Alle Wiener Festwochen un Parsifal esuberante ma noioso

Il nuovo allestimento del Parsifal di Wagner delle Wiener Festwochen in cooproduzione con l'Opera Ballet Vlaanderen di Gent ricerca la dimensione archetipica dell'opera con proiezioni esuberanti e stancanti iterazioni

JG

17 giugno 2026 • 2 minuti di lettura

© Nurith Wagner-Strauss
© Nurith Wagner-Strauss

Wiener Festwochen Vienna

Richard Wagner Parsifal

15/06/2026 - 22/06/2026

Dopo le oltre cinque ore di questo nuovo allestimento di Parsifal (coproduzione delle Wiener Festwochen e dell’Opera Ballet Vlaanderen Gent) si è stanchi. Stanchi non per la lunghezza e densità del “Bühnenweihfestspiel” di Wagner, ma a causa di una regia e scenografie che bombardano gli spettatori con un flusso continuo di immagini digitali generate dall’intelligenza artificiale e colori in movimento. È una messa in scena esuberante quella della regista Susanne Kennedy e dell'artista visuale Markus Selg. Ma invece di stimolare, di stuzzicare la fantasia, o di mettere alla prova la percezione, alla fine è stucchevole, come se si fossero passate ore davanti a un computer a guardare salvaschermi che vagamente ricordano i paesaggi di Mad Max e del Signore degli anelli.

Nel volere rileggere l’opera in una dimensione archetipica, con miriadi di simboli e allusioni alle più disparate culture religiose e spirituali (da totem ancestrali a danze sufi, da simboli cristiani a iconografie buddiste, ma figura anche un corista in abito da sportivo), la produzione si innesta bene nel concetto del Festival (che porta il titolo Republic of Gods). La regia trascura però del tutto la gestione dei cantanti, creando le “dinamiche” sceniche fondamentalmente attraverso dei tableaux vivants. Nel primo atto (tranne i primi minuti di curiosità e fiduciosa aspettativa) e nel terzo il risultato è noia; nel secondo invece una travolgente Kundry (Dshamilja Kaiser) squarcia i veli del mondo digitale e riporta al centro della scena le emozioni in un inaspettato excursus di teatro psicologico.

In una recente intervista radiofonica la regista aveva paragonato il suo Parsifal a Guerre stellari: una storia archetipica che si svolge nel futuro, nel passato e nel presente per comunicare con un pubblico di oggi, con una nuova generazione abituata all’intelligenza artificiale e non al teatro d’opera. In effetti la sala era piena, molti giovani, un pubblico eterogeneo che forse non si sarebbe trovato a suo agio nelle istituzioni liriche tradizionali. I festival riescono spesso anche in questo, nell’attrarre nuove fasce di pubblico. Ma anche loro (almeno quelli seduti nelle mie vicinanze) sembravano stanchi ed annoiati.

La sottile e originale direzione di Yi-Chen Lin non lo avrebbe meritato: l’orchestra (ORF Radio-Symphonieorchester Wien) ha seguito la sua bacchetta sulle lunghe distanze, creando un arco drammatico avvincente, fluido, trasparente, senza sottolineare solo gli effetti più superficiali della partitura. E anche Albert Dohmen (Gurnemaz) e Kurt Rydl (Titurel) hanno ammaliato e stupito con volume, intensità e presenza (nonostante i rispettivi 70 e 78 anni che compiranno a poco!). Kartal Karagedik (Amfortas) e Russell Thomas (Parsifal) hanno convinto a tratti con la voce, meno con la presenza scenica impostagli dal concetto di regia.