Louise Farrenc in controluce

Al Palazzetto Bru Zane si conclude un festival ricco e partecipato che racconta una generazione più che la sua protagonista, tra salotti, virtuosismi e rare, luminose eccezioni

SN

30 aprile 2026 • 5 minuti di lettura

L'Ensemble Tamuz al Palazzetto Bru Zane (Foto Matteo De Fina)
L'Ensemble Tamuz al Palazzetto Bru Zane (Foto Matteo De Fina)

Venezia, Palazzetto Bru Zane e Auditorium Lo Squero

Il tempo di Louise Farrenc

09/04/2026 - 28/04/2026

Nel solco già tracciato dai primi due appuntamenti del ciclo, gli ultimi cinque concerti de “Il tempo di Louise Farrenc” al Palazzetto Bru Zane hanno confermato – e per certi versi chiarito – una linea curatoriale tanto affascinante quanto sfuggente: più che un ritratto diretto della compositrice parigina, una costellazione di rimandi, contesti e presenze laterali. A illuminarne il senso può però soccorrere la celebre immagine di Alfred de Musset: “Durante le guerre dell’Impero, mentre i mariti e i fratelli erano in Germania, le madri inquiete avevano messo al mondo una generazione ardente, pallida, nervosa”. È proprio questa “generazione del 1830”, cui appartiene Louise Farrenc insieme a figure come Berlioz, Chopin o Félicien David, a emergere come vero soggetto del festival. In questa prospettiva, il titolo – Il tempo di Louise Farrenc, o nella sua implicita declinazione francese Louise Farrenc, une enfant du siècle – trova una sua coerenza: non tanto il ritratto di un’autrice, quanto il paesaggio umano e artistico di cui fu parte. Se la filosofia del progetto è quindi quella di restituire un’intera generazione cresciuta nel cono d’ombra di Napoleone imperatore e protagonista della nascita del romanticismo in terra di Francia, i concerti della rassegna ne hanno incarnato soprattutto la dimensione salottiera, virtuosistica e cameristica, con risultati alterni ma complessivamente coerenti con l’idea di una riscoperta “per ambienti” più che per singole individualità. Farrenc, in questo senso, è rimasta spesso sullo sfondo: evocata, citata, talvolta lambita, ma raramente al centro del discorso musicale.

Orazio Sciortino all'Auditorium Lo Squero (Foto Federica Bressan)
Orazio Sciortino all'Auditorium Lo Squero (Foto Federica Bressan)

Emblematica, in tal senso, la doppia proposta pianistica con Célia Oneto Bensaid al Palazzetto Bru Zane e Orazio Sciortino all’Auditorium Lo Squero in un concerto in collaborazione con Asolo Musica. I due recital hanno offerto uno spaccato vivido del gusto borghese parigino di metà Ottocento, tra trascrizioni, reminiscenze operistiche (ci sono anche un Rondo brillant sur un chœur du « Pirate » de Bellini op. 9 di Farrenc e le Réminiscences de « La Juive » de Halévy di Liszt) e pezzi di carattere che oscillano tra il salotto e il palcoscenico. Un repertorio che vive di una tensione costante tra intrattenimento e ambizione artistica, tra brillantezza e introspezione. Tuttavia, al di là dell’indubbio interesse storico e stilistico, le esecuzioni hanno scontato una certa debolezza tecnica, soprattutto nei passaggi più impervi del virtuosismo sollecitato dalla scrittura di Liszt e Alkann, presenti in entrambi i recital, che avrebbero richiesto ben altra caratura per restituire quel carattere “luciferino” evocato dalla scrittura. Ne è derivata una resa a tratti opaca, che ha finito per attenuare proprio quell’eccesso spettacolare che costituisce l’essenza di questo repertorio.

Più convincenti, invece, i concerti cameristici, dove la dimensione dialogica ha permesso una maggiore profondità espressiva. Il Trio Atanassov (Perceval Gilles al violino, Sarah Sultan al violoncello e Pierre-Kaloyann Atanassov al pianoforte) ha offerto forse uno dei momenti più alti dell’intero ciclo, con una lettura elegante e ben calibrata di due lavori che rappresentano altrettante declinazioni del modello viennese filtrato dalla sensibilità francese. Il Trio op. 101 di Antoine Reicha si impone per la chiarezza architettonica e la tensione motivica di matrice beethoveniana, mentre il Trio op. 83 di George Onslow conquista per la freschezza melodica e quella leggerezza mendelssohniana che ne illumina i contorni senza banalizzarne la scrittura. Due piccole gemme che testimoniano come, anche al di fuori del canone austro-tedesco, la musica da camera francese sapesse raggiungere esiti di notevole raffinatezza.

Il Trio Atanassov al Palazzetto Bru Zane (Foto Matteo De Fina)
Il Trio Atanassov al Palazzetto Bru Zane (Foto Matteo De Fina)

Ancora diversa la prospettiva del concerto conclusivo del ciclo, affidato alle “corde sensibili” del cosmopolita Ensemble Tamuz (i violini Hed Yaron Meyerson e Diego Castelli, la viola Avishai Chameides e i violoncelli Victor García García e Constance Ricard), che ha esplorato l’insolito repertorio per quintetto d’archi con doppio violoncello e con un’apprezzata registrazione dedicata a George Onslow al proprio attivo. Anche in questo caso Farrenc non pervenuta, ma il programma ha messo in luce una linea di continuità con il mondo da cui proveniva: quello di una musica elegante, comunicativa, pensata per contesti conviviali ma non priva di ambizioni formali. Il Quintette avec 2 violoncelles n. 25 op. 61 di Onslow e le Soirées d’hiver da Les Quatre Saisons di Félicien David si sono distinti per brillantezza e varietà di scrittura, offrendo un finale di festival piacevole e ben costruito, seppur privo di un vero centro gravitazionale. Se la composizione di Onslow confermava soprattutto la freschezza di ispirazione e la solidità di scrittura, particolarmente interessanti per rarità di ascolto erano i due quintetti “invernali” (il 22 e il 21 per precisione di cronaca) tratti dal ciclo Les quatre saisons di David. Nato per le serate musicali del violinista Jules Armingaud, si tratta di una cospicua serie di pezzi brevi, pensati anche per la lettura a prima vista e, lontani da ogni monumentalità, di carattere marcatamente intimista. Il richiamo alle celebri Quattro stagioni di Antonio Vivaldi resta soprattutto tematico: alla descrittività barocca si sostituisce qui una scrittura più allusiva e salottiera, fatta di miniature eleganti e cangianti, dove la stagione diventa atmosfera più che racconto.

In questo panorama, spicca come un unicum il concerto Pioniera e romantica, unico momento in cui Louise Farrenc è stata davvero protagonista. Non solo per la presenza esclusiva di sue musiche – per pianoforte solista ma anche in duo e trio con violino e violoncello – ma soprattutto per il dispositivo drammaturgico ideato da Linda Di Carlo, presente in palcoscenico come pianista con la violinista Mihaela Costea e la violoncellista e voce recitante pour cause Silvia Chiesa, che ha intrecciato l’esecuzione con la lettura di una biografia “drammatizzata” (Louise Farrenc, le péril rose), tratta dalla biografia di Antonella Campani. Ne è nato un racconto coinvolgente, capace di restituire spessore umano e storico alla figura della compositrice, illuminandone le battaglie egalitarie, le contraddizioni e la straordinaria determinazione in un contesto profondamente ostile alle donne. In questo caso, la musica non era solo oggetto d’ascolto, ma parte di un discorso più ampio, quasi teatrale, che ha finalmente dato senso al titolo del festival.

Linda Di Carlo, Mihaela Costea e Silvia Chiesa al Palazzetto Bru Zane
Linda Di Carlo, Mihaela Costea e Silvia Chiesa al Palazzetto Bru Zane

Ed è forse proprio alla luce di quella “generazione ardente, pallida, nervosa” evocata da Musset che si può rileggere l’intero ciclo: non tanto una monografia mancata, quanto un affresco corale, in cui Farrenc appare come figura emblematica – una tra i “figli del secolo”, ma dotata di una voce singolare che emerge con forza proprio quando le si concede spazio.

Resta, comunque, il valore complessivo dell’iniziativa: un mese di concerti densi, partecipati, accolti da un pubblico numeroso e caloroso, segno di curiosità e vivo interesse per un repertorio largamente scomparso dalle sale da concerto. Il Palazzetto Bru Zane conferma ancora una volta la propria capacità di riportare alla luce pagine dimenticate, di costruire percorsi intelligenti e di trasformare la riscoperta in esperienza condivisa. Un viaggio, come sempre, nelle “oscure grotte dell’oblio”, da cui riemergono gemme preziose – anche quando la figura cui il viaggio è dedicato resta, in parte, in penombra.