Alla scoperta del Maqām

Esce per Squilibri Maqām. Percorsi tra le musiche d’arte in area mediorientale e centroasiatica dell'etnomusicologo Giovanni De Zorzi

Maqam De Zorzi
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Quando, nel 1959, il disco leggendario di Miles Davis Kind of Blue fece irruzione sulle scene e sul mercato jazzistico, con la sua formidabile aura di magia realizzata in studio con parche indicazioni, e le consuete antenne sensibili del “Dark Magus” rivolte al futuro, molte persone e moltissimi musicisti cominciarono a fare i conti con la musica “modale”. In realtà si trattava di note ancora scientemente tenute in bilico tra armonia tradizionale e modalità, una sorta di compromesso tra le due aree, ma lo choc fu notevole. Venne alla luce, come si fosse scoperchiata una scatola dal contenuto misterioso, il segreto di quella che a una mente occidentale eurocentrica potrebbe sembrare una contraddizione in termini: una enorme libertà di movimento (anche nelle campiture temporali, estensibili all’infinito, potenzialmente), basata però sul ricorso a poche scale di note, non sull’appoggio strutturale a una griglia di accordi sottesa a sostenere i profili melodici, come nelle canzoni. 

Il principio della modalità  governa gran parte delle musiche del pianeta, comunque vogliate definirle con tutte le armi spuntate dell’imprecisione terminologica nascoste in termini come “musica etnica”, “musiche non eurocolte”, musiche “di tradizione”. La modalità implica la conoscenza e la valorizzazione di un’infinità di parametri musicali che molto spesso non possono neppure trovare spazio nella classica notazione occidentale su carta, dove vige una sorta di “primato dell’occhio”. Molte musiche modali vivono di interazione maestro allievo, di un’altra concezione del tempo (musicale e no), di un’educazione dell’orecchio diversa che deve mettere in conto uno straordinario allenamento a cogliere intervalli inferiori al semitono. Qui spuntano figure di maestri fors’anche enfatizzate eccessivamente nei secoli successivi, ma che ci raccontano di un gran fermento culturale: ad esempio quando il musicista, poeta e gastronomo mesopotamico di origine persiana  Zyriab (789-857) fuggì da Bagdad per rifugiarsi ne califfato iberico di Cordova, la sua scuola di musica per suonatori di oud e cantanti divenne l’epicentro di studio e diffusione di note che senz’altro avevano a che fare con la modalità, anche se è da dimostrare che siano state antenate dirette e decise della nuba e del maqām. 

Maqam De Zorzi Nota Records

Siamo arrivati alla parola – guida, finalmente: maqām. Si intitola proprio così un libro che mancava nel panorama editoriale italiano interessato alle “altre” musiche: Maqām. Percorsi tra le musiche d’arte in area mediorientale e centroasiatica (Squilibri). Lo ha scritto Giovanni De Zorzi, un nome che spesso chi segue la le musiche dal mondo ha ritrovato in bei dischi. De Zorzi è etnomusicologo e musicista, solista di flauto ney  e membro dell’Ensemble Marâghi, specializzato nella ricerca proprio negli estesi territori musicali indicati dal sottotitolo, ai quali ha dedicato ricerche e dischi di grande spessore. Maqām, ci racconta De Zorzi in un testo che ha il pregio della scorrevolezza nella forma, e il rigore scientifico della documentazione, è una sorta di termine ombrello che abbraccia generi, forme, strumenti, cicli ritmici semplici e complessi, maturati nella progressiva diffusione delle culture islamiche, in un arco geografico immenso tracciabile tra la Penisola iberica e la Cina, e facendo centro, però, su un nucleo culturale primario, espresso in arabo e persiano.

Maqām è una sorta di termine ombrello che abbraccia generi, forme, strumenti, cicli ritmici semplici e complessi.

 Un patrimonio culturale ancorato a una sorta di common ground, di koiné che ha subito un serio colpo con l’avvento degli stati nazionali  moderni. Maqām (altresì detto nuba, wasla, malhun, zajal) identifica anche e soprattutto un approccio alla musica che tiene in conto una componente emotiva di per sé legata al “modo”, alla “scala” che viene usata. In altre parole, la musica scelta incorpora anche precise caratteristiche relazionali, e ed è inserita nel flusso generale della comunicazione interpersonale, con codificazioni estetiche complesse e raffinatissime. Quanto tali pratiche e riflessioni abbiano influito sulla musica d’Occidente prima, poi e sullo sfaccettato universo delle note afroamericane scaturite dalla frizione tra due mondi, a partire dal XVI secolo è argomento attualismo, e continuamente indagato sulla scena della ricerca contemporanea. Nel jazz, ad esempio, ne abbiamo evidenze dirette. E il saggio di De Zorzi può fare da guida e viatico.

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