Tirannide, guerra e violenza nello Stupro di Lucrezia

Una buona edizione dell’opera da camera di Britten al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto

 The rape of Lucretia  (Foto Riccardo Spinella)
The rape of Lucretia  (Foto Riccardo Spinella)
Recensione
classica
Spoleto, Teatro Caio Melisso
The rape of Lucretia  
03 Settembre 2021 - 05 Settembre 2021

Storia e mito si confondono nello stupro di Lucrezia da parte del figlio di Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma. Introdottosi nella sua casa con l’inganno, il giovane Tarquinio prende con la forza Lucrezia, che, sebbene innocente, si suicida per l’oltraggio subito: fin qui tutto “normale”, invece non è normale che non sia suo marito Collatino a vendicare personalmente l’offesa recata al suo onore bensì sia l’intero popolo romano a ribellarsi contro il dispotismo e la prepotenza dei Tarquini, a cacciare il re e ad instaurare la repubblica. È sia un mito di fondazione, come l’uccisione di Remo da parte di Romolo, sia un esempio paradigmatico della virtù romana opposta alla tirannide, alla violenza bestiale e alla depravazione dei costumi degli altri popoli (i Tarquini erano etruschi).

In The rape of Lucretia  Benjamin Britten certamente non si tira indietro davanti alla violenza della vicenda, come vedremo. Ma la amputa quasi totalmente della sua conclusione, cioè la ribellione contro la tirannide e la fondazione della repubblica, in cui sta il vero significato del mito: vi accenna rapidamente ma poi conclude con il coro - formato da due voci, una maschile e una femminile - che canta: “Tutta questa sofferenza e questo dolore è invano?... Per noi Egli morì, perché noi potessimo vivere, ed Egli perdonare… Gesù Cristo Salvatore. Egli è tutto! Egli è tutto!” Potrebbe sembrare una conclusione assolutamente incongrua per qualcosa che accadde più di cinquecento anni prima di Cristo, ma ha una sua ragione: la profonda fede religiosa induce Britten a ritenere suo dovere indicare una luce di speranza dopo la violenza della tirannide e l’orrore della guerra (l’opera fu scritta nel 1946) e proporre l’esempio di Cristo come unico rimedio al male e via di salvezza.

È importante chiarire questo punto, altrimenti una simile conclusione in chiave cristiana potrebbe sembrare un’appendice posticcia alla violenza da tragedia greca di tutto il resto dell’opera. Un’opera cupa, un incubo opprimente, già dalle prime note, con la descrizione di Roma sotto il giogo di Tarquinio il Superbo, poi con la minacciosa atmosfera di guerra (Roma era in guerra con Ardea) che grava anche su un momento di riposo dei tre comandanti romani Collatino, Tarquinio e Giunio (inizialmente amici) e che aleggia nella stanza dove Lucrezia tesse con le sue ancelle. Questa violenza esplode senza freni nell’intermezzo orchestrale che descrive la furente cavalcata notturna di Tarquinio da Ardea a Roma per compiere il suo criminale proposito e poi nella lunga scena tra Lucrezia e Tarquinio, che culmina nello stupro e nel conseguente suicidio della donna. Questa è una delle scene più cariche di tensione e violenza (anche se lo stupro non viene rappresentato) di tutta l’opera del Novecento.

L’orchestra è la colonna portante di The rape of Lucretia  ed è formata da soli tredici elementi, che Salvatore Percacciolo ha spinto a momenti di grande violenza sonora e di estrema tensione drammatica, come richiedono le scene culminanti, ma senza mai oltrepassare il limite oltre il quale le sonorità dure, aggressive e spietate vanno fuori controllo. Ed è stato attento a non sovrastare le voci e a curare la sincronia tutt’altro che semplice tra orchestra e palcoscenico. Nel complesso un’ottima prova quella del direttore siciliano, ancora giovane ma già con alcuni anni d’esperienza alle spalle..

Dai cantanti quest’opera non pretende molto sotto l’aspetto puramente vocale (ma Lucretia, per fare un solo esempio, deve scendere fino al mi naturale grave, una nota alla portata solo di pochi contralti) mentre presenta molte difficoltà quanto alla precisione degli attacchi, dell’intonazione e del ritmo, che i giovani interpreti dell’edizione allestita dal Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto hanno complessivamente ben superato. Quel che più è piaciuto è stata la forte partecipazione emotiva e la tensione drammatica che hanno dato ai personaggi. Eccellenti protagonisti sono stati Candida Guida (Lucretia), Luca Bruno (Tarquinius) e Giacomo Pieracci (Collatinus). Validi anche gli interpreti degli altri personaggi, che hanno parti più brevi ma che sono anch’essi protagonisti nelle scene in cui appaiono: Matteo Lorenzo Pietrapiana (Junius), Cecilia Bernini (Bianca) e Elena Salvatori (Lucia). Una citazione particolare per Nicola Di Filippo e Chiara Boccabella, che hanno dato voce al coro, il cui ruolo è fondamentale in quest’opera.

La regista, scenografa e costumista Giorgina Pi nelle sue note di regia ha evidenziato come la storia di Lucrezia sia esemplare del ruolo subalterno delle donne, che erano considerate “proprietà” degli uomini, ma non ha sottolineato eccessivamente quest’aspetto nella messa in scena, rispettando fondamentalmente le intenzioni di Britten e non sovrapponendovi teorie femministe che - per quanto giuste - sarebbero state fuori luogo in quel contesto. Dunque costumi moderni, come ormai è regola, e direzione degli attori sobria ma efficace.

Molti applausi da un pubblico purtroppo piuttosto esiguo a causa delle norme sul distanziamento e delle piccole dimensioni del teatro.

 

 

 

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