Standing ovation per il genio della canzone

Il grande songwriter si mette in gioco in una toccante rassegna dei suoi successi

Recensione
pop
Umbria Jazz
15 Luglio 2009
Il potere della musica sta tutto nel suo rapporto con la memoria, a brevissimo e a lungo termine. Lo sa bene Burt Bacharach, che ha costruito il suo collaudato spettacolo come un gioco sulla memoria. Lui sa benissimo che siamo lì per ascoltare i classici, e che le canzoni recenti, gradevoli ma meno riuscite, ci interessano di meno. Le canzoni del periodo d'oro avevano una forza innovativa e un arco narrativo che scaturivano da quelle irregolarità metriche e armoniche che davano luce ai testi, qualità che mancano ai lavori più recenti, anche se la vena melodica rimane molto raffinata. Queste qualità e debolezze modulano lo spettacolo. Forte di un eccellente gruppo di dieci elementi, incluse tre belle voci, Bacharach sciorina prima una veloce carrellata dei successi con Hal David, un tema dopo l'altro. Poi espande la parte centrale con brani degli anni Novanta, eseguiti integralmente, e l'interesse scema un po'. Ma ecco un vertiginoso tuffo nel passato: le primissime sue canzoni, fin da "Magic Moments". Da lì si parte verso l'apoteosi: una medley di classici per il cinema. E qui il miracolo: Bacharach, che fino a quel momento aveva suonato e presentato con svagata simpatia, si mette al microfono e canta. 81 anni, la voce arrochita, con poche note intonate a disposizione, non c'è quasi più: ma Bacharach si mette in gioco senza veli, anche con un colpo di tosse, e l'effetto è devastante. Prima "Wives and Lovers", lentissima e seducente, poi l'attesissima "Alfie" e infine, in un crescendo mozzafiato, "A House Is Not a Home". Migliaia di persone, compreso il vostro recensore, con i lucciconi agli occhi, fino alla standing ovation. Il concerto finisce qui, con questo ubriacante climax emotivo. I bis e la coda con Karima scorrono inoffensivi.

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