Chi è Velvet Negroni?

Jeremy Nutzman, alias Velvet Negroni, con Neon Brown sembra ripercorrere il cammino iniziale di The Weeknd

Velvet Negroni
Foto di Michael Simmons
Disco
classica
Velvet Negroni
Neon Brown
4AD
2019

Tre mesi fa la mia curiosità fu catturata da un video, “Confetti”, uscito a nome Velvet Negroni: una linea di dub che sembrava uscita da un disco di King Tubby, un sax elegante ed evocativo, un flauto spettrale e una voce a tratti angelica e a tratti oscura. Davvero niente male, ma chi è questo Velvet Negroni e, soprattutto, perché si chiama così?

Jeremy Nutzman, 34 anni, da bambino fu adottato da una famiglia evangelica bianca di Andover, Minnesota, e costretto a suonare il pianoforte per almeno un’ora al giorno, senza poter mai ascoltare musica che non fosse religiosa, l’unica ammessa in casa. Soltanto anni dopo, grazie al ritrovamento di alcuni CD abbandonati da un vicino in un prato, Jeremy scoprì Brandy, Blackstreet, Soundgarden e Metallica.

«Il periodo in cui la musica crea più eccitazione e ha il maggiore impatto per me invece è stato quello in cui ne sono stato lontano: penso che ciò abbia avuto il suo peso su come scrivo e interpreto le cose».

Alla morte del padre adottivo si sposta a Minneapolis e, immagino per reazione agli anni di quasi clausura, dà il via a un “periodo ricreativo”, fatto di droghe chimiche e alcol; insieme all’amico Hunter Morley dà vita al progetto Pony Bwoy, lo sbocco per esperimenti sonori e chimici.

Messosi in proprio, nel 2017 assume il nome di Velvet Negroni, dopo aver assaggiato un cocktail con questo nome in un Martini bar di Austin, Texas: «Un cocktail costato l’assurda cifra di 30 dollari che non mi è neanche piaciuto un granché».

Il suo nome comincia a girare quando Justin Vernon aka Bon Iver fa ascoltare la sua canzone “Waves” a Kanye West, che diventerà fonte d’ispirazione per il brano “Feel the Love”, inserito in KIDS SEE GHOSTS ed eseguito in compagnia di Kid Cudi, e quando ancora Justin Vernon lo vuole come collaboratore nel suo recente i,i (ne abbiamo parlato qui).

Nel frattempo ha smesso le sue frequentazioni con le droghe e ha lavorato in una società di rimozione di tronchi insieme al suo amico Daniel: «Bevevo birra alla sera e guardavo le partite di football; fondamentalmente conducevo la sua vita mentre mi rimettevo la testa a posto». 

E arriviamo a Neon Brown – undici canzoni per una durata complessiva di 47 minuti –, prodotto dagli amici Elliott Kozel (Tickle Torture) e Simon Christensen (Psymun) che gli impongono anche delle severe regole lavorative: il risultato finale può ricordare il primo The Weeknd, quello dei tre mixtape, senza quella sensazione di stupore e di mistero che ci fece amare il cantante di Toronto.

Nell’album, un cocktail (e non potrebbe essere diversamente) di R&B crudo, elettronica, synth-pop, trap e rap nervoso. Non mancano gli episodi notevoli, come “Wine Green”, in cui Velvet Negroni sembra lasciarsi andare a una filastrocca per bambini, “Feet Let”, con un improvviso falsetto che ammalia, la già citata “Confetti” o “Kurt Kobain” (sì, con la “K”), anche se il ritornello ricorda troppo da vicino i Police di “Don’t Stand So Close To Me”.

Un album altalenante, con momenti interessanti e altri meno, ma che comunque merita una sufficienza piena. 

«Puoi incanalare tutta l’ansia adrenalinica in qualcosa che ti aiuti a prendere decisioni. Le scadenze sono il nuovo Adderall (farmaco utilizzato per la cura del disturbo da deficit d’attenzione e iperattività)».

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