Mitski, canzoni pop per cavalieri solitari

Be the Cowboy: il nuovo lavoro della statunitense Mitski Miyawaki, cantautrice nomade

Mitski
Disco
pop
Mitski
Be the Cowboy
Dead Oceans
2018

“Essere cowboy”, d’accordo, ma in che senso? Meglio togliersi dalla testa il modello John Wayne: qui rappresenta semmai una figurazione simbolica del nomadismo. E sull’argomento la ventisettenne Mitski Miyawaki, come fa di cognome, denunciando ascendenza nipponica, ha esperienza di vita: non soltanto perché, essendo artista in carriera, le capita di stare mesi di fila in tournée, ma soprattutto per il tratto iniziale del suo tragitto biografico, che – per ragioni dovute al lavoro paterno – l’ha vista nascere appunto in Giappone e risiedere poi in una dozzina di paesi diversi, stabilizzandosi infine a New York.

Là, presso il Purchase College, ha compiuto il percorso accademico, testimoniato dai test di verifica del cammino formativo costituiti da un paio di dischi autoprodotti. Su quei lavori ha edificato il proprio futuro, affermandosi per mezzo dei due successivi, in particolare Puberty 2, uscito nel 2016. Basandosi su questo, Iggy Pop l’ha definita di recente “l’autrice di canzoni più avanti che io conosca, probabilmente”. Le scrive in modo asimmetrico, talora senza ricorrere nemmeno a rime e ritornelli, provocando nell’ascoltatore una sorte di spaesamento. E se qualcuno si era abituato, o peggio ancora affezionato, alla scorza “indie rock” che avvolgeva l’album precedente, conviene se la dimentichi: nonostante il produttore – Patrick Hyland – sia lo stesso, in Be the Cowboy le orchestrazioni sono in prevalenza sintetiche, per certi aspetti affini agli arrangiamenti pop della diva neozelandese Lorde, della quale ha aperto in primavera una quindicina di concerti statunitensi.

Nella circostanza, afferma di essersi spirata all’“immagine di chi canta solo sul palco”, e dunque – se di cowboy si parla – siamo all’epica del “cavaliere solitario”. Eccolo in “A Horse Named Cold Air”, ballata struggente per voce, pianoforte e nient’altro: “Pensavo di aver fatta molta strada viaggiando, ma ho girato intorno al solito vecchio peccato”, dice a un certo punto. Nei versi, in genere riferiti all’orbita delle relazioni, affiorano qui e là immagini folgoranti: “Mi sono innamorata di una guerra e nessuno mi ha detto che era finita”, in “A Pearl”, massimo grado di parentela con il disco “puberale”. E lo sguardo è sovente pensieroso: “Per un minuto rubo al mondo qualche respiro, e poi sarò nulla per sempre”, in “Me and My Husband”. Oppure, all’epilogo, nella toccante e solenne “Two Slow Dancers”: “Sarebbe cento volte più facile, se fossimo di nuovo giovani”.

Svetta, in termini d’immediatezza, su un’inopinata cadenza dance degna di St. Vincent, al netto delle affettazioni “glamour”, la deliziosa “Nobody”, dove “Venere, pianeta dell’amore, è stato distrutto dal riscaldamento globale”.

Mitski mette in fila così 14 brani andando poco oltre la mezz’ora: bada all’essenza e lascia stupefatti.

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