Cinque canzoni di Áurea Martins

Cinque brani dal nuovo disco Senhora das Folhas per raccontare la cantante brasiliana

Aurea Martin Sehnora da Folhas
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Rezadeiras, curandeiras, benzedeiras: donne che pregano, che curano, che benedicono. Spesso, in Brasile uno di questi nomi implica anche gli altri due e rimanda a forme sincretiche di spiritualità in cui le conoscenze e le pratiche di cura delle popolazioni indigene e di ascendenza africana incontrano e sono veicolate dalle icone del mondo sacro cristiano. Ma quando si parla di “foglie”, tutti capiscono che ci stiamo affidando a tradizioni precristiane. Chi meglio di Áurea Martins poteva riunire insieme rami e foglie diverse di queste tradizioni?

Áurea Martins, ovvero Áldima Pereira dos Santos, è nata nel 1940 nel quartiere Campo Grande, nella regione occidentale di Rio de Janeiro. Fin da bambina ha cantato nel coro della Chiesa di Nossa Senhora do Desterro, la protettrice di tutti gli sfollati. Il suo nome artistico venne negli anni Sessanta con i programmi radiofonici della Rádio Nacional, e con l’album del debutto nel 1972, O amor em paz, con gli arrangiamenti di Luiz Eça.

Tanto apprezzata a livello locale, quanto dimenticata dal resto del Brasile, la sua carriera discografica è ripartita grazie all’incontro con l’etichetta Biscoito Fino e l’album Até sangrar, che nel 2009 le valse il primo posto al Prêmio da Música Brasileira. Per questa nuova produzione – Senhora das Folhas – ha voluto accanto a sé la produttrice Renata Grecco e il violinista e violoncellista Lui Coimbra, molto sensibili nel percorrere con lei il cammino che attraversa i sentieri del Brasile rurale, a fianco di ricercatrici e musiciste come la paulista Renata Rosa e la bahiana Maria Bethânia, pioniere nell’esplorare i legami fra la nuda voce e le musiche rituali, fra richiami della voce solista e coro, in contesti culturali diversi.

Aurea Martin Sehnora da Folhas

“Banho de Manjericão”

Nel nuovo album non poteva mancare “Banho de Manjericão” scritta del 1979 da due autori carioca, João Nogueira e Paulo César Pinheiro e arrivata al grande pubblico con la voce di Clara Nunes. È un canto emblematico dei sincretismi che fanno confluire le percussioni e le orazioni di matrice afrodiscendente nelle invocazioni ai vari santi cristiani, Pai Benedito, Pai Antônio, São Cipriano. Proprio la coppia, musicale e nella vita, Paulo César Pinheiro e Clara Nunes, aveva pubblicato nel 1976 l’album Canto das Três Raças: a oltre cinquant'anni di distanza, Áurea Martins amplia ulteriormente il ventaglio di tradizioni religiose cui attingere anche in chiave artistica.

“A Rezadeira”

Il suono della voce trasmessa dalla radio sposta il dialogo ad una canzone emblema del rapper Projota, “A Rezadeira”, lanciata dieci anni fa e qui trasformata, occasione per un duetto con il cantante Moyseis Marques, occhi e cuore aperti sulle ferite delle periferie urbane, un dolore che si rinnova ad ogni decennio nelle strade così come nella musica, da “Tiro de Misericórdia” di João Bosco e Aldir Blanc a “O Meu Guri” di Chico Buarque, testimonianze di chi viene ucciso troppo presto dalle diseguaglianze sociali.

“Araruna”

È il canto degli uccelli a restituire la pace e l’attenzione per il ciclo della vita: introduce “Araruna”, scritta dalla cearense Marlui Miranda e da Nahiri Asuniri, del popolo Asuniri, con un testo che insieme alla lingua Parakanã della regione Pará, coinvolge anche il cantante André Gabeh. Áurea Martins inserisce nella prima parte del brano anche i versi di “Vô Madeira”, della poetessa Macuxi Julie Dorrico, ode alla capacità di trasformarsi e guardare il mondo con occhi nuovi e denuncia del denaro, “veleno dell’anima”. Le alternative? Basta guardare all’universo di riferimenti femminili delle popolazioni indigene (più di una di queste donne è protagonista di “Ponto das Caboclas”, scritta da Camila Costa).

 “Sem Folhas Não Tem Orixás”

 “Sem Folhas Não Tem Orixás” accompagna inizialmente la voce solo con una kalimba per poi cantare dal pantheon Yoruba Ossaim: tutti gli “orixá” hanno le proprie erbe, le proprie foglie, ma solo Ossaim, e gli altri orixá della foresta, Ogum e Oxóssi, conoscono i segreti di tutte le piante (ewê) e le parole (ofó) che risvegliano forza e potere: “Kó si ewé, kó sí Òrìsà”, recita la canzone, senza foglie non c’è orixá, non c’è culto del Candomblé.

“Me Curar de Mim”

E c’è spazio anche per un inno laico, quella “Me Curar de Mim” composta dalla pernambucana Flaira Ferro, un invito a prendersi cura di sé riconoscendo i propri limiti: “se eu não tiver coragem/ pra enfrentar os meus defeitos/ de que forma, de que jeito/ eu vou me curar de mim?” (se non ho il coraggio/ di affrontare i miei difetti/ in che modo/ potrò curare me stessa?)

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