Che fine ha fatto Tyrone Washington?

Un paio di dischi da solista, di cui uno per Blue Note nel 1966, e collaborazioni di peso per una "meteora" del jazz: ecco la sua storia

Tyrone Washington
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Nella magmatica galassia delle “meteore” jazz, quei musicisti che sono apparsi – a volte creando un grande bagliore – per poi scomparire più o meno rapidamente nel nulla, la figura del sassofonista Tyrone Washington occupa un posto originale.

Entra dalla porta principale, il nostro Tyrone, incidendo in un disco Blue Note nel 1966, nel gruppo del pianista Horace Silver. Il disco si chiama The Jody Grind ed è tra i più amati – direi comprensibilmente – dai fan di Silver. 

Nella formazione c’è anche il trombettista Woody Shaw, amico di famiglia e, a quanto riferisce il fratello di Washington, persona che convince Tyrone a lasciare la Howard University e tuffarsi nel mondo jazz di New York. 

A fine dicembre del 1967 Washington entra in studio per quello che sarà il suo primo e unico disco da leader per la Blue Note, Natural Essence. Con lui ci sono l’amico Shaw, James Spaulding a alto e flauto, Kenny Barron al piano, Reggie Workman al contrabbasso e Joe Chambers alla batteria. 

Sono passati pochi mesi dalla morte di John Coltrane e il lascito bruciante della sua espressività è chiaramente evidente nel fraseggio del nostro, che pur su una struttura solidamente hard-bop, incorpora nel lessico suggestioni più libere, in un'ideale congiunzione tra il visceralismo blues e l’urlo free.

– Leggi anche: Il peggior documentario su John Coltrane mai prodotto


Il contributo su Blue Note prevede anche la partecipazione a Contrasts dell’organista Larry Young e due sedute dell’estate del 1968 mai pubblicate, una a nome dell’altosassofonista Jackie McLean e l’altra a proprio nome – famosa nel giro degli appassionati con il nome di “Trainwreck” – con Herbie Hancock, Herbie Lewis e Jack DeJohnette.

Ritroviamo Washington in Brilliant Circles del pianista Stanley Cowell, eccellente esito non solo della creatività del leader, ma anche di quel momento di passaggio che ben sintetizza le tensioni tra le diverse linee di esplorazione del linguaggio afroamericano negli anni di esplosione del rock. 

Nel 1971 Washington partecipa poi all’incisione di un paio di tracce più anomale a nome del pianista e compositore Heiner Stadler – artista che si è sempre mosso nel non facile terreno tra jazz e musica classica –, tracce che usciranno nel 1973 nel disco Brains On Fire e in cui Washington esibisce nuovamente sonorità potenti e viscerali.

Per un nuovo lavoro a suo nome dobbiamo attendere invece il 1973, quando la Perception pubblica Roots, in quartetto con Hubert Eaves, Stafford James e Clifford Barbaro Barconadhii.

Disco – come spesso accade – più ambito dai DJ in cerca di rare grooves che non dagli appassionati di jazz (Madlib/Quasimoto userà “Submission” tra i materiali della sua “Return of the Loop Digga”) Roots conferma sia il vigore polistilistico del sassofonista, che il suo desiderio, già emerso in Natural Essence, di riflettere sull’esistenza, sul ruolo dell’essere umano nel mondo e sulla necessità di una nuova spiritualità

A tracce come la nervosa e funkeggiante “Submission”, già citata, si affiancano la lettura dell’allora fresca hit “You Are the Sunshine of My Life” di Stevie Wonder e momenti molto diversi come “1980” o la avvolgente “Spiritual Life Of The Universe”

Ultimo disco a nome di Washington è Do Right, che esce per la Blue Labor, ma che ha trovato in anni recenti la “fama” di una ristampa per la P-Vine e l’inclusione di una traccia nella raccolta hipster della Soul Jazz Black Fire! New Spirits! Radical And Revolutionary Jazz In The U.S.A. 1957 - 1982

Se “Universal Spiritual Revolt” ben soddisfa i criteri tematici della raccolta, non è necessariamente il pezzo più rappresentativo del disco: inciso con una band in cui spiccano René McLean e il drumming trascinante di Idris Muhammad, Do Right è piuttosto un onesto artefatto jazz-funk del periodo, in cui spiccano la title-track o “Brother Man” e in cui il nostro si produce anche al canto.

L’ultima testimonianza discografica di Tyrone Washington è la partecipazione a Blown Bone  del trombonista Roswell Rudd: siamo nel 1976 e nell’ottetto di Rudd ci sono – a vario titolo e combinazione – personaggi come Steve Lacy al soprano, Enrico Rava alla tromba (ma non nella seduta di registrazione con Washington), Paul Motian alla batteria, Wilbur Little al basso e Louisiana Red alla chitarra. Eclettismo stilistico tipicamente da Rudd, quello che imbeve il disco, cui il nostro sassofonista contribuisce con calore, come sempre.

Scorrono qui i titoli di coda della carriera musicale di Tyrone Washington, che scompare definitivamente dai radar jazzistici, tanto che qualche critico lo dà anche per morto (cosa abbastanza comune, come accadde quando scomparvero anche ai recentemente defunti Henry Grimes e Giuseppi Logan).

In realtà la tensione spirituale di Washington non aveva più trovato nel sassofono e nella musica il giusto mezzo: cambiato il proprio nome in Bialar Mohammed, Washington sceglie la vita del predicatore religioso – che, da quanto sappiamo, continua anche oggi.

In una nota più volte citata sul web, è lo stesso fratello di Tyrone, Bob, a confermare che Washington ha «completely abandoned music for preaching the gospel», ed è un po’ un peccato che l’italiano (“vangelo” o “parola di Dio”) non renda al meglio la vicinanza di questa attività con la musica afroamericana.

Di Washington ci restano i dischi di cui abbiamo parlato qui, certo non dei capolavori, ma testimonianze vive di un periodo di veloce evoluzione della musica nera, così come di una personalità certo talentuosa e sincera, il cui sassofono rovente colpisce ancora al cuore, come nel caso di “Song Of Peace”, tema che chiudeva Natural Essence nella semplicità del trio con solo basso e batteria. 

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