Vietato ballare: che futuro per la musica dance?

Discoteche chiuse, il Green Pass, i DJ fermi: l'occasione è buona per riflettere sul futuro della dance con tre musicisti della scena elettronica: Dozzy, Ralf e Aeph

Vietato Ballare Discoteche Green Pass
Articolo
pop

Sembrano esserci molte cose più urgenti del divertimento giovanile da sistemare in questa coda di pandemia: in effetti, è notizia recentissima che, anche con il Green Pass, le discoteche non riapriranno. Eppure, quella creata dal coronavirus è stata un'emergenza disorientante; un cataclisma capace di definire una generazione, la quale, oltre alla depressione, l’autolesionismo, ai disturbi alimentari e alle tendenze suicide ha subito la colpevolizzazione del proprio divertimento.

– Leggi anche: Notti tossiche, resistere attraverso il piacere

Quella movida, che già nel nome porta la futilizzazione della necessità fondamentale di prossimità fisica, è stata ribattezzata mala-movida, tacitando qualsiasi punto di vista altro sulla crisi delle culture giovanili pandemiche.

Quella creata dal coronavirus è stata un'emergenza disorientante; un cataclisma capace di definire una generazione, che ha subito la colpevolizzazione del proprio divertimento.

Se c’è una musica che più ha perso senso in un mondo in cui è stato bandito l’uso del corpo, è la musica dance. L’unico genere musicale con un nome funzionale: dance music, musica per ballare. Impossibile l’azione del ballo, inutile la musicale funzionale.

La scena dance dal canto suo, non è stata in grado di reagire al nuovo scenario. Eppure, fino a qualche anno fa i club (che in Italia chiamiamo ancora discoteche, usando un termine lievemente più aggiornato rispetto a balere) erano il luogo in cui guardare per captare il futuro prossimo nel suo divenire.

Se c’è una musica che più ha perso senso in un mondo in cui è stato bandito l’uso del corpo, è la musica dance.

Dozzy, Ralf e Aeph sono tre DJ e produttori di generazioni diverse con suoni diversi, che hanno vissuto la club culture nelle fasi ascendenti e discendenti. Un piede nella scena dance/elettronica italiana e uno in quella internazionale, una mente che riflette sul ruolo del DJ e il lavoro di ricerca continua in ambiti diversi, sono le caratteristiche diventate occasione per riflettere con loro sul ruolo della musica dance in questi tempi incerti e sul fatto che possa essere giunto il momento di ripensare la musica da ballo e invocare una post dance realmente funzionale al presente post pandemico.

Come mai la DJ culture, cosmopolita e progressista non ha colto l’occasione per sperimentare?

DOZZY: «Noi creiamo musica che porta allo scambio fisico fra le persone, improvvisamente questo scambio non è stato possibile e possiamo parlare di occasione persa perché quando abbiamo smesso di ballare abbiamo trasmesso la nostra musica dalle nostre camerette, facendo delle cose che si somigliavano tutte, causando noia e perdita di interesse da parte del pubblico. Un cortocircuito che ha travolto i DJ che non hanno fatto altro che far vedere loro stessi mentre suonavano».

«Possiamo parlare di occasione persa perché quando abbiamo smesso di ballare abbiamo trasmesso la nostra musica dalle nostre camerette. Un cortocircuito che ha travolto i DJ che non hanno fatto altro che far vedere loro stessi mentre suonavano».

Loro stessi, al centro dell’immagine, a riempire spazi svuotati di qualsiasi corpo. Unici corpi, unico ego che invade tutto lo spazio disponibile togliendo dal frame anche il pubblico, lasciando i DJ al centro della scena, egemoni dell’attenzione.

DOZZY: «Bellocci e ben conciati, ma questo non ha nulla a che vedere con un messaggio energetico che passa attraverso la musica. La sostanza di ciò che si propone è passata in secondo piano rispetto all’apparenza e questo giustifica quello che è successo in questo anno e mezzo, risultato della smania di farsi vedere e dell’autopromozione che, a lungo andare, uccide la cultura stessa».

I DJ sono demiurghi in iper-contatto con il presente in divenire e quando questo presente si è fermato, è scomparso il futuro. Così l’adesso è diventato un lungo, immobile presente e i DJ, non sono riusciti a immaginare nuove esperienze da condividere col pubblico.

AEPH: «È stata un’occasione persa per molti DJ che potevano sfruttare il lockdown in maniera più creativa per sperimentare, visto che le serate non si potevano fare, provando a cercare qualcosa con un concept, a ibridare le discipline e invece, si sono messi su Patreon o a fare i DJ set in streaming da casa».

RALF: «Posso capire che potesse mancare la consolle, forse c’è stata l’intenzione di mantenersi visibile, non so, so che io mi annoio molto a mixare da solo in camera. Se devo scegliere di apparire in un posto da solo preferisco di no, non ho un’idea così fantastica di me. È anche vero che inventarsi cose in un momento come questo non è facile, cioè anche se ti venissero nuove idee non le potresti testare perché i club son chiusi. La cosa fondamentale della ricerca e dell’invenzione è che poi devi vedere se funziona con il pubblico, perché se funziona solo nella tua testa in studio sai, ci fai poco».

«Probabilmente alla cultura dei club è mancato l’ossigeno vitale dell’in-divenire per trovare idee adatte al nuovo presente».

Probabilmente alla cultura dei club, che si nutre di tempo presente continuo, è mancato l’ossigeno vitale dell’in-divenire per trovare idee adatte al nuovo presente.

AEPH: «La necessità di essere rilevanti sui social sta condizionando produttori a puntare tutto su formule già conosciute. Ci sono però tante realtà che spingono sonorità più alternative, artisti che creano sonorità ricercate. Le idee già ci sono, le tecnologie anche. Ricercare e ricreare lo stesso movimento nato tra gli anni Novanta e i Duemila sarebbe impossibile e fuori luogo. A volte basta poco per creare un cambiamento importante: una canzone fatta con un mix di generi mai provati prima, oppure una tecnica di produzione inedita. Non possiamo saperlo, ma magari nuove idee stanno già prendendo forma nella camera di un ragazzo di 16 anni».

DOZZY: «Anni fa i produttori di musica dance, suonavano strumenti, conoscevano la musica adesso siamo passati al produttore da cameretta che fa quello perché i mezzi glielo permettono. Per questo c’è un certo piattume, manca quel tipo di preparazione e in più in tempi di isolazionismo fisico e mentale c’è poca comunicazione e dalla comunicazione fisica con le persone si imparano le cose».

RALF: «Dalla musica dance è uscita la consapevolezza che dentro ai club si possa fare cultura, si possano generare idee e forme d’arte. La dance si nutre di culture diverse, musiche diverse teatro d’avanguardia, le mostre, grafica, fotografia, mentre ormai l’approccio al club è molto naïf, vanno li ballano e basta inseguendo il mito dei dj ospiti».

Nel marzo del 1990 la colonna sonora della battaglia di Trafalgar Square, nella quale duecentomila protestarono contro la pool tax della Thatcher con scontri tra manifestanti e polizia fra i più violenti dell’era moderna, era la musica dei rave. La musica dance da allora e per anni è diventata la colonna sonora delle proteste, fondendosi con estetica punk e indie per diventare la musica politica dei movimenti giovanili. Questa connotazione politica che in Italia ha portato a una grossa scena dance nata e cresciuta nei centri sociali. con il passare degli anni, si è persa.

AEPH: «Sicuramente c’è stato un distacco da parte dei giovani verso la politica. Vent'anni fa esporsi politicamente era visto come qualcosa di alternativo, aveva un certo appeal. In questo momento storico, la maggior parte dei ragazzi preferisce crearsi una propria immagine che va al di sopra del definirsi semplicemente di destra o di sinistra e questo si riflette nella loro musica. Gli unici veri ideali da seguire sono quelli di integrazione, empatia e responsabilità verso il prossimo».

«Non penso che un messaggio politico sia essenziale per la club culture».

«Non penso che un messaggio politico sia essenziale per la club culture. Non dimentichiamoci che stiamo vivendo un gran periodo storico della comunità LGBTQ all’interno della club culture, soprattutto in alcuni generi di musica elettronica dove fino pochi anni fa, era considerato un tabù fare coming out».

Molti produttori di dance sono stati parte della fioritura di sperimentazioni nella musica elettronica durante il lockdown. Kevin Richard Martin (The Bug) ha detto che «è stata l’occasione di fare quello che so, che è fare musica come una ricerca spirituale per mantenersi sani di mente».

DOZZY: «È una cosa che apprezzo moltissimo, si fa di necessità virtù. C’è una necessità contingente e ci si adatta. La chiave per una cultura ampia è quella di essere in grado di migrare, cambiare il proprio orientamento musicale, adattarsi ai tempi che corrono e anzi saper sfruttare l’occasione per sviluppare l’intelletto in modi diversi. Sono passi da cui non torni indietro, queste cose rimangono e le persone che hanno fatto questi passi avranno una visione più aperta e un modo di lavorare arricchito».

Riusciamo a immaginare una post dance?

DOZZY: «La techno è la musica che è sulla bocca di tutti, è come il rock negli anni Settanta, tanti soldi tanti interessi. L’ADE (Amsterdam Dance Event) raccoglie un milione e mezzo di persone, Woodstock ne faceva un milione… Mi immagino un rallentamento e uno svuotamento della scena techno, un mix di generei fra techno e trap che sono mondi diversi, ma intersecanti in qualche modo, vedo molti trapper che amano la cassa dritta, c’è un tipo di legame ed è importante perché significa che un genere esterno sta portando degli ingredienti che prima non c’erano alla techno».

RALF: «Mi interessa la trasformazione, le cose mentre succedono. Ci sono robe rave che mi piacciono molto, ma con strutture ritmiche nuove, mi piace la progressione ritmica delle prime cose di Battiato e dei Kraftwerk, mi sembrano strutture musicali molto attuali. Sento che mi piacciono certi suoni che ti arrivano prima nella capoccia e poi scendono giù, mi interessano, poi in corso d’opera tutto può succedere, ma se non sperimenti in pista la dance rimane ferma, un’ipotesi. Grandi novità non ce ne sono, bisogna aspettare che ricominci la festa».

«Grandi novità non ce ne sono, bisogna aspettare che ricominci la festa».

 

 

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

pop

Carrie Brownstein delle Sleater Kinney e St Vincent in un bizzarro mockumentary, appena uscito

pop

Muore a 85 anni Lee Scratch Perry, inventore del suono del reggae e del dub

pop

Due raccolte retrospettive illuminano le avventure musicali dell'attrice Karen Black e della modella Leslie Winer