L'apocalisse di The Bug

Fire segna il ritorno di The Bug, nel segno di una distopia contemporanea tra dancehall, dubstep e noise

The Bug Fire Nuovo Album
Disco
pop
The Bug
Fire
Ninja Tune
2021

Fire segna il ritorno di The Bug – all’anagrafe Kevin Martin – a sette anni di distanza dal precedente Angels & Devils. Ci sono voluti tre anni di lavorazione e Martin descrive il prodotto finale come «punk as fuck», influenzato dalla sbandata collettiva verso il populismo e le posizioni politiche di destra, dalla Brexit e dall’amministrazione disastrosa di Boris Johnson, per il cui giudizio negativo non è secondaria la gestione scellerata della pandemia da Covid.

Un ritorno ai suoni di London Zoo – pietra miliare del matrimonio della dancehall con il noise, un ibrido tra i suoni giamaicani e quelli del dubstep londinese –, un disco scurissimo attraversato da lingue di fuoco, in cui un ruolo di primo piano è riservato ai collaboratori coinvolti nel progetto.

L’ascolto di Fire è sfibrante sia dal punto di vista emotivo sia da quello fisico, con i bassi che mettono a dura prova l’impianto di amplificazione; viviamo tempi cupi e The Bug affronta l’aggressione messa in atto da agitatori tirannici con un suono pesante, oserei dire apocalittico.

– Leggi anche: Miss Red, la signorina in rosso

Il compagno di lungo corso Roger Robinson, dub poet con Kevin nei King Midas Sound, apre il disco con “The Fourth Day”, una visione distopica, e ha anche il compito di chiuderlo con “The Missing”, allo stesso tempo racconto commovente e chiamata all’azione in ricordo delle vittime della tragedia del Grenfell a Londra, nella quale 72 persone morirono nell’incendio di un grattacielo fatiscente, strage aggravata nelle sue proporzioni dal materiale isolante infiammabile installato da proprietari a dir poco disinvolti e ignorato dal governo conservatore, un episodio che è diventato un simbolo delle conseguenze mortali sulla vita di tutti i giorni di un sistema economico che prospera soprattutto in tempi di orrore indicibile.

«Credo nella rabbia in quanto forza sacra» – Kevin Martin

Flowdan, un veterano della scena grime, compare in “Pressure”, uno dei pezzi forti della raccolta, caratterizzato da un’atmosfera sonora post-apocalittica e un testo agit-prop che va diritto al cuore dei problemi: «Noi non litighiamo sulle tasse, la gente è morta, la mamma sta ancora piangendo, l’incendio avvolgerà  questi aristocratici».

A seguire un uno-due che non lascia scampo: prima Irah regala con “Demon” una performance vocale sinistra su un dub digitale, poi la poetessa di Philadelphia Camae Ayewa, conosciuta come Moor Mother e membro del gruppo Irreversible Entanglements, arriva con “Vexed”, a conferma della teoria secondo cui solo i poeti riescono a gestire il peso emotivo devastante dei dubplate di The Bug.

L’ars poetica di Nazamba è parte della lunga tradizione di grandi scrittori e cantanti sviluppatasi a Clarendon, Giamaica. Seguendo le orme di Mutabaruka, Michael Smith, Oku Onuora, Linton Kwesi Johnson e Benjamin Zephaniah, Nazamba usa la penna e il suo flow per immergere gli ascoltatori nel racconto sonoro di “War”, brano in cui la rabbia è palpabile.

«I’m an upfront cannabis smoker»: Daddy Freddy non usa giri di parole in “Ganja Baby”, ode alla marijuana costruita sul ritmo digitale più diretto e immediato dell’album, un electro-riddim parente di quello conosciuto come “Sleng Teng”. È bello risentire Daddy Freddy, con Shinehead protagonista principale del fenomeno raggamuffin hip-hop della seconda metà degli anni Ottanta.

Flowdan ritorna e sgancia “Bomb”, vivida rappresentazione di frustrazione quotidiana senza speranza su un ritmo pesantissimo.

Non ne stiamo uscendo migliori, come ci veniva retoricamente ripetuto un anno fa, anzi: la pandemia e la conseguente diatriba sui vaccini hanno fatto esplodere divisioni che, in forma meno evidente, erano già presenti. È in questa ferita che si inserisce Fire, un album incendiario, rabbioso, ma dove la rabbia ha la lucidità necessaria per non farsi distrarre dai veri obiettivi: il pericolo del totalitarismo e le contraddizioni violente del capitalismo. In tempi incerti non ci deve essere spazio per la compiacenza, l’indignazione è un dovere civile.

«Il mio amore per la cultura dei sound system ha a che fare col fatto che la musica è salvezza; la musica è un modo per superare la tirannia schiacciante dell’esistenza o la stupefacente noia della vita. Assisterete a pochi show nella vostra vita che si possono definire rivoluzionari, che vi cambieranno la vita. E per me The Bug è proprio questo: un suono che può cambiare la vostra vita.» - Kevin Martin

P.S. Se siete a Londra, il 1° ottobre al Fabric ci sarà la serata “Pressure” per lanciare Fire: il consiglio è di non perderla.

The bug

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

pop

Sufjan Stevens, un nerd al cinema

Il nuovo album A Beginner's Mind, cointestato con Angelo De Augustine, è interamente ispirato da film. Alcuni piuttosto bizzari

Jacopo Tomatis
pop

Baba Ali, la black music in espansione

L'album d'esordio di Baba Ali, statunitense trapiantato a South London, rivisita con brio gli anni 80

Ennio Bruno
pop

Moor Mother, appunti per un'enciclopedia nera

Nel nuovo album Black Encyclopedia of the Air Moor Mother mescola poesia, rap e afrofuturismo

Alberto Campo