La via crucis di Iggy Pop

Gli ultimi mesi degli Stooges originali in un cofanetto live, con i concerti del 1973-74

Iggy Pop and the Stooges
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«Fra 46 anni, quando ne avrai 73 compiuti, sarai il testimonial di uno degli stilisti più famosi al mondo, insieme ad alcuni dei maggiori esponenti di un genere musicale ancora da inventare». Suona già abbastanza strano così come futuro, o no?

Ora, immaginate di dirlo all'Iggy Pop del 9 febbraio 1974. Che non è quell'eccentrico omino diventato in qualche modo un'icona di salute e buona conservazione, tutto pelle e muscoli e sempre a torso nudo, con villa in spiaggia a Miami e nuotata quotidiana in mare, ma un disastro. Che non è la rockstar attempata e quasi aristocratica ritratta, appunto, nelle pubblicità di Gucci insieme a rapper milionari (A$AP Rocky, Gucci Mane e Tyler, The Creator) e icone cinematografiche (Sienna Miller) che potrebbero essere suoi nipoti, ma un giovane uomo al punto più basso della sua parabola, umana e musicale. Chiunque avrebbe dato all'Iggy Pop del 9 febbraio 1974 giusto qualche settimana di vita, lui per primo.

Chiunque avrebbe dato all'Iggy Pop del 9 febbraio 1974 giusto qualche settimana di vita, lui per primo.

La sera di quello che per quasi trent'anni è stato l'ultimo concerto degli Stooges, infatti, James Newell Osterberg Jr pare al culmine di un percorso di autodistruzione irreversibile. Appena ventiseienne, è cantante e frontman di un gruppo che ha bruciato in pochissimo tempo il credito accumulato presso pubblico e case discografiche.

Solo tre anni prima, cacciavano il bassista originario Dave Alexander perché reso inaffidabile dall'alcolismo. Tre anni dopo, loro e il loro entourage sono quasi tutti eroinomani conclamati. Sono entrati nell'orbita di David Bowie, si sono sciolti e riformati con un nuovo chitarrista (James Williamson), hanno provato a reinventarsi in Inghilterra con un po' di sezioni ritmiche locali, ma alla fine hanno ripreso a bordo i fratelli Asheton, il batterista Scott e il chitarrista Ron (l'unico pulito), "retrocesso" al basso. Sono stati licenziati dall'etichetta che aveva pubblicato i primi due album (The Stooges e Fun House, 1969 e 1970 rispettivamente) e da quella che li aveva accolti per il terzo (Raw Power, 1973). Hanno passato mesi rinchiusi in una villa di Hollywood fra groupies, tanta droga e tanta noia. Hanno registrato demo di canzoni nuove per un ipotetico quarto album che mai uscirà. E infine si sono imbarcati in un tour degli Stati Uniti, per sopravvivenza.

Ma quello che andrà in scena è il contrario: una via crucis inesorabile, un gruppo che si sfascia in pubblico fra lanci di oggetti e indifferenza, performance sfilacciate e sangue, battibecchi col pubblico e confusione, con il proprio leader come agnello sacrificale e simbolo della discesa agli inferi. Tutto documentato come meglio non si potrebbe da You Think You're Bad, Man? – The Road Tapes '73-'74, cofanetto di cinque CD appena uscito per la londinese Cherry Red, che mette in ordine cronologico altrettanti concerti di quel tour, partendo dal Whisky a Go Go di Los Angeles il 16 settembre 1973 e finendo appunto al Michigan Palace di Detroit, la città dove tutto era cominciato, il 9 febbraio 1974.

Iggy and the Stooges Cherry Tape

Sono cose in parte già sentite, in una serie di album semi-ufficiali usciti nei decenni seguenti (Metallic K.O. il più celebre), qui sistemate con ordine e cura – e un prezioso saggio del decano del giornalismo musicale britannico Kris Needs – in quello che si candida ad essere il titolo definitivo sulla faccenda. Occorre scordarsi degli Stooges chirurgici ed essenziali dei primi due album, e immaginare piuttosto una versione caotica e sempre meno a fuoco di quelli del terzo, meno violenti e nichilisti, più marcatamente rock'n'roll e decadenti, con il piano aggiunto di Scott Thurston a dare un sapore classico al tutto.

Occorre prepararsi, soprattutto, a registrazioni assai grezze, di qualità oscillante fra il pessimo e il discreto, talvolta persino catturate dal walkman di un fan in mezzo al pubblico. Ma chi vuole l'alta fedeltà difficilmente ama gli Stooges, e chi ama gli Stooges ascolterà i cinque CD uno dietro l'altro comunque. Anche perché ci saranno pure momenti abbastanza agghiaccianti (su tutti, l'attacco sbrindellato di "Rich Bitch" nel quarto CD), ma in alcune esibizioni il gruppo è in forma smagliante, come il quella del terzo CD, a Baltimora a novembre.

Nelle scalette non c'è materiale di The Stooges Fun House, e pure quello di Raw Power si dirada strada facendo, sostituito da tracce più recenti già trapelate nel corso degli anni attraverso vari bootleg: "Open Up and Bleed", "Head On", "Heavy Liquid", "She Creatures of The Hollywood Hills", "Rich Bitch", "I Got Nothin'", "Wet My Bed", "Cock in My Pocket".

Pezzi diventati quasi mitologici, ma quasi sempre inferiori a quelli pubblicati ufficialmente dalla band mentre era in vita. E che a un certo punto si fermano lì: nel quarto e nel quinto CD non ci sono canzoni nuove, e il ricorso a schemi rock'n'roll più canonici e triti – nella scrittura, ma anche nell'allungamento dei brani e nel via libera totale al protagonismo disperato di Iggy – prova a nascondere senza successo il disastro incombente. Che si manifesta in quella torrida ultima notte, con tafferugli fra il gruppo e il suo giro da un lato e una gang di motociclisti dall'altro, vetri rotti e delirio.

Ultimo pezzo suonato dagli Stooges prima di sciogliersi e tacere trent'anni? Quello facile che fai quando non sai cosa fare e come farlo, e scegli di buttarla in caciara: "Louie Louie". Una cover. Evocata da un Iggy provocatorio già a metà concerto («Cosa volete sentire? "Louie Louie"? Sicuri di non voler sentire "Louie Louie"?") e oltre («Volete che suoniamo "Louie Louie" o "Cock in My Pocket"?»), fino al gran finale: «Cosa volete sentire? Penso che il pezzo giusto per voi sia una "Louie Louie" da 55 minuti. Volete che continuiamo con la nostra scaletta programmata, o volete che ci rilassiamo e suoniamo "Louie Louie"?».

Parte la hit anni Sessanta dei Kingsmen, naturalmente. E sul suo inconfondibile riff, prima di cantare, Iggy urla: «Non avrei mai pensato che saremmo arrivati a questo punto». Figuriamoci il resto.

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