Addio a Lelio Giannetto, generatore di mondi

È morto a 59 anni Lelio Giannetto: un ricordo di Francesco Martinelli, Fabrizio Puglisi e Francesco Cusa

"La domenica delle pulizie", Trio Laura Bassi (Lelio Giannetto, Fabrizio Puglisi, Francesco Cusa), Bologna primi anni Novanta (per gentile concessione di Francesco Cusa)
"La domenica delle pulizie", Trio Laura Bassi (Lelio Giannetto, Fabrizio Puglisi, Francesco Cusa), Bologna primi anni Novanta (per gentile concessione di Francesco Cusa)
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jazz

Lo scorso 19 dicembre è morto di Covid, a 59, Lelio Giannetto. Abbiamo chiesto a Francesco Martinelli – critico e storico del jazz – e a Fabrizio Puglisi e Francesco Cusa – musicisti e collaboratori di Giannetto – di ricordarlo.

Un profilo di Lelio Giannetto

di Francesco Martinelli

Lelio Giannetto era nato a Palermo nel 1961. Dopo gli studi di contrabbasso classico, in cui si trova spesso in contrasto con la ristretta visione musicale del Conservatorio di Palermo dell'epoca, si dedica alla ricerca musicale assieme a una generazione di musicisti siciliani che si affaccia alla ribalta del jazz nazionale e internazionale alla fine degli anni Ottanta: Gianni Gebbia, Francesco Cusa, Fabrizio Puglisi, con cui condivide la residenza a Bologna e l'esperienza nel collettivo Basse Sfere.

Dopo l'esordio su disco nel progetto di Pino Minafra Quella sporca ½ Dozzina del 1990 assieme a figure guida della scena jazz italiana come Bruno Tommaso, Antonello Salis, Carlo Actis Dato, è alla metà degli anni Novanta che l'esperienza bolognese produce i suoi migliori esiti su disco, come l'album Specchio Ensemble prodotto in collaborazione con il festival Angelica.

Dopo il ritorno a Palermo fonda nel 1997 con Gianni Gebbia Curva minore, associazione per la divulgazione delle musiche innovative, che organizza innumerevoli eventi portando a Palermo figure chiave della musica improvvisata europea come Alvin Curran, Eugene Chadbourne, Ernst Reijseger, Louis Sclavis, Mike Cooper, Fred Frith, Jean-Marc Montera, Hélène Breschand, John Tilbury, Gunter Baby Sommer, Barre Phillips, Joelle Leandre e Sebi Tramontana.

La qualità delle sue collaborazioni internazionali e il respiro di Curva Minore sono testimoniati da produzioni come Night in Palermo, doppio cd della Rastascan californiana, assieme a Gebbia, Damon Smith, Gino Robair, e Miriam Palma. Particolarmente interessato dalla confluenza di diversi linguaggi espressivi, Giannetto collabora con il cuntastorie di Bagdad Yousif Latif Jaralla, con la coreografa Alessandra Fazzino, con il regista Salvo Cuccia, in un intreccio di rapporti profondamente radicati nella cultura palermitana e allo stesso tempo cosmopoliti nell'ispirazione.

Negli ultimi anni si era dedicato a sviluppare progetti attinenti alla tematica del paesaggio sonoro: oltre a SOS SOUNDS OF(F) SICILY tra le composizioni in situ ricordiamo: risUoNA MUSICA, Suono Santo Subito, e la recentissima RiEvoluzione 2020 svoltasi in diretta streaming dal 7 novembre al 5 dicembre 2020 in tre sedi differenti: lo stabilimento Florio di Favignana, il museo Pepoli di Trapani e l’ex convento di Santa Maria della Croce a Scicli.

Innamorato profondamente del contrabbasso, che utilizzava come una estensione corporea, Giannetto aveva creato un trio di contrabbassi autoironicamente chiamato Trio d'Orchi e nel 2014 aveva partecipato alla inaugurazione del Festival di Moers in BASSMASSE, un progetto speciale di Sebastian Gramss per 50 contrabbassi. Recentemente il pianista e compositore statunitense Thollem McDonas aveva inserito una registrazione con musicisti della Sicilian Improvisers Orchestra creata da Giannetto nel suo progetto globale Astral Traveling Sessions.

Il mio ultimo ricordo personale di Lelio risale a cinque o sei anni fa, dopo l'uscita del volume su Albert Ayler da me curato assieme ad Antonio Pellicori per la ETS di Pisa. Lelio non poteva che essere affascinato dalla musica visionaria di Ayler, e Curva Minore promosse un festival Ayler presso l'appena riaperto Teatro Garibaldi alla Kalsa cui presero parte Gianni Gebbia, in trio con Giannetto e Carmelo Graceffa; Eco d'alberi, con Edoardo Marraffa, Alberto Braida, Antonio Borghini e Fabrizio Spera, e la Sicilian Improvisers orchestra guidata da Marraffa. In una serie di indimenticabili intense serate fummo tutti travolti dal ciclone Ayler/Giannetto, un'energia che mancherà sicuramente alla vita culturale della città siciliana.

Fummo tutti travolti dal ciclone Ayler/Giannetto, un'energia che mancherà sicuramente alla vita culturale della città siciliana.

La miglior documentazione della sua attività di instancabile organizzatore e musicista visionario si trova nella splendida pubblicazione curata dall'Archivio Antonio Uccello dedicata ai primi dieci anni di attività dell'associazione: CURVA MINORE, contemporary sound. Musica nuova in Sicilia 1997-2007, a cura di Gaetano Pennino, Regione Sicilia 2009. Al volume sono allegati tre cd antologici che documentano alcuni dei progetti di Curva Minore e il testo è integralmente disponibile qui.

Lelio è Noi

di Fabrizio Puglisi 

Lelio è un miracolo, un’idea vivente incarnata in un corpo risuonante. Lelio ha realizzato un miracolo e riusciva a trasmettere questa sensazione ai musicisti, pittori, poeti, danzatori, tecnici e al pubblico coinvolto nelle sue rassegne.

A Palermo programmare dei concerti di nuove musiche è un miracolo quotidiano, scientificamente realizzato con un prezioso lavorio artigianale di relazioni umane le quali realizzavano, tutte insieme con spaventosa potenza, un tutti di singole coscienze molto superiore alla somma delle parti.

Lelio è portare gli artisti ospiti a vedere i morti mummificati alla Cripta dei Cappuccini o a mangiare a basso prezzo dalla signora anziana che ti ospitava nel salotto della sua casa terrana. Non era certo un problema di budget. In Sicilia il cibo di qualità è alla portata di tutti. Si trattava di far realizzare (si trattasse di Louis Sclavis, Ernst Reijseger o di qualche autorevole compositore contemporaneo) che suonare quelle musiche a Palermo non è lo stesso che farlo Parigi o Bruxelles. E certamente Palermo grazie a Curva Minore è una città all’avanguardia sul piano delle nuove musiche, con quella evidente eccezionalità che queste riescono a trovare nelle provincie dell’Impero, da Meldola a Padova a Ferrara fino al Festival di Sant’Anna Arresi diretto da un altro visionario, Basilio Sulis, che purtroppo ci ha lasciato in questo anno bisestile.

Miracoli. Sì, e assolutamente necessari, ottenuti con passione vitalistica, visione di medio/lungo periodo ed una grande dose di lucida follia, una definizione che spesso viene pronunciata quando si parla di Lelio.

Lelio è nel suo portare lo sberleffo nei luoghi più seriosi dell’Accademia con amplificato gusto sadico, nel far risuonare l’aria con il suono pieno e corposo del suo arco, talvolta contrapposto con teatralità da commedia dell’arte all’uso della voce in falsetto con timbri che vanno dai Cugini di Campagna a Giacinto Scelsi fino alle urla delle signore di qualche cuttigghio palermitano in un continuo smascheramento di luoghi comuni e di aspettative. Un racconto grondante di realtà estatica ma anche terrigna e persino puzzolente da contrapporre alla superficialità digitalizzata del Dopostoria e del mainstream.

Lelio è nel suo portare lo sberleffo nei luoghi più seriosi dell’Accademia con amplificato gusto sadico, nel far risuonare l’aria con il suono pieno e corposo del suo arco.

Tantissimi sono i pensieri e i ricordi associati alla perdita fisica di Lelio, pezzi del mio inconscio fatti dalle esperienze condivise insieme in anni fondamentali della nostra formazione, a partire dalla sua permanenza bolognese degli anni Novanta e dalle nostre scorribande tra Bologna, Berlino e Amsterdam con il collettivo Bassesfere.

Ma è impossibile dire di Lelio al passato perché lui, con innegabile evidenza, è.

Impossibile restare inerti di fronte a questo enorme albero di Curva Minore che in quasi venticinque anni ha continuato a crescere e svilupparsi creando profonde radici. Quando si innesta un processo sociale-culturale-artistico come un organismo vivente questo poi vive di vita propria, purché qualcuno ne sappia cogliere i frutti.

Il miracolo che Lelio è (come esempio di antica testardaggine proiettata nella realizzazione di un futuro, di qualcosa che non è ancora stato fatto, pensato o ascoltato) fa riflettere.

Ci fa sentire l’esigenza di uscire dal guscio del conformismo, di rimetterci in strada per rimboccarci le maniche, progettare cose impossibili e realizzarle, per cercare il bello e trovarlo insieme alle persone affini e anche a quelle non affini. Perché è impossibile negare la forza, la determinazione, l’intelligenza, la profondità, la generosità, la follia insieme alla lucida capacità costruttiva, quando si presenta così potente come in Lelio.

A Lelio

di Francesco Cusa

Chi scompare porta via con sé un pezzo del nostro vissuto. 
Naturalmente. 
Quando poi scompare un artista si chiude il sipario. 
Si rimane al buio. 
Senza luci. 
Senza spettatori. 
Al buio. 
Passano i minuti. 
Passano le ore. 
Passano i giorni. 
Poi uno si alza. 
Cammina tentoni e con fatica ritrova la via d’uscita. 
Eccola la luce del giorno con tutta la vita dentro. 
Già. 
Brulica ancora di vita questo mondo. 
È trascorsa un’unica, immane notte.
Alle spalle, il teatro è chiuso, sbarrato, fatiscente. 
Lelio Giannetto era un “teatro”. Di più, era il corpo, la panza, il culo, le braccia e le gambe della follia del teatro. Lelio, con quell’attaccatura dei capelli… 
Pareva non cominciare dalla fronte, pareva non cominciare mai l’attaccamento della sua criniera, pareva quasi il prolungamento delle sopracciglia, quella folta chioma, pareva la chioma di una chimera. 

Conobbi Lelio quando, boh? Sarà stato il 1989. A ben pensarci sono oltre trent’anni che ho a che fare, a fasi alterne, con questo straordinario, strabordante generatore di meraviglie e sommo fracassatore di palle. 
Insomma, ci siamo presentati nel 1989. Allora ero appena arrivato a Bologna, e lui suonava nel locale della deliziosa Anna Assenza insieme alla buonanima di Vittorio Villa e al mitico Gianni Gebbia. Alla fine del concerto mi avvicinai, ciao di qua e ciao di là… in buona sostanza mi liquidò malamente. Se la tirava. Antipaticissimo. Vabbè, dopo qualche anno finimmo con l’abitare insieme, in quel di Laura Bassi a Bologna, con quell’altro pelandrone e gigantesco pianista che risponde al nome di Fabrizio Puglisi (vedi foto “La domenica delle pulizie”, in apertura).

Vi potete solo immaginare cosa abbia significato una simile convivenza. A voler sintetizzare era una specie di fratellanza punk-jazz-sicula-orientale-occidentale-vessatoria-goliardica, composta di generosità, tranelli, massacri e benedizioni (una volta entrò un pipistrello in bagno e io ero terrorizzato… avreste dovuto vedere Lelio bardato in una sorta di burqa colorato, marciare con un secchio in testa in direzione cesso. Dalla finestra a vetri assistevamo timorosi a una sorta di lotta accelerata, come in una comica degli anni Trenta che potremmo titolare: “Lelio e il Pipistrello”. Ah, avreste “anche” dovuto vedere la sua uscita trionfale: ”L’ho fatto uscire, l’ho fatto uscireeee!” Macché; il pipistrello si era nascosto dentro lo scaldabagno e, indovinate chi ebbe la peggio? Naturalmente il sottoscritto, durante una delle mie regali abluzioni notturne. Per giorni nessuno osò entrare in bagno e Lelio ebbe la geniale idea di attaccare un cartello sulla porta: “Attenzione, pipistrello in bagno!”). Potrei andare avanti per pagine e pagine… quante ne sono successe… non mi dilungherò oltre. 

Vorrei dirvi che Lelio era/è così, “donchisciottesco”. Partiva/parte lancia in resta a bucare il culo dell’Accademia, il suo culo, quello degli altri, il culo del jazz, il culo della musica improvvisata, tutti i culi poggiati comodamente su poderosi scranni, ma anche quelli dei poveri cristi col culo per terra, il culo della Luna, il culo del Sole, il culo di tutto il sistema solare eccetera eccetera fino ad arrivare al buco di culo di Satanasso, del Demiurgo e via discorrendo. 
Voleva sbucare dall’altra parte, Lelio, per smontare il resto dello Scibile a colpi d’archetto.

Se ci pensate bene, Lelio è stato una maschera del nostro tempo cosmetico, il “Giannetto”, una sorta di figura retorica, di Bagatto, di saltellante generatore di mondi, di scomodo agitatore sonoro.

Se ci pensate bene, Lelio è stato una maschera del nostro tempo cosmetico, il “Giannetto”, una sorta di figura retorica, di Bagatto, di saltellante generatore di mondi, di scomodo agitatore sonoro. Non stava mai fermo! La sua era una danza incessante, centripeta e centrifuga, un moto perpetuo metropolitano e di provincia, una sommatoria di segni che ti costringeva a prendere atto del “limite”, della crepa del sistema. Era tutto un fare: piglia di qua, molla di là, smonta a destra, rimonta a sinistra, e il contrabbasso, e l’archetto, e la rassegna, e i biglietti dell’aereo, e vaffanculo, e ti amo, mi inginocchio, ti voglio bene, vai a cagare, con te ho chiuso, sei un grande, mi hai fatto commuovere, Cusa va caca, e smorfie, a sacchi in testa, e piririripiri, e paraparapara, Lelio in che cazzo di B&B mi hai messo!, scendi, sali, chiudi, apri, richiudi, non aprire… ho perfino messo un suo messaggio alla mia segreteria telefonica come ghost track nel cd Psicopatologia del Serial Killer.

Distruttivo e creatore come solo uno del segno del Leone può essere, Lelio è anche una parte del mio vissuto, e si porta dietro tanta della mia luce e tanta della mia ombra, nonché gli ardori della nostra forza del passato. Terrò sempre una sua foto sulla mia scrivania, assieme a quella dell’altro mio amico fraterno Gianni Lenoci e, credetemi, non è retorica, mi piace pensarli adesso insieme come pura essenza di radice, ein sof, spirito puro, in altre parole santi, che questo diventano poi gli artisti.

Stasera soffia forte il vento nella mia nuova dimora e gli alberi ondeggiano a salutare il Lelio Don Chisciotte. Lo vedo risalire come una saetta in una spirale di cielo, nel buio della notte piovosa che si fa teatro, con i suoi occhi spiritati e la risata che scoppietta. Ma è stato un attimo. Sono riapparse adesso le sparute luci natalizie, che brillano della modestia delle case male addobbate. Paiono frequenze altre, distanti e siderali testimonianze del culto dell’uomo, cose che Lelio ha oramai superato per sempre e che rimangono attaccate a noi come orpelli di un presente che scivola inesorabilmente con le nostre lacrime.

Il mio gatto Lucrezio dorme sul divano. È  il suo primo giorno, qui nella sua nuova casa. È il nostro primo giorno di sempre.

PS: Rimane l’enorme lascito del suo lavoro e il dovere morale di portare avanti la sua opera tramite un processo collettivo che possa raccogliere le sue infinite manifestazioni e la complessità della sua esistenza. 

Lelio Giannetto (foto di Francesco Cusa)
Lelio Giannetto (foto di Francesco Cusa)

 

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