Per un Glass ritrovato, altri da dimenticare

Un ritrovamento di un brano del 1970 riaccende l'attenzione per Philip Glass: ma i dischi del 2020 – da King Lear a Tales from the Loops – non sono all'altezza

tale from the Loop - Philip Glass
Articolo
classica

La notizia del ritrovamento di uno storico brano di Philip Glass – Music for Eight Parts, ritenuto ormai disperso – ha riportato l’attenzione sulla musica del compositore americano. A una settimana dall’avvenimento, che ha suscitato un certo entusiasmo, e non solo tra i fan del padre del minimalismo, la casa discografica di Philip Glass ha pubblicato un nuovo breve brano per pianoforte intitolato Elergy for the Present.

L’invito a un ascolto così ravvicinato di due lavori tanto distanti stilisticamente rivela quanto l’azione del tempo abbia agito ineluttabilmente sull’iniziale carica sperimentale dell’autore di Einstein on the Beach.

Non è bastato riporre i pregiudizi e spogliarsi di qualsiasi atteggiamento polemico: è la musica di Philip Glass a rivelare il suo cambiamento – non in meglio – nelle diverse pubblicazioni discografiche che l’etichetta Orange Mountain Music ha proposto dall’inizio del 2020.

Non è bastato riporre i pregiudizi e spogliarsi di qualsiasi atteggiamento polemico: è la musica di Philip Glass a rivelare il suo cambiamento – non in meglio – nelle diverse pubblicazioni discografiche del 2020.

1. Music for Eight Parts

Scritto nel 1970, Music for Eight Parts è stato eseguito solamente due volte, di cui una al Guggenheim Museum di New York. Poco dopo la partitura è stata venduta insieme ad altra musica proprio da Philip Glass, economicamente in difficoltà per la produzione di Einstein on the Beach (1975-76), l’opera nata dall’incontro con Robert Wilson che ha portato il compositore alla ribalta internazionale. Ritenuto disperso, Music for Eight Parts è riapparso all’asta solo tre anni fa. 

Tornato nelle mani dell’editore di Glass nei primi mesi del 2018, Music in Eight Parts è stato affidato a The Philip Glass Ensemble, il gruppo di riferimento per l’interpretazione della musica del compositore americano, con l’intenzione di poter organizzare un tour mondiale. Saltati i piani a causa del coronavirus, il progetto si è trasformato nella prima incisione assoluta del pezzo per due sax, due flauti, ottavino, tastiere e voce proprio durante il periodo di lockdown. Ciascun musicista si è trovato così costretto a registrare le singole parti di questa musica presso la propria abitazione, per inviarle poi al produttore che infine ha montato il tutto.

Nonostante Philip Glass in quegli anni non fosse troppo preoccupato di conservare la musica del periodo minimalista, risulta ora singolare lo sforzo avviato per recuperare la partitura e autorizzarne una registrazione a distanza di cinquant’anni. A maggior ragione se tale realizzazione sia da ritenersi nient’altro che una ricostruzione virtuale di Music for Eight Parts, dato che l’esecuzione di questo brano può rivivere solo attraverso l’interazione attiva dei musicisti in un movimento di continua immersione ed emersione di ciascun strumento all’interno dell’ipnotico tessuto musicale che questa musica è in grado di azionare tra le graduali trasformazioni ritmiche e melodiche che lo animano. Semplice nostalgia del passato o un’operazione di marketing?

Music in 8 parts- Glass

Oltre alla musica, anche l’immagine del cubo che appare come copertina di Music in Eight Parts, disponibile sulla piattaforma Itunes e Spotify, ci riporta indietro nel tempo. Si tratta infatti di un’opera dell’artista Sol LeWitt, collaboratore di Glass e autore della storica copertina rossa del vinile di Music in Twelve Parts (1970), del quale Music in Eight Parts ha rappresentato un importante studio preparatorio. 

2. King Lear

Su richiesta del regista Sam Gold, nel 2019 Philipp Glass scrisse la musica per il Re Lear di Shakespeare destinato al palcoscenico di Broadway e interpretato da Glenda Jackson, l’attrice inglese che con questo ruolo segnò il suo ritorno alle scene dopo una pausa durata venticinque anni. Pochi mesi fa la musica del Re Lear è uscita in un disco (per Orange Mountain Music) che raccoglie i trenta pezzi che accompagnano gli attori sulla scena. In un’intervista alla rivista “Rolling Stone” l’autore si vanta di esser riuscito a comporre la musica in poco più di un mese: difficile non credergli, è sufficiente infatti un primo ascolto. Glass rivela inoltre di aver pensato l’intera musica per quartetto d’archi, che il regista ha subito voluto in piedi sul palco a interagire con gli attori. Solo alcuni brani si arricchiscono infatti dell’orchestra. Sono tutti pezzi brevi che creano il tipico effetto di sospensione voluto da Glass mediante un semplice giro armonico iterato all’infinito e alternato solamente da qualche scala ascendente e una manciata di melodie che, come appaiono, spariscono nel nulla. Tra i vari brani strumentali, ne compaiono inoltre due cantati e resi interessanti dall’interpretazione dell’attrice Ruth Wilson nel ruolo di Cordelia.

King Lear

3. Tales from the Loop

La firma di Philip Glass appare anche nella colonna sonora di Tales from the Loop, la serie in otto puntate di Amazon Prime Video ispirata ai lavori dell’artista svedese Simon Stålenhag, che nei suoi disegni immagina una società moderna in cui coesistono uomini, dinosauri e robot. Il nome di Glass è qui accostato a quello di Paul Leonard-Morgan, compositore di film e serie televisive. Sembra infatti che Glass qui si sia limitato comunque a scrivere qualche melodia e a limare la partitura nel complesso, destinata al pianoforte e una manciata d’archi. Viene dunque da chiedersi se per tutto questo il coinvolgimento del compositore fosse davvero determinante alla riuscita della serie.

4. Elergy for the Present

Si tratta di un recente brano per pianoforte della durata di poco più di cinque minuti, eseguito da Dennis Russell Davies, pianista e direttore d’orchestra specialista del Novecento, nonché interprete delle musiche di Glass. Come una piccola improvvisazione uscita dalle mani di un bambino in una piovosa domenica, Elergy for the Present si esprime alternando due semplici melodie, appesantite dall’ossessivo accompagnamento della mano sinistra che sembra più impegnata a coprire un vuoto dell’autore che a creare il clima di sospensione avviato nelle precedenti registrazioni.

Mentre le musiche di King Lear e Tales from the Loop condiscono bene o male una narrazione, in questo caso davvero qualcuno sarebbe disposto a scaricare da Spotify e Itunes un brano che annoia già prima della fine?

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