovviamente ognuno lavora in maniera differente e ha le proprie ragioni. Per me questo è anche un modo per far vedere a voi italiani quanto grandi siete. Ogni paese ha cose splendide da offrire e Londra non è certo seconda a nessuno, ma la cultura musicale veneziana è incredibile. Quello che i veneziani hanno fatto nel Seicento è di enorme importanza nella storia della musica e per me questo progetto è un modo di mostrare al mondo quanto grande è stata Venezia e quanto può esserlo anche oggi. Per questo non vedo come si possa bloccare questo progetto e del resto vedo piuttosto una volontà sempre più forte di farlo diventare realtà. 

La difficoltà più grossa che vedi all’orizzonte? 

«Sono due. La prima ovviamente sono i soldi: la somma per costruire il teatro è considerevole. Abbiamo stimato una cifra fra gli 80 e i 100 milioni di euro. Finora ho finanziato io le spese ma le mie tasche non sono abbastanza profonde per finanziare anche la costruzione. All’inizio di ottobre a Londra lanceremo un’offerta ai nostri potenziali finanziatori – anche questa storicamente informata – alla quale non si potrà resistere. Abbiamo scelto di farlo a Londra perché lì è più accettata l’idea di teatro commerciale. Naturalmente presenteremo il nostro “business plan” che, numeri alla mano, proverà la sostenibilità del modello gestionale che abbiamo in mente per il Teatro San Cassiano».

«Abbiamo stimato una cifra fra gli 80 e i 100 milioni di euro. Finora ho finanziato io le spese ma le mie tasche non sono abbastanza profonde per finanziare anche la costruzione».

«Un teatro non è solo una scatola di legno e mattoni ma deve essere un’impresa globale che può irraggiarsi in tutto il mondo grazie ai media e alla qualità della sua offerta culturale. Ho detto che il nostro obiettivo non è fare profitti, ma fare in modo che questa impresa sia finanziariamente sostenibile». 

La seconda difficoltà? 

«È legata al progetto. Come lo fu per la Fenice dopo l’incendio del 1996, il nostro punto di partenza è “com’era, dov’era”. Purtroppo i documenti disponibili sul Teatro San Cassiano sono scarsi e anche identificare il luogo dove sorgeva è complesso. Ci sono indicazioni che lo collocherebbero tra il canale di San Cassiano e il rio delle Do Torre, non lontano dalla zona delle Carampane, cioè il “red light district” della Venezia dell’epoca. Stiamo comunque valutando anche luoghi alternativi nel caso in cui non fosse praticabile un’ipotesi di ricostruzione sul luogo dove verosimilmente sorgeva l’antico edificio». 

Nel vostro sito documentate varie ipotesi alternative sulla stessa forma del teatro. Quanto siete certi che i vostri progetti riflettano quello che era il vero Teatro San Cassiano? 

«È vero che anche sulla forma abbiamo qualche incertezza. Piante affidabili non ci sono e anche le immagini della sala sono pochissime e non aiutano molto. Con un team di architetti, fra i quali c’è anche Peter McCurdy che ha seguito la ricostruzione del Globe, abbiamo sviluppato delle ipotesi plausibili tenendo conto dei pochi dati tecnici disponibili sull’edificio storico. Lasciami dire che sono molto orgoglioso della pianta del teatro che abbiamo elaborato: è la prima nella storia del Teatro San Cassiano e combina in maniera coerente e plausibile tutti i dettagli che abbiamo recuperato negli archivi. Ovviamente non possiamo dire e non diciamo che si tratta della pianta autentica, che non esiste, ma le misure sono quasi certamente quelle dell'antico edificio. Siamo ragionevolmente certi, per esempio, che il teatro avesse 153 palchetti (un numero rimasto incredibilmente invariato dall’edificio 1637 fino a quello del 1763) su un’altezza complessiva di circa 10 metri e per un’ampiezza della sala relativamente ristretta, il che pone qualche problema rispetto ai regolamenti per la sicurezza in uso oggi. Problemi simili si sono dovuti affrontare anche nella ricostruzione del Globe e del Sam Wanamaker Playhouse a Londra. Le soluzioni non mancano». 

Avete già preso contatto con le autorità cittadine? Potete contare su una qualche forma di sostegno da parte dei rappresentanti della città? 

«Abbiamo avuto dei contatti ma vogliamo dare il più possibile concretezza al nostro progetto prima di coinvolgere le autorità cittadine. L’evento di ottobre a Londra sarà un momento importante anche per questo. Quando ci sarà la certezza sulla copertura dei costi, sono convinto che i veneziani non metteranno in discussione che si tratti di un progetto realizzabile e da realizzare. Però permettimi di dire una cosa. Spesso noi inglesi, così come gli americani, dimostriamo la volontà di fare qualcosa di buono per Venezia ma lo facciamo senza parlare con i veneziani, cioè con chi a Venezia vive. Personalmente non credo sia la maniera giusta: io voglio seguire una strada diversa, che però impone tempi più lunghi. Il nostro è un progetto in primo luogo per i veneziani ma anche “con” i veneziani».

«Il nostro è un progetto in primo luogo per i veneziani ma anche “con” i veneziani».

«Questo è il senso del convegno e concerto dello scorso giugno: i cittadini veneziani hanno avuto l’opportunità di valutare il progetto. Lo stesso intendiamo fare con chi si troverà a dover convivere con il nostro cantiere, quando passeremo alla fase operativa. Cercheremo un coinvolgimento e delle soluzioni insieme». 

C’è abbastanza pubblico a Venezia per un’impresa come questa? 

«A Venezia non è così difficile trovare il pubblico. Con meno di 60 mila persone che abitano stabilmente in città, certo no, ma pensiamo piuttosto al grande bacino potenziale della regione e oltre. Soprattutto pensiamo alle decine di milioni di turisti che ogni anno vengono a visitare la città. Drottningholm e Césky Krulov attirano un pubblico da tutto il mondo che vuole vedere spettacoli fatti come nell’epoca barocca. Un progetto come il nostro ha senso e non dubito che funzioni a Venezia, perché quel teatro è un elemento della sua storia. Parlo anche sulla base della mia esperienza di imprenditore che ha sempre lavorato in settori o in mercati di nicchia: non si deve sottovalutare il potenziale di questi mercati, perché lì si trova ancora una domanda tremenda oltre che "consumatori" che hanno elevate possibilità di spesa. Ma c’è anche altro». 

Cioè? 

«Si parla e si polemizza molto sulle grandi navi a Venezia. Ebbene, ogni crocerista spende pochissimo in città e un terzo dei passeggeri nemmeno scende dalla nave. Noi chiaramente puntiamo a un modello di turismo che non è quello del mordi e fuggi né quello delle grandi navi. Lo spettatore del nostro teatro è un amante della cultura e a Venezia verrà per espandere la conoscenza della sua storia e della sua cultura. Prezzo del biglietto a parte, questo spettatore dovrà pernottare e usare altri servizi. Tutto questo porta business alla città, oltre a riqualificare il modello di turismo. È anche possibile pensare a sinergie attraverso forme di collaborazione con altre istituzioni culturali o musicali cittadine veneziane, come il Teatro La Fenice o il Teatro Goldoni, per offrire pacchetti su più giorni che permettano un’esperienza culturale più completa». 

Ricostruire un teatro barocco nel XXI secolo: non temi in questo modo di contribuire allo stereotipo di Venezia come Disneyland museale? 

«Anche per il Globe all’inizio si era parlato di Disneyland del Southbank londinese. Oggi il Globe non è soltanto un teatro di riferimento per l’interpretazione dei drammi del Bardo, ma è diventato il centro per eccellenza degli studi shakespeariani nel mondo. Il Teatro San Cassiano ha un potenziale per diventarlo per la prassi esecutiva storicamente informata del teatro barocco». 

È ancora presto per parlare di programmi precisi, ma che tipo di offerta avete in mente per il San Cassiano? 

«Di titoli precisi non ancora è il caso di parlare ma posso anticipare che abbiamo in mente una programmazione diversificata e costruita su tre tipologie: la prima comprenderà titoli noti come L’incoronazione di Poppea di Monteverdi ad esempio; la seconda titoli poco noti di autori noti come Vivaldi o Händel; e la terza riscoperte di titoli mai più eseguiti da secoli. È quest’ultima la mia vera passione e riflette la missione di far conoscere al pubblico contemporaneo lavori oggi dimenticati, come abbiamo fatto l’anno scorso a Český Krumlov con L’ingresso alla gioventù di Claudio Nerone di Antonio Giannettini andata in scena a Venezia nel 1692 e mai più vista da allora. A quest’opera ho dedicato la mia tesi di dottorato in musicologia, ma, considerazioni personali a parte, l’occasione è stata importante per sperimentare le macchine da scena, che a Český Krumlov sono quelle originali e quindi per prendere coscienza dei problemi che esistono nel riportare in scena un lavoro come questo». 

«La programmazione ha anche un riflesso nel “business plan”: il teatro sarà sostenibile soprattutto se saremo in grado di realizzare incassi sufficienti. Pensiamo quindi a un sistema di prezzi differenziato per ciascuna delle tre tipologie di programmazione e chiaramente orientato a incentivare il pubblico a scoprire i titoli meno noti. Come accade nei teatri tradizionali, possiamo sfruttare un Monteverdi per permetterci il recupero di un Giannettini». 

Český Krumlov, L’ingresso alla gioventù di Claudio Nerone
Český Krumlov, L’ingresso alla gioventù di Claudio Nerone

Avete in mente complessi stabili, almeno per quanto riguarda l’orchestra? 

«Il nostro direttore artistico è un musicista di grande qualità come Andrea Marcon, che ha dato disponibilità a coinvolgere la Venice Baroque Orchestra, una sua creatura e ottimo complesso con una lunga esperienza nelle esecuzioni storicamente informate. È giusto però che la VBO non rinunci alle sue tournée e quindi, nei periodi di assenza da Venezia, pensiamo di ospitare orchestre di alto livello con grandi solisti ma anche produzioni particolarmente interessanti prodotte da altri teatri che siano adatte alle nostre modalità produttive».

«Il nostro Teatro San Cassiano non dovrà essere un museo ma un organismo vivente». 

«Vogliamo che il Teatro San Cassiano diventi il luogo di riferimento delle esecuzioni storicamente informate ma la ricerca musicologica non basta: solo attraverso l’esperienza della messa in scena ci si rende davvero conto di cosa funziona e cosa no. Poter contare su un teatro che offre la tecnologia disponibile al tempo della composizione offre davvero l’esperienza più completa per far rivivere quel repertorio. Coinvolgere esperti diversi è un prezioso fattore di arricchimento, soprattutto per la molteplicità di prospettive che introduce nella conoscenza e nell’uso delle tecniche performative. Il nostro Teatro San Cassiano non dovrà essere un museo ma un organismo vivente». 

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