Un gioiello intimista per Peter Hammill

From the Trees, il nuovo lavoro dell'ex Van Der Graaf Generator è tra i migliori nella sua imponente discografia

Peter Hammill From the Trees
Disco
pop
Peter Hammill
From the Trees
Fie!
2017

Senz’altro invernale, benché poco natalizio, il nuovo lavoro di Peter Hammill costituisce un’esperienza d’ascolto intensa e niente affatto facile. Non tanto per la musica in sé, scarna e in larga misura acustica (solamente pianoforte e chitarra, con l’eccezione di un uso misurato del sintetizzatore), quanto per il soggetto narrativo.

Da quando, nel dicembre 2003, rischiò di morire a causa di un attacco cardiaco, l’artista inglese – prossimo adesso alla soglia dei 70 anni – indaga il senso di vulnerabilità dell’esistenza umana. Fanno testo i versi di alcune canzoni delle dieci incluse in From the Trees: “Dovresti ammettere in realtà che alla resa dei conti fama e ricchezza sono menzogne che alla morte ti abbandonano”, sulle cadenze da valzer espressionista di “Reputation”, oppure “Il tremore della sua mano significa addio anziché buongiorno”, nello struggente brano intitolato all’agnizione (“Anagnorisis”).

Al centro della scena sta la voce, talvolta moltiplicata in multitraccia: potente, melodrammatica e inconfondibile, tale da aver influenzato nel tempo – per ammissione degli interessati – personaggi come David Bowie e Nick Cave, oltre a Johnny Rotten, che disse di averla emulata all’epoca dei Sex Pistols. Figura leggendaria, insomma, ancorché marginale: “Il mondo della musica è diventato Ikea, mentre io sono un artigiano”, dichiarò in un’intervista a “The Indipendent” nel giugno 2004, spiegando così la propria posizione appartata.

Cinque mesi dopo gli fu attribuito il Premio Tenco alla carriera, mostrando come in Italia il suo estro riluttante venisse apprezzato più di quanto lo fosse in patria: merito della nomea conquistata quasi mezzo secolo fa dai Van Der Graaf Generator, band “progressive” sui generis dove cantava e suonava, essendone punto focale. Si percepisce tuttora l’eco lontana di quei giorni, qui ad esempio nel portamento di una ballata folk quale “Charm Alone” e nel retrogusto barocco del madrigale chiamato “Torpor”. L’apice è però altrove, esattamente all’epilogo: “The Descent” ha densità emotiva straziante nella sua austera essenzialità.

Esagereremmo – nemmeno poi tanto, in verità – affermando che si tratta di un capolavoro, ma è comunque uno delle sue opere migliori: E stiamo parlando di un autore il cui repertorio da solista conta a oggi 35 album.

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