Addio a Paolo Burato

Un ricordo di Paolo Burato, negoziante di dischi a Venezia e videomaker di concerti

Paolo Burato negozio dischi Venezia
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Non so bene da dove iniziare questa storia, così la prendo apparentemente un po’ alla larga, ma in fondo non troppo. 

Qualche anno fa, quando ancora seguivo con una certa assiduità i blog che rendevano disponibili le registrazioni “pirata” di vecchi concerti, accadde che venne a mancare uno dei principali contributori del sito, uno di quei nerd che si muovono al margine dei palchi con registratori che nel tempo si sono fatti sempre più piccoli e fedeli, tutti concentrati a puntare microfoni e videocamere. Uno di quelli che a volte magari ti infastidiscono pure, perché si prendono i posti migliori o perché piazzano un cavalletto tra te e la musica.

Un post del blog ricordava accoratamente il defunto e mi ricordo di aver pensato a quanto importante fosse stata per tanti quell’attività un po’ sfigata e ingrata, per me in primis, che avevo potuto ascoltare concerti che mai avrei altrimenti ascoltato e che avevo potuto commuovere il mio amico Valter masterizzandogli alla bell’e meglio il primo concerto che mai avesse ascoltato in vita sua (Carla Bley a Lovere negli anni Settanta).

Ma adesso meglio prendere le cose meno alla larga (ci torneremo poi su quello che vi ho appena scritto) e venire al dunque, cioè a provare a ricordare la figura di Paolo Burato, morto all’improvviso mentre stava per apprestarsi a registrare un ennesimo concerto a un festival jazz.

Paolo Burato
Paolo Burato (foto di Mauro Sambo)

Perché se, specialmente negli ultimi anni, Paolo Burato, è stato una di quelle figure dedite alla videodocumentazione minuziosa di quanto avveniva nei festival e nelle rassegna del Nordest italiano, ma anche delle nazioni confinanti, chi non è più giovanissimo non può non associare il suo viso tondo e l’inconfondibile pizzetto a quella che era la sua attività precedente, quando ha gestito uno dei negozi di dischi più straordinari e peculiari d’Italia, il Discoland, in Campo San Barnaba a Venezia.

Ed è qui, in questa confluenza novecentesca e apparentemente demodé tra archiviazione e supporti che stanno sparendo, che la vita musicale di chi scrive – e di molte altre persone – ha avuto in qualche modo inizio, per cui proverò a raccontare Paolo raccontando inevitabilmente me stesso.

Quando ho iniziato il Liceo, negli anni Ottanta del secolo scorso, di negozi di dischi a Venezia ce n’erano diversi: solo per citarne qualcuno Caputo (piuttosto imbattibile per la varietà di scelta e le scaffalate di Nice Price), Barera, Brancaleon, ma il Discoland di Campo San Barnaba era decisamente un’altra cosa.

Perché aveva cose nuove, oscure, cool, d’avanguardia, contemporanee, import, indie prima dell’indie, ma soprattutto perché a guardia di tutto questo ben di Dio c’erano due persone che più che negozianti si potevano con generosità definire due entità da sfidare. C’era Franco, dalle gote avvampate d’ira, e c’era Paolo, apparentemente più bonario, ma egualmente inflessibile nel respingere con sdegno chi non avesse “capito” al volo lo spirito del negozio.

Già, perchè al Discoland mica potevi chiedere Baglioni o Sandy Marton, Ramazzotti o Clayderman, men che meno una raccolta di “musica veneziana”, come qualche volta a qualche incauto turista capitava di fare. Non potevi farlo, pena venire ricoperto da una serie di insulti che, a seconda dell’umore o della insensatezza della richiesta, potevano assumere toni di una certa sconvenienza.

Io andavo al liceo a 3 minuti di numero dal Discoland e, complice la possibilità di uscire per 15 minuti ogni mattina all’intervallo, ho iniziato a passare 13 di quei 15 minuti (2 servivano per trangugiare un panino) davanti a quella vetrina e, sempre più frequentemente, oltre la pericolosa soglia, imparando a costruirmi una discoteca, a fingere di sapere chi fossero nomi nuovi che Paolo a mezza bocca suggeriva e a evitare domande che avessero messo in pericolo la mia incolumità fisica.

Il Discoland teneva i bootleg, i fantomatici dischi pirata (spesso registrati in modo orrendo e con copertina fotocopiate e incollate sopra) dei concerti di Pink Floyd e Springsteen, di Genesis e U2… Li teneva, ma essendo cose che non erano propriamente “lecite”, non si poteva entrare urlando «avete nuovi bootleg di Tizio e Caio?», pena venire inseguiti fino al vicino sottoportico. Li teneva, ma come in una sorta di “proibizionismo” fuori tempo massimo, si doveva sussurrare la cosa, appoggiare con nonchalance il vinile sul bancone dopo averlo estratto dallo scaffale, con la complicità di chi appoggia un completino fetish vicino alla cassa del sexy-shop.

Il Discoland era una sorta di rito di iniziazione, ma una volta conquistata in un modo o nell’altro (lasciare giù diverse carte da diecimila al mese aiutava) la fiducia dei negozianti, si accedeva a un mondo in cui Tom Waits, i minimalisti, l'elettronica, David Sylvian e Zappa, il jazz più raffinato, Captain Beefheart e Joni Mitchell prendevano pian piano l’importanza che meritavano a scapito di quello che usciva dalle radioline.

Litigavano spesso anche tra di loro, Franco e Paolo, non solo con gli sventurati clienti. Tanto che quando Paolo restò finalmente solo a gestire il negozio, il clima si rasserenò molto.

E Paolo divenne un amico. Un amico che, a fare un conto approssimativo, devo essere andato a trovare una media di 3, 4 volte alla settimana dai miei 15 ai miei 30 anni (i dischi come terapia, come tempo e forse soldi ci siamo…), per comprare, ma anche per conoscere altri clienti, per chiacchierare di musica, insomma quelle cose che si facevano quando esistevano i negozi di dischi.

Non che le domande “scomode” fossero all’improvviso sdoganate. Agli incauti che osavano chiedere l’artista sbagliato venivano riservati caustici commenti e un più o meno esplicito benservito. Ma il Discoland si consolidava come “il” negozio di dischi più rilevante non solo della città, ma anche probabilmente della regione, meta di studenti e appassionati di ogni età.

Andava a giornate, Paolo. Potevi entrare e ricevere in cambio al massimo un paio di borbottii, così come potevi trovarlo in modalità “parlantina” e dover fronteggiare uno stream of consciousness difficile da arginare, un flusso in cui i discorsi sulle ultime uscite si mescolavano a una certa insofferenza per i tempi che cambiavano, in cui l’aneddoto su un concerto trascolorava dentro l’analisi un po’ livorosa dei gusti di qualcuno che gli aveva fatto perdere tempo o nella cupezza del presagito avvento di Napster!

Oltre alla musica, la sua grande passione erano i film, il cinema, anch’esso oggetto di grandi chiacchierate. Tanto che quando, complice il cambiamento del mercato (e anche un po’ di pessimismo che ha forse accelerato le cose) il business dei dischi iniziò a farsi complicato, Paolo provò a spostarsi verso il noleggio dei dvd.  Sempre a modo suo, iniziando a noleggiare film che nessuno noleggiava, Hitchcock e Fellini invece di Arma Letale 3, dovendosi arrendere però al fatto che i film dedicati al mercato del noleggio li decidevano i distributori, non lui (e un dvd in vendita non poteva essere messo nella macchina del noleggio).

Così finiva nei primi anni Duemila l’avventura del Discoland, il negozio che tutti conoscevano, che molti temevano, ma che non si poteva ignorare o evitare di amare.

Dopo la chiusura del negozio, Paolo sparisce un po’ dalla circolazione, passando molto tempo a casa con gli amati dvd e i dischi, facendo ogni tanto capolino al vicino jazz club ‘Round Midnight, ma l’amore per la musica e il video trova una nuova vita nell’attività di registrazione dei concerti. In città, ma anche in giro, insieme a altri appassionati come Fausto, l’altro Paolo, Mauro, trovando una comunità di amici con cui viaggiare e facendo un servizio importantissimo di documentazione senza mai chiedere una lira, al massimo un ingresso omaggio.

Te li faceva in dvd e in Blue-Ray, i concerti. Confezionandoli in modo professionale, senza mai mettere le cose online, anzi chiedendo sempre il permesso agli artisti e agli organizzatori che erano i primi destinatari delle copie. Con timidezza e generosità – mi fa sorridere ricordare le volte in cui fermava anche mia moglie, a cui di queste cose non frega molto, per elencare i concerti che aveva ripreso e mettendole in mano dei dvd o dei Blue-Ray per me, pur sapendo che non ho mai avuto un lettore Blue-Ray – e con tenacia, senza mai perdere quella qualità borbottante del confrontarsi, probabilmente insofferente a un mondo in cui le sue priorità erano diventate qualcosa di progressivamente marginale.

Con burbera bontà, una bontà che anche chi ricorda le sfuriate non propriamente ”customer friendly” non poteva in fondo non riconoscere.

Se n’è andato facendo quello che gli piaceva, Paolo. In modo improvviso e prematuro (in un ambiente tra l’altro ancora scosso dalla recente e sconvolgente scomparsa di un’altra persona meravigliosa come il batterista Enzo Carpentieri), ma in mezzo alle sue videocamere, agli amici e alla musica che erano la sua vita.

Allora forse capite perché mi è tornato in mente quel blog e quell’archivio di cui vi parlavo all’inizio. Perché il mondo della musica è anche fatto di queste figure apparentemente anonime e meno appariscenti, archivisti di suoni, immagini e storie che nessuno metterà mai in streaming e di cui rischi di accorgerti solo quando non ci sono più. Come un negozio di dischi, come l’entusiasmo per un concerto, come un sorriso che sfuggiva in mezzo ai brontolamenti e che cercheremo di non dimenticare. Ciao Paolo.
 

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