Play It suona italiano

Ort Contemporanea a Firenze

Recensione
classica
Quale contemporaneo ? Sull'arengario di Palazzo Vecchio da qualche giorno gli occhi dei fiorentini e dei turisti sono sottoposti all'assalto delle luccicanti dorature della statuona di Plutone e Proserpina, la rivisitazione berniniana di Jeff Koons, star delle quotazioni di mercato dell'arte contemporanea, operazione - proposta ovviamente come “concettuale”, ça va sans dire - di interazione con l'arte del passato e di uscita dalla supposta convenzionalità dello sguardo rivolto all'arte del passato. Insomma il contemporaneo pop, quello in grado di spararsi efficacemente nel mucchio selvaggio dei milioni di turisti che visitano Firenze ogni anno, e di essere sparso con effetto virale da milioni di selfies. Non erano certo queste le mire della IV edizione di Play It !, il festival dedicato alla musica contemporanea italiana di oggi promosso da Giorgio Battistelli, quattro serate (23-26 settembre), quattro direttori, Daniele Rustioni, Francesco Lanzillotta, Luca Pfaff, Marco Angius, e l'oramai testata capacità dei professori dell'Orchestra della Toscana di digerirsi tanta musica nuova con competenza e orgoglio. Un'edizione che si è collocata nel bel mezzo di una stringa piuttosto lunga e significativa di eventi dedicati alla musica contemporanea, prima con i concerti di Firenze Suona Contemporanea, e poi con l'avvio del festival di Tempo Reale che si protrarrà fino al 10 ottobre. Play It ha spartito e spartirà fraternamente con loro, come succede oramai da anni a Firenze, un pubblico che si conta a centinaia e non a milioni, ma che c'è, che non è effimero, e che, quanto a pensiero, non si accontenterebbe della vulgata pop, come si è ben visto nelle conversazioni della mattina, coordinate da Gianluigi Mattietti.

Entrando nel vivo, l'ipotesi del festival fiorentino è quella di puntare sull'estro italiano, e di assicurare continuità e costanza di attenzione, con commissioni – stavolta otto su un totale di venti composizioni - e prime assolute, ad una generazione di compositori italiani grosso modo trenta-quarantenni, con i lavori di Lena, Ravera, Casale, Filidei, Cascioli, Montalbetti, Pagliei, Manzoli, Antonioni, Filotei, Terranova, Ronchetti, Montalti, Mosca, Cella, ma anche alla leva immediatamente precedente e ai maestri, in quest'edizione Azio Corghi, Gilberto Bosco, Claudio Ambrosini a cui è stato conferito il premio alla carriera, Luca Mosca, Giacomo Manzoni, Alessandro Solbiati. Il rischio di una rassegna del genere è ovviamente quello di edizioni non tutte allo stesso livello, ma quest'anno la proposta ci è sembrata ricca e molto interessante. L'idea generale è che molti dei compositori che abbiamo ascoltato non per la prima volta a Play It abbiano acquisito forze, prima di tutto forza progettuale e comunicativa. Una forza che più di una volta si alza fino a toni epici o profondamente lirici o misteriosamente evocativi, rilevati soprattutto nei brani di Alessandra Ravera (“Per vivere il sole che sorge”), Mauro Montalbetti (“Si un jour”), Lorenzo Pagliei (“A.L.M.A.” per violoncello e orchestra, solista Francesco Dillon), Carmine Emanuele Cella (“All of the Sudden”). Una forza che sovente si appoggia all'”impurità” di riferimenti a ciò che è altro dalla musica, fuori dalla musica, o, al contrario, è capace di ripensare le logiche delle forme e generi del passato. C'è in generale una sorta di luminosità – ma diversa e più interessante rispetto alle dorature di cui prima si diceva - e una visione del suono orchestrale fattasi come più radiosa, talvolta con il tramite del vangelo spettralista, o, al contrario, più drammatica. C'è in molti casi anche la tensione a un'arcata più ampia, oltre i dieci minuti consueti in questo tipo di rassegna.

E ora, un tentativo di descrizione di alcuni brani e dei loro procedimenti. Il Concerto per violino di Marco Lena, dedicato al violino principale dell'Ort Andrea Tacchi e da lui ottimamente eseguito, conferma in una tonalità più matura le qualità d'immaginazione e di vigoria ritmica già notate ai precedenti Play It !. Un concerto per solista e orchestra a tutto tondo anche se in un solo movimento, nella varietà di interazioni fra solista (Luigi Attademo, bravo come sempre) e orchestra, tra episodi e struttura, è quello per chitarra di Alessandro Solbiati, offerto in una rinnovata e più raccolta versione. Un omaggio gustoso a mai dimenticati orizzonti elettronici tipo “Kontakte” ci è sembrato “11” di Emanuele Casale. La Ballata N. 3 per pianoforte e ensemble di Francesco Filidei in prima italiana è una meraviglia per come la sua delicata rumoristica si espande in un progetto dal respiro nobile e diremmo romantico, ma sempre con una vena visionaria, ri-creante, lontanissima da qualsivoglia neo-qualcosa, e ha avuto un interprete magnifico in Emanuele Torquati. “Nostro Mare” per orchestra di Francesco Antonioni prende le mosse da una poesia di Erri De Luca per un poema sinfonico marino che metaforizza con intensità e ampiezza di gesto, ma anche con un percorso tematico e formale assai terso, le tempeste, le tragedie e le speranze del Mediterraneo oggi. Quasi in originale controtendenza con altri percorsi di compositori più volte presenti in questa rassegna, quasi alla ricerca del più difficile, “Interno Metafisico” di Daniela Terranova presenta una superficie sonora scabra, materica e astratta nello stesso tempo, che si organizza seguendo le linee e i labirinti di De Chirico. “Studio di Johannesburg” di Lucia Ronchetti per voce registrata (frammenti da “Portrait with Keys” di Ivan Vladislavic) e orchestra è un vibrante tecnomelologo ricco di spunti grotteschi e lirici, che ci ha colpito soprattutto per come la narrazione si appoggia ad una disposizione orchestrale a cori compatti e ben distinti di archi (due gruppi) fiati e percussioni, in una reivenzione molto originale di un antico concertare di matrice italiana, qui chiamato ad evocare il caos e i confini invalicabili della metropoli africana.

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