L'architettura all'opera

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Recensione
classica
Deutsche Oper Berlino
Oliver Messiaen
02 Luglio 2002
Per la nuova produzione del "Saint François d'Assise" di Olivier Messiaen, con cui si conclude la stagione della Deutsche Oper di Berlino, il sovrintendente Udo Zimmermann ha puntato su un progetto ambizioso: affidare all'architetto di origine ebraica Daniel Libeskind l'intera concezione dell'allestimento, dalla scenografia, alle luci, fino ai costumi. La scelta non è certo casuale se si considera che Libeskind non è solo una delle figure più note dell'architettura contemporanea ma è al contempo l'autore del nuovo museo ebraico, costruito recentemente a Berlino e molto apprezzato dal pubblico. La realizzazione scenica delle idee dell'architetto era stata inizialmente affidata al coreografo Johann Kresnik, uno dei principali esponenti del teatro d'avanguardia a sfondo politico tedesco. L'incontro tra questi due personaggi, diversissimi tra loro, appariva sin dall'inizio molto problematico e di fatti era destinato a fallire: dopo un breve periodo di prova Zimmermann si è trovato costretto a chiedere a Kresnik di abbandonare il progetto, in quanto la sua visione teatrale si trovava agli opposti delle idee di Libeskind. In sostituzione per la realizzazione scenica è stata chiamata in extremis Antje Kaiser, coadiuvata da Brunhild Matthias. All'apertura del sipario si è potuto constatare fino a che punto Libeskind abbia inteso trasportare le sue forme architettoniche sulla scena della Deutsche Oper; l'ampio palcoscenico del teatro era occupato quasi interamente da un'imponente struttura nera a forma romboidale costituita da 49 cubi (sette per sette: chiaro riferimento alla simbologia numerica della tradizione ebraica), ognuno fissato su due lati a supporti metallici. I cubi potevano quindi roteare su se stessi mostrando di volta in volta quattro lati. Di ogni cubo un lato era nero, uno riportava scritte bianche con i nomi di vari santi della cristianità, uno figure tridimensionali a rappresentare le case di una città, l'ultimo era decorato da linee e figure geometriche che nell'insieme creavano complessi itinerari a simboleggiare l'impervio percorso spirituale di San Francesco. Una gigantesca scultura mobile, dunque, in grado di cambiare costantemente fisionomia e accompagnare le varie fasi dell'azione scenica. Al movimento rotatorio dei 49 cubi va inoltre aggiunto un efficace e continuo gioco di luci, che a volte illuminava l'intera struttura, a volte lasciava in ombra singoli cubi creando sempre nuove figure geometriche. Nel complesso era una "macchina" di indubbio effetto scenografico, che a volte regalava configurazioni davvero suggestive, ma aveva il difetto di essere decisamente ingombrante. Gli interpreti erano infatti relegati in due ristretti spicchi di palcoscenico, leggermente separati dalla struttura architettonica. Scenicamente infelice risultava soprattutto il terzo atto, quando, a causa della presenza del coro, più di centoventi persone erano stipate in pochi metri quadrati, coprendo tra l'altro parte della scenografia. In generale l'intera regia è sembrata troppo statica: pochi movimenti, spesso di plateale espressività ma molto meccanici, a volte quasi impacciati. Il "Saint François" è un'opera in cui manca una vera e propria azione, essendo di fatto la narrazione di un viaggio spirituale. La regia ha cercato di evidenziare i pochi momenti in cui è possibile mimare un avvenimento, ma chiedendo agli interpreti di forzare esageratamente i gesti. Decisamente più riuscita, invece, la realizzazione musicale. Marc Albrecht ha offerto una lettura molto precisa e attenta a evidenziare al meglio i contrasti timbrici e dinamici dell'opera. L'orchestra della Deutsche Oper ha generalmente convinto dei momenti d'insieme e ha dimostrato di avere a disposizione ottime prime parti nei numerosi momenti solistici dell'opera. Buona nel complesso la prova di Frode Olsen, che nel ruolo di Francesco aveva indubbiamente la parte più impegnativa; sicuro in tutti i registri, capace di notevoli variazioni di timbro, solo verso la fine ha dato qualche segnale di affaticamento. Ofelia Sala è stata un ottimo angelo, una parte che si addice alla perfezione alla sua luminosa vocalità. Tra i comprimari meritano una menzione speciale Ralf Willershäuser nel ruolo del lebbroso e Todd Wilander nel ruolo di fratello Massée. Nel teatro esaurito il pubblico ha apprezzato l'interpretazione musicale, mentre si è diviso equamente in due parti nel giudizio sulla concezione scenica di Libeskind, approvando e al contempo contestando rumorosamente.

Note: nuovo allestimento

Interpreti: Ofelia Sala; Frode Olsen, Ralf Willershäuser, Markus Brück, Todd Wilander, Volker Horn, Peter Klaveness, Miomir Nikolic, Roland Schubert

Regia: Concezione scenica: Daniel Libeskind e Thore Garbers Realizzazione scenica: Antje Kaiser Drammaturgia: Brunhild Matthias

Costumi: Daniel Libeskind e Thore Garbers

Orchestra: Orchestra della Deutsche Oper di Berlino

Direttore: Marc Albrecht

Coro: Coro della Deutsche Oper di Berlino

Maestro Coro: Ulrich Paetzholdt, Hellwart Matthiesen

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