Puccini secondo Allen

Alla Scala il dittico Prima la musica e poi le parole (regia di Asagaroff) e Gianni Schicchi firmato Allen

Gianni Schicchi
Gianni Schicchi
Recensione
classica
Teatro alla Scala, Milano
Prima la musica e poi le parole, Gianni Schicchi
06 Luglio 2019 - 19 Luglio 2019

Forse nemmeno lui se lo sarebbe immaginato. Eppure Woody Allen era lì, un po' incurvato e incanutito dagli anni, in proscenio alla Scala insieme agli artisti a raccogliere gli applausi. L'inconsueta e commovente epifania è avvenuta nell'ambito del tradizionale spettacolo affidato all'Accademia della Scala, che quest'anno ha proposto due atti unici con Ádám Fischer sul podio: prodotto dalla Scala, Prima la musica e poi le parole di Salieri con la regia di Grischa Asagaroff, e importato dall'Opera di Los Angeles Gianni Schicchi  di Puccini, firmato appunto da Woody Allen. L'insolito abbinamento di titoli nati a 130 anni di distanza, che in musica pesano come ere geologiche, potrebbe essere giustificato dal fatto che entrambi giocano al teatro nel teatro, il primo per allestire un'improbabile opera seria-buffa, l'altro per la messa in scena di un falso morto che detta un testamento postumo. Ma forse ha contato di più la doppia presenza di Ambrogio Maestri, come Maestro di cappella e come Schicchi, una vecchia volpe della scena lirica che ha retto da par suo i due spettacoli, affiancato dai giovani dell'Accademia, che in parte si alterneranno nelle repliche coi compagni di corso. In Prima la musica Ramiro Marturana (uno spiritoso Poeta), Anna-Doris Capitelli (una Eleonora vamp) e Enkeleda Kamani (una puntuta Tonina), mentre nel gruppo pucciniano vanno segnalate soprattutto Francesca Manzo (Lauretta dolcissima di voce e nel far moine) e Valeria Girardello (una Zita dalla voce autorevole). Mentre Rinuccio avrebbe meritato un tenore dal timbro più caldo.

Comunque due regie più diverse non potevano essere accostate. Asagaroff, complice le scene e i costumi di Luigi Perego, ha allestito una situazione astratta alla Dalì con violini giganteschi, che fungono anche da libreria e da bar, e un ingombrante libro da sfogliare. Mentre Allen, che si è valso delle scene e costumi di Santo Loquasto (suo abituale collaboratore nel cinema), ha presentato come fondale una gigantografia di Firenze con luci quasi da tramonto e in primo piano la casa di Buoso Donati. Il tutto ambientato in un'Italia del dopoguerra che evoca dichiaratamente il nostro Neorealismo da Rosselini a De Sica, un cliché per noi abbastanza scontato ma che è sempre ben accolto negli Usa. Compresi i panni stesi da basso napoletano e il vezzo di estrarre con facilità il coltello. La citazione cinematografica si fa ancor più precisa nel finale quando Gianni Schicchi, dopo aver fatto la morale al pubblico, si mette a giocare a carte col bambinetto come faceva De Sica nel Conte Max.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Da Atene a Ravenna, le “Vie dell’Amicizia” nel nome di Beethoven

classica

Ingolstadt: la violinista è la direttrice artistica del festival

classica

Bruxelles: Il ratto dal serraglio per il Festival Midsummer Mozartiade