Ludwig und Freunde: risorge a Bonn il Beethovenfest

Nel ricco programma generale spicca l’applaudito concerto diretto da Philippe Herrewege

 Philippe Herrewege
Philippe Herrewege
Recensione
classica
Beethovenfest 2021
20 Agosto 2021 - 10 Settembre 2021

Il primo dato positivo riguardante il Beethovenfest 2021 – iniziato lo scorso 20 agosto e appena conclusosi il 10 settembre – è che si è svolto. Considerazione tutt’altro che banale, visto che l’attesa edizione del 2020, quella del Jubiläum per i due secoli e mezzo dalla nascita del musicista, come è noto non si è potuta svolgere a causa della pandemia. Ultima sotto la direzione artistica di Nike Wagner, l’edizione di quest’anno è riuscita nel complesso compito di offrire al pubblico una significativa porzione del programma previsto per l’anno scorso, quando era stato persino progettato un doppio appuntamento. Nell’intervista concessa al Giornale della Musica ai primi di agosto, la Wagner aveva anche sottolineato i timori dovuti ai continui aggiornamenti delle misure di sicurezza per quanto riguardava all’accesso ai concerti. Ma alla fine tutto è andato per il migliore dei modi, il pubblico è accorso col consueto slancio, sebbene i posti fossero chiaramente ridotti a causa del distanziamento obbligatorio e l’ingresso fosse consentito solo a quanti erano in possesso del Green Pass. Il motto che originariamente avrebbe dovuto caratterizzare l’edizione 2020 “Auferstehn, ja aufersten!” (Risorgi, sì risorgi!) si è dimostrato non solo resistente alla crisi della pandemia ma addirittura profetico, perché appunto proprio utilizzando lo stesso slogan iil Beethovenfest è ripartito quest’anno.

Uno degli intenti di Nike Wagner, quando ha assunto nel 2014 la direzione del festival, è stato proprio quello di ridefinire la manifestazione e una delle sue più significative aperture è stata, nel corso degli anni, quella nei confronti del ‘suono originale’, ovvero le esecuzioni su strumenti storici, che sono state progressivamente incrementate. Al punto che quest’anno l’attesa integrale delle Sinfonie beethoveniane è stata affidata a formazioni specializzate nelle esecuzioni storicamente informate. Di spicco l’interpretazione con cui Le Concert des Nations, sotto la direzione di Jordi Savall, ha inaugurato la programmazione lo scorso 20 agosto, proponendo una superba Nona Sinfonia, in cui si è fatta notare anche la partecipazione del Kammerchor della Kreuzkirche di Bonn. Un ciclo, tra l’altro, estremamente serrato, visto che si è svolto tutto all’interno del primi tre giorni del festival (dal venerdì alla domenica) nei quali si sono succeduti, oltre alla formazione diretta da Savall, anche Les Talents Lyriques, Ungariche Nationalphilharmonie, B’Rock Orchestra e ORF Radio-Symphonieorchester Wien.

Ma le sinfonie di Beethoven sono state protagoniste anche di un ulteriore serie di concerti, quelli in cui sono state proposte nella trascrizione di Franz Liszt, affidate a virtuosi del pianoforte quali Boris Bloch e Konstantin Scherbakov, anche qui con ampia partecipazione di pubblico, un pubblico evidentemente incuriosito dalla insolita veste in cui la ricca scrittura orchestrale del tedesco viene riprogrammata per la tastiera dal musicista ungherese. Ancora in tema di pianoforte, applauditi sono stati gli appuntamenti con Marino Formenti: oltre a quelli nella raccolta cornice dell’auditorium costruito sotto la Beethovenhaus, dove alle ultime sonate del grande musicista ha associato altri brani del XX secolo, il pianista milanese ha presentato un progetto che si è svolto nella nuova Beethovenhalle,non interamente terminata, ‘accostando’ lo stato incompiuto del cantiere a schizzi e bozze di vari compositori.

 

Se anche i Wiener Philarmoniker hanno onorato con la loro presenza il Festival 2021, eseguendo però sinfonie dei ‘loro’ Schubert e Bruckner, un concerto molto apprezzato e con un programma per fini intenditori è stato quello che si è svolto il primo settembre nel World Conference Center, ancora una volta la sede più grande a disposizione degli organizzatori (fin tanto che la Beethovenhalle appunto non sarà terminata del tutto). Grande prova di sensibilità quella di Philippe Herrewege nel dirigere il ‘suo’ Collegium Vocale  Gent e l’Orchestre des Champs-Elysées in un concerto che nella prima parte prevedeva il Requiem op. 48 di Gabriel Fauré e nella seconda la Symphonie de Psaumes di Stravinsky, preceduta da una interessante combinazione di brani di Bruckner e Brahms.

Herrewege ha sin dall’inizio voluto sottolineare il carattere intimo e i toni sommessi che pervadono la pagina del francese, evidenziando – grazie all’estrema bravura del coro – la miriade di dettagli ‘timbrici’ che il brano contiene, le preziose soluzioni armoniche che si succedono fin dall’introitus. Del resto la scelta dell’autore di non musicare il Dies Irae trova riscontro nel tono lirico, a volte piuttosto cupo e opaco, che pervade un’opera pensata tenendosi lontano da qualsiasi elemento di appariscenza. Brano per fini intenditori, si diceva, considerando che non ha le caratteristiche per impressionare e conquistare immediatamente il pubblico. Ma il direttore belga ha giocato abilmente sul gioco di tinte, sull’elegante utilizzo delle voci e degli strumenti, per far penetrare nell’animo degli ascoltatori tutta la melanconia, tutta la profonda rassegnazione che contraddistingue questo capolavoro.

Delizioso il trittico che ha aperto la seconda parte del concerto: il Canto funebre (Begräbnisgesang op. 13) di Brahms, preceduto e seguito rispettivamente dal primo e secondo Aequale per tre tromboni scritti dal giovane Anton Bruckner, ha idealmente creato un collegamento col Requiem di Faurè, esaltando tuttavia i particolari impasti timbrici che si creavano tra il coro e gli strumenti a fiato previsti dal musicista tedesco. Un colore opaco e al tempo stesso commovente che poi ha trovato continuità nella strumentazione asciutta prevista da Stravinsky per la Sinfonia di salmi, ancora una volta una pagina che non smette di sorprendere il pubblico contemporaneo e che Herrewege ha saputo proporre evidenziando tutta la maestria contrappuntistica che il russo riesce a infondere in una scrittura dalla forte impronta neoclassica.

 

 

 

 

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