Quando il pop italiano guardava al futuro

Qualche riflessione a partire dalla lettura di Italian Futuribili di Demented Burrocacao

Matia Bazar
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Il sorriso plasticoso di David Zed, l’uomo-robot che negli anni Ottanta invase con le sue mosse da umanoide la tv italiana, accoglie beffardamente in copertina chi si accinge a leggere Italian futuribili. Il pop nostrano che ci ha visto lungo (Minimum Fax, 340 pp., 17€), il libro che Demented Burrocacao – alias Stefano Di Trapani – ha dedicato ai tentativi (più o meno riusciti) della nostra musica “leggera” di sperimentare strade nuove, lontane dalle formule melodico/commerciali più sicure.

Demented Burrocacao

Il nostro Zed sembra quasi irridere, bonariamente, lettrici e lettori, come se stesse dicendo loro: «ma come? non lo sapevate? il futuro è sempre stato qui!», e in fondo ha ragione lui, con il suo improbabile manifesto-cyborg in salsa action-figure Mattel, grazie al quale nella cornice dell’industria dell’intrattenimento catodico/canzonettaro si installa una sorta di virus perturbante che oggi leggiamo con altri occhi e altre orecchie.

Il libro è una raccolta di tante piccole monografie, che ruotano intorno a un disco particolarmente “futuribile” e da lì trovano modo di raccontare anche l’artista che ne è responsabile/colpevole. Chi conosce Demented Burrocacao dai suoi strepitosi articoli per Noisey o Rolling Stone conosce bene le montagne russe concettuali su cui l’autore ci accompagna: aneddoti e stranezze, analisi precise e contestualizzazioni sghembe si incrociano in un affascinante crescendo di desiderio d’ascolto (tanto che, come accade ormai con molti libri di argomento musicale, si rimbalza continuamente dalla pagina a uno YouTube che possa soddisfare l’arsura uditiva).

Si passa da nomi imprescindibili del nostro pop d’autore (Dalla, qui con Viaggi organizzati, il Battiato dell’Arca di Noè, il Battisti di E già) a miti del nazionalpopolare come i Pooh, Bennato, Nannini, Ruggeri, passando per Patty Pravo, Camerini, Finardi, ma anche riscoprendo improbabili accensioni sperimentali di un Pupo o di Ombretta Colli.

A fare da collante c’è, intuibilmente, la cornice tecnologica e produttiva entro cui artisti di ogni sorta, esordienti o magari a un momento di stanca della propria carriera, si trovavano a agire tra gli anni Settanta e i primi Ottanta: sono gli anni dei sintetizzatori, dapprima pletorici, avanguardistici e costosissimi, poi sempre più integrati – fino all’avvento del digitale – nei meccanismi di produzione del pop, strumento di esplorazione e al tempo stesso fenomenale chiave di risemantizzazione della propria carriera nella prospettiva di accalappiare nuovi pubblici.

Un’idea di “futuro” che ognuno piega al proprio estro, con esiti di ogni tipo: il Fortis di El niño, così come i già citati dischi di Battiato o Dalla oppure Tango dei Matia Bazar sono chiaramente dei lavori bellissimi, mentre un Kaiwanna di Bennato, l’Orietta Berti da Guerra Fredda di Futuro o le anomale Cicciolina o Maria Sole, per quanto si possano amare e ricontestualizzare, restano delle freakerie o dei vicoli ciechi.

Ma tra i vari fili rossi che congiungono le tante storie si scorge una certa insofferenza – più o meno giustificata artisticamente – verso la prevedibilità, quasi che il futuro che le nuove sonorità e idee prefigurano non sia solo tecnico/utopico, ma anche apra a improbabili mutamenti di identità.

Certo, spesso è colpa/merito del produttore di turno (in fondo una buona parte della musica pop italiana di quel periodo può essere letta proprio nel quasi insanabile scarto tra intuizioni, professionalità, artigianato, inadeguatezze, mercato alla fine limitato, il tutto sullo sfondo di un mondo dello spettacolo sempre più televisivo-centrico) e di un contesto produttivo in cui conviveva una pluralità di visioni (anche profetiche come i Krisma di “Messaggiami” che anticipano il sexting di qualche decennio!).

«Il futuro non è più quello di una volta» ci insegna il poeta Mark Strand, ma l’esercizio di reimmaginare quelle tensioni e riscoprire frammenti della nostra storia vale decisamente la pena!

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