Strauss nostro contemporaneo

Berlino: Intermezzo con la regia di Kratzer

 Intermezzo (Foto Monika Rittershaus)
Intermezzo (Foto Monika Rittershaus)
Recensione
classica
Berlino, Deutsche Oper
Intermezzo
25 Aprile 2024 - 14 Giugno 2024

La Deutsche Oper di Berlino prosegue, con Intermezzo, un ciclo – affidato, dopo la convincente Arabella dello scorso anno, ancora alla coppia Runnicles-Kratzer – dedicato alle pièce musicali ‘borghesi’ di Richard Strauss, assai a torto considerate titoli ‘minori’: la proposta di Intermezzo, nel centenario dalla sua première a Dresda, rende giustizia di un piccolo capolavoro, peraltro assai originale se si considera la costellazione di temi e forme della drammaturgia musicale, affiorante già dal complesso complemento di genere (‘commedia borghese con intermezzi sinfonici in due atti’). Intermezzo appare difatti genialmente posto in un punto intermedio  di un’area triangolare, i cui vertici sono individuati da operetta, poema sinfonico declinato scenicamente e film musicale: la zona è quella, ma a quale polarità avvicinare quel punto indefinito, dipende molto dal fruitore, e moltissimo dagli interpreti.

Quanto all’intreccio, la tangenza con l’operetta è massima: tutto verte su un equivoco familiare, che porta Christine, signora Storch, a dubitare del marito Franzl, noto direttore d’orchestra, per un biglietto galante che però non era destinato a lui, bensì a un suo amico e collega; prima che tutto si chiarisca, con in mezzo ipotesi di divorzio e inquietudini varie, Christine ha il tempo – il marito è in tour – di ricevere le attenzioni galanti di un giovane spiantato barone (in realtà interessato solo a ottenere un prestito), che ella accetta senza malizia perché, col marito assente, si annoia un po’. Strauss sondò pure Hofmannsthal, prima di risolversi a redigere di persona il libretto, con risultati non peregrini, se persino Max Reinhardt lodò il tono sottilmente comico e l’efficacia teatrale (anche in termini di sveltezza) di quel testo da conversazione brillante.

Ma qui terminano, a parte l’impiego – però assai saltuario – della parola recitata, le assonanze col teatro musicale leggero: la densa articolazione motivico-tematica, l’enfasi del gesto musicale, la continuità del ductus, i trascoloramenti sempre magistrali nell’orchestrazione (con notevoli episodi a organico ridotto), i profili melodici sinuosi e non squadrati appoggiati a una condotta perlopiù sillabica,  collocano interamente la sostanza compositiva nell’area di pensiero condivisa da poema sinfonico e dramma postwagneriano. A ciò va aggiunta la soluzione di far compiere sistematicamente le transizioni tra le numerose e brevi scene (ognuna differente, come le sequenze cinematografiche, nelle coordinate tempo-spazio) a concisi ma cesellati interludi, che riepilogano, spesso anticipano, comunque legano in un montaggio orizzontale continuo le azioni in scena in quel momento sospese, regolando un flusso ininterrotto di circa un’ora per atto.

La regia di Kratzer ha messo molto a frutto tale logica cinematografica, combinandola con una linea auto-referenziale (l’equivoco era capitato veramente a Richard Strauss e signora) e spostando l’ambientazione ai giorni nostri: durante gli interludi, le riprese in diretta proiettate sullo schermo-sipario mostrano orchestra e direttore della serata dalla buca, ma nella fase della tournée (quando scoppia inconsulto l’equivoco, e moglie e marito si [non-]comunicano a colpi di messaggistica) il direttore in buca diventa il personaggio alter-ego del compositore, peraltro appena prima impegnato nei classici pour-parler da sala prove coi suoi strumentisti, proprio allorché conosce con sgomento la furia della consorte. Christine a sua volta assume più volte vesti e posture che citano – ironicamente – eroine delle opere straussiane (Salome, Elektra, la Marescialla…); s’intrufolano lacerti visivi da noti allestimenti straussiani (e anche dall’Arabella dello scorso anno), il tutto in una vivace ed esilarante moltiplicazione degli effetti la cui valanga si arresta con la risoluzione dell’equivoco, tutt’altro che bonaria nella definizione registica: Christine si accorge amaramente che sarà il marito a continuare a ‘dirigere la partitura’ del loro ménage, e che in aggiunta anche il loro figlioletto, preso a imitare i gesti direttoriali del padre, ha iniziato a intestarsi quel ‘ruolo di genere’…

In sostanza impeccabile l’esecuzione vocale e musicale: sul podio c’era – ultima recita – il giovane Dominic Limburg, senza che la continuità e l’articolazione del flusso sonoro da parte dell’Orchestra sia incorsa in alcun cedimento o smagliatura. Ottimo ed omogeneo il livello degli interpreti vocali, anche sul piano meramente attoriale: Flurina Stucki è stata una Christine solida e credibile nelle varie fasi della vicenda, quando passa – forse senza una reale convinzione psicologica del personaggio – da moglie innamorata ma ‘litigarella’ a furia domestica; bravissimo, per plasticità d’interpretazione, il Franzl di Philip Jekal, ma tutti gli altri hanno saputo aggiungere un tocco di evidenza ironica e di caratterizzazione vocale ben disegnata (dall’arzillo collega, centro involontario del qui-pro-quo, allo ieratico notaio, e al brillante ma vacuo barone) al loro ruolo.

Pubblico non numeroso (l’ultima recita è coincisa con l’esordio della Mannschaft agli Europei in casa…), ma entusiasta e generoso negli apprezzamenti finali.

 

 

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