Bokanté, un nuovo Graceland?

What Heat del duo Bokanté (con Michael League degli Snarky Puppy) sembra aprire nuove vie per la contaminazione "world"

Bokante
Disco
world
Bokanté / Metropole Orkest / Jules Buckley
What Heat
Real World
2018

La straordinaria (anche cinematica) profondità orchestrale (prevalentemente acustica per altro), inusuale o inusitata rispetto al tipo di realizzazione musicale, di quest’ultima impresa del geniale Michael League – tra i grandi innovatori dell’odierno panorama sonoro mondiale, che abbiamo già conosciuto come leader degli sperimentali imprevedibili Snarky Puppy, espressione avanguardistica di una nuova concezione della fusion music – avrebbe probabilmente sopraffatto anche uno come Gustav Mahler, passato alla storia per i suoi innovativi stratificati e spaziali prospetti sinfonici.

Ritroviamo League (per la seconda volta dopo Strange Circles del 2017) “in combutta” con la voce ammaliante e luminosa, intrisa di forza e delicatezza, della cantante Malika Tirolien, di stanza a Montréal e però originaria della Guadalupa, nei caraibici antillani territori francesi d’oltremare. Entrambi sono “riparati” dietro la ragione sociale di Bokanté, che nella lingua creola della Guadalupa significa letteralmente "scambio", o meglio "incontro". 

League, dopo aver passato parecchio tempo a Istanbul a studiare tecniche di percussione, suona qui abilmente di tutto (oud, minimoog, basso fretless acustico, bendir, riqdaf). Malika Tirolien ci mette le liriche – contro il razzismo, l’ingiustizia, la prevaricazione, a favore invece di ascolto, integrazione, pace (e però parole e musica, per quanto avvincenti e meritevoli, si ha la sensazione che non riescano mai a coinvolgere completamente). Il tutto sapientemente orchestrato dall’aerea, pirotecnica, leggera e al contempo tonitruante, Metropole Orkest, blasonato nutrito ensemble (attivo fin dal 1945 e oggi ampiamente rinnovato) residente nei Paesi Bassi (era l’orchestra da ballo di Radio Hilversum), sospeso tra la big band di impronta jazzistica e l’orchestra sinfonica, diretto dal musicista e compositore inglese Jules Buckley, da tempo amico e valente collaboratore di League. 

«Non avrei potuto immaginare di fare alcun tipo di registrazione orchestrale senza Jules», racconta League, «è così in sintonia con il ruolo che l'orchestra deve assumere nel contesto di una collaborazione di questo tipo: è un vero musicista, un buon amico e uno che vive davvero nel mondo della musica moderna, che conosce e capisce».

«Parte della genialità di Michael come compositore – spiega dal canto suo Buckley – sta nel modo in cui riesce a catturare e valorizzare al meglio il sentire complessivo di un intero gruppo di musicisti». 

Ad aggiungere lustro al progetto ci pensano poi tutta una serie di autorevoli personalità, tra le quali Jamey Haddad, percussionista fra i percussionisti, ex professore di Berkeley, elemento fondamentale per le ritmiche di molti dischi di Sting e Paul Simon; Weedie Braimah, maestro suonatore di djembé originario del Ghana, turnista ormai molto considerato in ambito world ed etno-jazz; il percussionista di supporto del celebre violoncellista cinese naturalizzato statunitense Yo-Yo Ma e della London Symphony Orchestra, il giapponese, formatosi però a Rio, Keita Ogawa; lo svedese André Ferrari, componente dello storico gruppo folk Väsen, con tutto il suo “primitivo” eclettismo sonoro; e poi Roosvelt Collier, straordinario virtuoso di pedal steel originario di Miami, e gli snarkyes guitarists Chris McQueen e Bob Lanzetti. 

«Volevo mettere insieme una band che tracciasse la vicenda storica del blues dalle sue ancestrali radici nella west Africa saheliana, subsahariana e araba, fino alla musica che conosciamo oggi, formatasi come conseguenza della dolorosa diaspora africana; il tutto inserito nell’ambito di un contesto ampiamente moderno, contemporaneo, visionario», ha spiegato League (un intento, per altro, quello della modernità, perfettamente conseguito). «Ho scritto la maggior parte di queste canzoni sull’oud, che sento come uno strumento blues, in un linguaggio essenzialmente acustico; uno strumento che non ha tasti: in un certo senso è come se fosse una chitarra slide». 

«E poi ho voluto che Malika cantasse nella sua lingua madre». La lingua creola francese della Guadalupa, della Martinica, sembra procedere come attraverso un flusso percussivo: «è un linguaggio molto originale da ascoltare; naturalmente l'intera isola parla il francese corrente, ma il creolo è davvero una specificità della Guadalupa, quindi abbiamo pensato che fosse più genuino per Malika esprimersi in questa lingua: lei ne era entusiasta».

Provando a esprimere un giudizio su questa ambiziosa operazione, siamo davvero colpiti, decisamente avvinti dal complessivo risultato musicale d’assieme, innovativo, avveniristico, quasi profetico (e però fin troppo intellettuale, cerebrale, nonostante lo sbandierato calore del titolo, e la fluida armonia con la quale tutto si svolge), pur nella sua oltremodo composita costituzione (o forse proprio per questo). 

Non siamo invece tanto persuasi sul piano filologico (ma questa volta probabilmente poco importa), nel senso che di Africa, blues, caraibi, desertici portamenti arabeggianti, e poi di inflessioni mediorientali e jazzistiche, nel concreto sembra esserci davvero poco (in termini di rappresentazione filogenetica, vogliamo dire, secondo quelle che erano le iniziali dichiarate intenzioni), mentre molto sembra invece esserci sul piano dei tanti possibili futuri intrecci e sviluppi. 

Ogni aspetto è “solo” lontanamente rievocato all’interno di una suggestiva pulviscolare miscela di elementi, che ha l’indubbio valore di proiettare lo sguardo dell’ascoltatore molto in avanti sul piano della sperimentale contaminazione. In questo disco si fonde arditamente e ammirevolmente la musica di quattro continenti in un aereo vertiginoso mix groove di stili decisamente nuovo, personale e densamente intrecciato. Tuttavia, è una modalità al contempo figlia di una logica un po’ più “superficiale” del dovuto, “semplice” calibrato effetto della calcolata ricerca di un’ammiccante formula musicale un po’ troppo facilmente world (oppure no ?). 

Anche se è certamente vero che la grande rivoluzione delle musiche afroamericane e nero americane negli Stati Uniti e non solo, è passata dal decisivo passaggio caraibico (il cosiddetto middle passage, da una parte), e dalla preparazione musicale dei tanti musicisti creoli cresciuti sotto l’influenza della colta cultura francese ed europea (dall’altra). Che cosa sarebbe stato, per esempio, il quartiere nero di Storyville a New Orleans, fondamentale crogiolo di esperienze ed esplosiva creatività, senza il determinante contributo dei preparati musicisti creoli, che ad un certo punto vennero lì rinchiusi, trattati malamente alla stessa stregua dei neri americani, dal razzista potere bianco anglosassone e protestante ?

E però, nonostante le nostre perplessità, crediamo comunque che sia da qui (o da progetti siffatti) che bisognerà ripartire per delineare ulteriori percorsi sonori, capaci di raccontare, integrare, valorizzare, rilanciare corroboranti pratiche di multiculturalismo sonoro, perché questo What Heat sembra proprio una specie di nuovo decisivo spartiacque, di moderno Graceland, giusto per intendersi. Da non perdere.

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