Dave Brubeck a dieci anni dalla scomparsa

Il 5 dicembre 2012 moriva all’età di quasi 92 anni il maestro di un jazz elegante e popolare, oggi in costante riscoperta grazie all’etichetta Brubeck Editions

Dave Brubeck nel 1965 (foto archivio fotografico CBS/Getty Images)
Dave Brubeck nel 1965 (foto archivio fotografico CBS/Getty Images)
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Tutti conosciamo Dave Brubeck, o meglio la musica di Dave Brubeck, pianista e compositore statunitense nato a Concord, in California, il 6 dicembre del 1920, e scomparso il 5 dicembre del 2012 all’età di 92 anni meno un giorno. Chi non ricorda la melodia sinuosa del sax sul tempo scomposto – per la verità un compostissimo tempo dispari di 5/4 – di “Take Five”? Un brano che, oltre a essere utilizzato in Italia, tra l’altro, per lo spot pubblicitario di qualche anno fa di una nota banca milanese, è apparso per la prima volta nel disco Time Out, pubblicato nel 1959 dal Dave Brubeck Quartet, primo album della storia del jazz ad aver venduto più di un milione di copie.

Time Out

In verità, l’autore di “Take Five” è Paul Desmond, sassofonista del quartetto di Brubeck che al tempo dell’uscita di Time Out comprendeva anche, oltre al pianoforte del titolare, il contrabbasso di Bob Bates e la batteria di Joe Morello. Come ci ricorda Ted Gioia «“Take Five” è forse il più improbabile successo discografico dei suoi tempi. È stato il primo disco strumentale di jazz moderno tra gli Hot 100 di Billboard a vendere un milione di copie – ed è stato anche uno degli ultimi. […] In più i dirigenti dell’etichetta discografica erano contrari a pubblicare “Take Five” come singolo e ci volle la pressione di Goddard Lieberson, allora presidente della Columbia Records, per convincerli».

Anche in questa occasione, come in tante altre nella lunga carriera di questo musicista, l’intuito e la cultura musicale di Dave Brubeck è stata determinante nel dare una connotazione efficace a un brano che lasciava dubbioso anche lo stesso Desmond: «ero pronto a barattare – ebbe a dichiarare l’autore – tutti i diritti di “Take Five” per un rasoio elettrico Ronson usato». Per fortuna il baratto non si fece: Desmond alla sua morte (1977) lasciò in eredità i diritti di questo e di altri suoi brani alla Croce Rossa americana, che da allora ha ricevuto più di sei milioni di dollari.

Dave Brubeck con Paul Desmond al sax alto (1954)
Dave Brubeck e Paul Desmond (1954)

Ma la figura di Dave Brubeck non emerge solo per la sua capacità di valorizzare i collaboratori. David Warren “Dave” Brubeck ha iniziato a suonare il pianoforte da bambino, studiando musica classica con sua madre. Si laureò nel 1942 e durante la Seconda Guerra Mondiale fu inviato in Europa, dove fondò con alcuni commilitoni la Wolf Pack Band, uno dei primi gruppi musicali dell’esercito americano composti sia da soldati bianchi sia di colore. La sua matrice classica – fu anche allievo del compositore francese Darius Milhaud – e il successo di pubblico riscosso tra gli anni Cinquanta e il decennio successivo, hanno insospettito più di un osservatore: si pensi al giudizio espresso su Brubeck nel 1961 da un importante critico italiano come Franco Fayenz: «Il guaio vero fu che piacque al pubblico, al punto che la famosa rivista americana «Time» si sentì in dovere di dedicargli una copertina. Ormai le esecuzioni del quartetto di Brubeck, pur vivificate dal timbro piacevole e dallo sciolto fraseggio di Paul Desmond, sono cadute nella routine e nella superficialità, anche quando, rispettando le regole del buon gusto, riescono leggere e garbate».

David Brubeck sulla copertina di "Time" (8 Novembre 1954, Vol. LXIV No.19)
David Brubeck sulla copertina di "Time" (8 Novembre 1954, Vol. LXIV No.19)

Naturalmente in tali considerazioni ha un peso non irrilevante la prospettiva storica nella quale sono state espresse e in cui devono essere collocate. Rimane il fatto che la figura di Dave Brubeck ha rivestito un’importanza decisamente notevole nello sviluppo e nella diffusione della musica jazz negli anni Cinquanta: «il quartetto di Dave Brubeck – rileva Stefano Zenni – aveva conquistato gli studenti dei college bianchi, un pubblico peraltro inaccessibile a qualsiasi musicista nero. […] Nel 1954 il pianista era sulla copertina di «Time» e poco dopo la Columbia lo scippò alla piccola etichetta Fantasy facendone il più popolare jazzista del decennio».

Lo stile e la cifra musicale di Brubeck – elementi condivisi con i musicisti che hanno vissuto con lui il suo tragitto artistico e creativo – hanno impresso un’impronta non irrilevante sullo sviluppo del linguaggio jazzistico del secondo Novecento, al di là delle valutazioni di carattere ideologico e, se vogliamo, un poco snobistico riservate alla sua figura ritenuta fin troppo – musicalmente e simbolicamente – “politicamente corretta”. In questo senso appare indicativa la testimonianza di Cecil Taylor, riportata da Ekkehard Jost, dove racconta che «quando Brubeck fece la sua prima apparizione a New York, nel 1951, rimasi molto impressionato dalla profondità e dell’intreccio delle sue soluzioni armoniche, che avevano più note di quante ne avessi mai sentite in chiunque altro. Trovavo anche eccitante il suo movimento ritmico […]. Stavo approfondendo Stravinskij, mentre Brubeck studiava con Milhaud. Ma, grazie al mio interesse per Stravinskij e alla mia conoscenza di Milhaud, riuscivo a capire cosa stesse facendo Brubeck».

E ancora, Nate Chinen annota che «Tomasz Stánko, il trombettista più rinomato che la Polonia abbia mai prodotto, ricorda di aver visto per la prima volta Brubeck nel 1958 […]: “Da polacco residente in una nazione comunista – ricordò Stánko – il jazz era sinonimo di cultura occidentale, di libertà, di questo stile di vita diverso”».

Infine, come riportato da Bob Gluck, il batterista John Mars rammenta che «negli anni Sessanta, fin da molto giovane, studiavo i batteristi bebop, soprattutto quelli che avevano suonato con Monk, e Joe Morello con Brubeck, cercando di imparare come riuscissero talvolta a suonare melodicamente e a realizzare quegli straordinari lavori sui giri armonici».

Oggi, a oltre cento anni dalla nascita e a dieci anni dalla morte di Dave Brubeck, rimane il suo lascito fatto di brani divenuti veri e propri standard, come “Blue Rondo à la Turk”, altro celebre titolo tratto da Time Out, la composizione-omaggio a Duke Ellington “The Duke”, incisa nel 1955 con un quartetto che prevedeva, oltre ai componenti già citati, Joe Dodge alla batteria al posto di Morello, o ancora “In Your Own Sweet Way”, brano apparso nell’album solista Brubeck Plays Brubeck del 1956, fino ad arrivare alla singolare collaborazione con Louis Armstrong in occasione dell’incisione del disco The Real Ambassadors – avvenuta nel 1961 sulla scorta dell’omonimo musical – o ancora all’album registrato dal vivo nel 1968 Compadres: The Dave Brubeck Trio & Gerry Mulligan, Live in Mexico.

Una produzione che continua a essere valorizzata e riscoperta, anche grazie alla Brubeck Editions, etichetta discografica fondata nel 2020 dai membri della famiglia dell’artista in occasione dei cento anni dalla nascita di Dave Brubeck, allo scopo pubblicare nuove edizioni e incisioni inedite delle registrazioni del musicista. Proprio nell’anno del centenario è apparsa una nuova edizione del già citato album Time Out, uscito con il titolo Time OutTakes, che raccoglie tracce inedite riscoperte di recente delle storiche sessioni di registrazione del 1959.

Nell’aprile di questo 2022, invece, è stato pubblicato Dave Brubeck Trio – Live From Vienna 1967, disco che documenta la registrazione, da poco scoperta, della serata al Konzerthaus di Vienna con protagonisti, in una inedita dimensione in trio, il pianoforte di Brubeck, la batteria di Joe Morello e il basso di Eugene Wright.

Ma questi sono solo alcuni dei tanti lavori che sopravvivono al loro autore e che continueranno a celebrare la musica di Dave Brubeck, la sua originale eleganza e la sua irresistibile popolarità, ancora per molto, molto tempo.

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