Dalla Lituania con amore

 Sesto Quatrini è il direttore artistico e musicale del Teatro dell'Opera Nazionale Lituano di Vilnius

Sesto Quatrini (Foto Filippo M. Gianfelice)
Sesto Quatrini (Foto Filippo M. Gianfelice)
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L’8 settembre  dirigerà Otello di Rossini all’Opera di Francoforte con la regia di Damiano Michieletto, il 13 settembre sarà  a Vilnius per dirigere Candide di Bernstein inaugurando la stagione del Teatro dell’Opera Nazionale Lituano (LNOBT) del quale è direttore artistico e musicale, mentre il 13 ottobre sarà a Firenze per Carmen. Per il direttore d’orchestra romano Sesto Quatrini (classe 1984) sono mesi intensi e l’estate non è certo stata di riposo dato che ha diretto Coscoletto di Offenbach a Parma e a Martina Franca e, sempre al Festival della Valle d’Itria, ha sostituito in corsa («Mi hanno dato la partitura la sera e dodici ore dopo ero in prova con l’Orchestra del Pertruzzelli!») e con successo Fabio Luisi nella direzione di Ecuba di Manfroce. Archiviata per sempre, si spera, la dolorosa vicenda di una stalker giapponese che lo ha seguito e minacciato per mesi, racconta con entusiasmo due progetti che ha realizzato a New York e a Parigi per avvicinare un nuovo pubblico all’opera.

«Bare Opera è una compagnia  che a New York fa spettacoli in spazi anticonvenzionali, possono essere gallerie d’arte, loft, bar: spendi poco, bevi un bicchiere di vino, non hai problemi di dress code e sei circondato da cantanti che recitano intorno a te. “Bare” può significare molte cose: nudo, sporco, senza pudore. Così un pubblico che non può permettersi di comprare un biglietto costosissimo al Met può scoprire in una stessa sera L’Enfant et les sortilèges di Ravel e L’Enfant prodigue di Debussy in una orchestrazione per dodici strumenti che ho curato e diretto io. E’ successo nel 2015 in una Galleria a Chelsea: venne Fabio Luisi ad ascoltarmi e mi prese come assistente al Metropolitan. Poi con la regista Cecilia Ligorio abbiamo realizzato un Figaro&Figaro che abbinava Barbiere di Siviglia e Nozze di Figaro».

E a Parigi?

«Con la cantante Manon Bautian abbiamo fondato Les Voix Concertantes, una compagnia che fa opere da camera proponendo spettacoli a prezzi bassissimi, è emozionante vedere ragazzi che non hanno mai visto un’opera commuoversi ed emozionarsi ascoltando Traviata! Facciamo spettacoli al Théatre des Variétés (quello di Offenbach!). Adesso non ho più molto tempo per seguirla, ma per me è sempre come un figlia che vedo crescere da lontano, abbiamo degli sponsor, e farò sicuramente altre cose con loro, penso per esempio ad una Bohème…Mi piacerebbe anche pensare a un atelier operistico per giovani interpreti».

L’incontro con l’Opera di Vilnius come è avvenuto?

«Nel 2016 avevo fatto una tournée lì con il soprano Kristine Opolais e il sovrintendere mi propose di diventare direttore musicale, io rilancio: mi prendo il rischio e faccio anche il direttore artistico. Ed eccomi a dirigere un teatro che ha 667 dipendenti, dove facciamo 230 alzate di sipario all’anno, una stagione con 17 opere e 14 balletti e dove io dirigo cinque produzioni a stagione. Quello di direttore artistico è un mestiere che sto imparando: mi occupo dei contratti, delle coproduzioni, sto stabilendo una rete di contatti… mi piace. Ho tanti progetti! L’86% delle serate sono “sold out”,  a febbraio 2020 metteremo in scena Il giocatore di Prokof’ev con Asmik Grigorian: otto mesi  prima del debutto  è già tutto esaurito! Ho lanciato un concorso per un nuovo allestimento di Traviata nel 2020: il budget è di 200.000 euro, sarà il pubblico a scegliere il regista che la metterà in scena visionandone i progetti. E’ un modo per coinvolgere il pubblico, certo è rischioso ma è interessante. Il direttore artistico deve orientare? Educare? Chi sono io per educare? Voglio provare questa forma di coinvolgimento. Poi abbiamo in programma molte coproduzioni, andremo in Oman, ci saranno collaborazioni con teatri italiani, francesi… Se ti chiudi sei perduto, Vilnius è un crocevia strategico, lo era per l’ambra, per i porti, può esserlo anche per la musica. Ispirandomi alle esperienze di Opera Camion realizzate a Roma e a Palermo e che portano l’opera nelle periferie ho pensato a “Opera on the Beach” per raggiungere i paesini della Lituania più distanti da Vilnius e per portare l’opera sulle rive del Baltico, e poi nel 2021 metteremo in scena un’opera barocca e mi piacerebbe tanto fondare un ensemble barocco»

Lei ha studiato prima la tromba, poi composizione, ma il sogno finale era la direzione d’orchestra?

«Mia madre dice che da piccolo io dicevo che avrei fatto o il direttore d’orchestra o il politico! Siamo sinceri, se uno non è almeno un po’ egocentrico il direttore d’orchestra non lo fa, ci vuole almeno un po’ di autostima. Io all’inizio pensavo alla composizione, ho vinto anche dei concorsi, poi ho scoperto che la direzione d’orchestra mi dava di più, non solo per quanto riguarda l’interpretazione e la possibilità di interpretare cose scritte da altri, ma proprio per il contatto con gli altri musicisti. Se fai il compositore sei solo, nel tuo studio, con un pianoforte, il direttore d’orchestra invece è in contatto con una moltitudine di persone, le maestranze del teatro, i tecnici, e poi il pubblico, insomma io sono per un rapporto inclusivo e per i rapporti con gli altri, non sono per una scelta solipsistica: se dalla mia vita togliessero il rapporto con le altre persone morirei. E allora fare il direttore d’orchestra è bellissimo perché mi sento più che mai partecipe e vivo lavorando con tante altre persone. Certo, ti assumi delle responsabilità, devi sapere che cos’è la leadership, ma è bellissimo. Io lo dico sempre: dirigere è un atto erotico, stai respirando con altre 250 persone e stai provando la stessa emozione!»

Quell’emozione come si trasmette all’orchestra? Parlando molto, filosofeggiando? Solo con il gesto?

«Per Ecuba che ho studiato in una notte la prima cosa alla quale ho pensato era far funzionare i tempi e la meccanica, poi più studi più interiorizzi. Certo fare musica all’aperto ha i suoi rischi e una sera può esserci il vento e una sera può fare caldissimo, insomma è tutto sempre migliorabile. La perfezione non c’è. E’ come fare il risotto all’Amarone: una volta ti viene benissimo, la volta dopo il midollo non è così buono e non viene così bene. Tutta questa premessa per dire che provare vuol dire partecipare insieme a qualcosa, prima fai funzionare il gesto, poi parli. Certo, puoi usare termini appropriati e precisi se vuoi rendere un’idea: per avere un suono liquido puoi raccontare l’immagine di un mare piatto, puoi chiedere di alleggerire…Io non filosofeggio, diciamo che esiste un’indicazione tecnico-meccanica e poi può esserci un’indicazione poetica».

Concludiamo con un gioco impossibile. Può incontrare un direttore d’orchestra del passato: chi vorrebbe incontrare e cosa gli domanderebbe?

«Facciamo due? Uno è sicuramente Leonard Bernstein. Gli domanderei: “come fai a respirare musica così, in qualsiasi repertorio? Come fai a far sembrare tutto così semplice, così naturale? Ad essere un trascinatore?” Lui è stato veramente il cantore di un intero paese. L’altro è chiaramente Toscanini. Per il suo temperamento, perché insieme ad altri tre o quattro ha inventato la direzione d’orchestra. Vorrei chiedergli di più, sapere di più su di lui, è ancora un personaggio misterioso, lui è la nostra storia, è stato un pioniere!»