Il liscio a Sanremo, per ballare ancora

Gli Extraliscio tra il Punk da da Balera e il festival, a 50 anni dalla morte di Secondo Casadei

Extraliscio Festival di Sanremo
Extraliscio: Mirco Mariani, Moreno "Il Biondo" Conficconi, Mauro Ferrara
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«Ad un tratto una vecchietta mi si avvicina, cautamente. Mi chiama per nome, piangendo, mi salta al collo e mi bacia, esclamando: “Allora non è morto! È stata una chiacchiera. Ci farà ballare ancora”».

– Leggi anche: Secondo Casadei e la rivincita del liscio

Queste parole, Secondo Casadei le registrò al microfono poche settimane prima di morire, in quel 1971 che per la sua orchestra fu un anno importantissimo, chiuso il 19 novembre con la morte del fondatore e l’inizio dell’era “solare” del nipote Raoul, che il liscio romagnolo l’avrebbe portato davvero in tutta Italia, incurante del fatto che tanti appassionati l’accusassero di “tradimento”; di un linguaggio musicale e di una tradizione che, a dire il vero, la filologia l’aveva sempre dribblata con una certa, stilosa disinvoltura. Appena un anno prima, il 15 novembre del 1970, l’Orchestra Casadei approdava per la prima volta in televisione, nella trasmissione-concerto di Vittorio Salvetti “6001”, che al Palazzetto dello Sport di Torino vide esibirsi – e prendersi ortaggi vari sul palco – tanti big della musica italiana dell’epoca. A Secondo e ai suoi orchestrali andò meglio che agli altri, perché intonando "Romagna mia" fecero ballare tutto il pubblico, così le mani erano impegnate a cingere la dama, anziché a lanciare pomodori. Nel 1971 l’orchestra romagnola bissò, invitata addirittura al Festivalbar, nello stesso cartellone di Lucio Battisti e annunciata in scena con queste parole: «Con tutto il sapore della cose fatte in casa, direttamente dalle balere di Romagna, un gruppo caratteristico: l'orchestra di Secondo e Raoul Casadei».

Un anno è lungo, insomma, ed è pressappoco il lasso di tempo che occorre per portare una canzone al Festival di Sanremo. Ne sa qualcosa Mirco Mariani, eclettico cantautore e produttore di San Piero in Bagno, già batterista di Enrico Rava e Vinicio Capossela, visto di recente con Pacifico e Francesco Bianconi e soprattutto, da più di un lustro, leader e deus ex machina degli Extraliscio, la creatura musicalmente aliena creata nei laboratori di Casadei Sonora mettendo al fianco di Mariani un capo-orchestra doc come Moreno "il Biondo" Conficconi e un cantante dalla prorompente temperie novecentesca come Mauro Ferrara.

Un esperimento colorato e felicemente depistante, che a poche settimane dall’uscita del terzo album Punk da balera è stato convocato al teatro Ariston per la 71ª edizione del Festival della Canzone Italiana.

«L’esperienza di Extraliscio ha un dna molto femminile, a dispetto dei frontmen», spiega Mariani. «È tutto nato da un’intuizione di Riccarda Casadei, mentre in quest'ultimo periodo sono stati determinanti il sostegno e la guida di Elisabetta Sgarbi, che si è innamorata di noi – non senza uno shock iniziale! – quando lo scrittore Ermanno Cavazzoni ci ha fatto da tramite per La Milanesiana, che poi abbiamo portato anche in Romagna nell’estate pandemica. "Bianca luce nera", la canzone che porteremo al Festival, è stata scelta proprio da Elisabetta Sgarbi per Sanremo. Devo dire che mi ha spiazzato, ma il suo intuito si è sempre dimostrato infallibile, quindi andremo con un pezzo che io ho arrangiato senza minimamente pensare all’Ariston, con in testa l’idea che la cosa più punk che c’è in giro siano le scarpe lucide di Mauro Ferrara. Un brano perfetto, quindi, per dividere la scena con Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti. È una canzone che potremo "bastonare", ci lascerà molto liberi sul palco».

Lo sdoganamento televisivo e definitivamente nazionalpopolare del liscio post-milleniale – in verità dell’“extraliscio”, perché dubitiamo che sarà proprio valzer quello che Mariani, Moreno & Co. suoneranno all’Ariston… – è l’occasione per riannodare i fili di una vicenda (e di una riscoperta delle radici) che ha fatto ribollire a fuoco lento la Romagna musicale negli ultimi dieci anni.

«Un mondo propenso a espandersi piuttosto che a conservarsi, che non si è tanto curato di custodire quanto di evolvere e di adattarsi al cambiamento».

«Un mondo propenso a espandersi piuttosto che a conservarsi, che non si è tanto curato di custodire quanto di evolvere e di adattarsi al cambiamento». Questo è il liscio nelle parole di Paola Sobrero che introducono il volume Storia della musica da ballo romagnola di Franco Dell’Amore. A dispetto di un’iconografia tra le più familiari e riconoscibili mai prodotte dalle scene musicali “locali” del Belpaese, fino a pochi anni fa il liscio era praticamente privo di una storiografia. «Troppi soldi e poca cultura» è stata la facile (ma non del tutto mendace) sintesi di un’intellighenzia che ha snobbato come poche altre la musica da ballo romagnola, quella che ha fatto vivere di musica e balere centinaia di famiglie.

Almeno fino al 2013, quando il Ravenna Festival di Cristina (e Riccardo) Muti ha dedicato un’intera edizione alla musica popolare, e in particolare a Secondo Casadei. In quell’occasione Moreno il Biondo ha suonato sullo stesso palco dell’orchestra Cherubini (e ho visto coi miei occhi il maestro Muti, attentissimo in prima fila, battere le mani) e in Romagna si è vista per la prima volta proliferare una genìa di formazioni dal retaggio composito (soprattutto jazz e indie-rock) che hanno rimesso mano alle composizioni di Casadei, Ferrer Rossi, Castellina e gli altri maestri del liscio. Nuove idee, nuovi suoni e in qualche caso solo nuova grinta (che male non fa) hanno portato a metà decennio a una piccola esplosione di gruppi fra cui val la pena ricordare almeno la Mr.Zombie Orchestra, Dal Vangelo Secondo, l’Orchestrina di Molto Agevole (con Enrico Gabrielli alla prova della filologia popolaresca del primo Novecento) e i Sacri Cuori Social Club (operazione rycooderiana con declinazione tex-mex rispettosa di timbrica e passionalità, che purtroppo non ha lasciato album).

Ma, negli ambienti giusti, si vociferava anche di una strana collaborazione fra Mirco Mariani (a quel tempo assorbito dal progetto cantautorale Saluti da Saturno) e Moreno il Biondo…

Il disco di debutto degli Extraliscio, Canzoni da ballo vol.1, esce all’inizio del 2015 e spiazza tutti quanti. Se infatti l’omaggio a Secondo Casadei era qualcosa di assolutamente meritorio e già metabolizzato dal pubblico, l’azzardo vero è la chance che viene data anche alla poetica da riviera cartolinesca di Raoul, il cui miliare classico "Ciao Mare" era stato già coverizzato da Mirco Mariani nel 2014, con trasporto onirico e beato candore. Canzoni da ballo vol.1 è un disco che esplode fra le mani nell’irresistibile "Cha Cha Cha D'Amor" fra luci strobo e chitarre distorte, così come nelle passionali riletture di Secondo "Riviera romagnola" (tra belle straniere e fanfare mariachi) e "Il passatore" (finalmente in forma di epica ballata elettrica). Gli Extraliscio evocano un immaginario preciso utilizzando ogni suono – il clarino "fiorito" di Moreno, la scalcagnata cumbia plasticosa e "solare" dell’evo di Raoul, il pathos claudiovillesco di Mauro Ferrara – con l’idea precisa di farne una cartolina indirizzata al nostro subconscio e spedita da un periodo indefinito della storia –multiforme, secolare, talora nobile talaltra cialtronesca – della musica da ballo romagnola.

Il disco viene veicolato dall’inedita partnership fra Casadei Sonora e la indie bolognese Garrincha (l’etichetta de Lo Stato Sociale, per intenderci), a suggellare l’obiettivo di fondere due pubblici ignari l’uno dell’altro, attraverso una fragorosa e variopinta clash of cultures. «Moreno e Mauro Ferrara», racconta Mirco Mariani «ebbero una specie di epifania quando suonammo al TPO, un centro sociale di Bologna. Per la prima volta avevano addosso gli occhi del pubblico, che li inneggiava, invece di essere quel "tramite per il ballo" che erano stati per cinquant’anni».

Se a questo aggiungiamo le esecuzioni di "Romagna mia" con chitarra distorta di fronte all’attonito pubblico di Gatteo Mare, beh, ce n’è abbastanza da rinfocolare l’annoso dibattito che in Romagna vede da una parte i puristi dell’assolo vibrato e della triade valzer-polka-mazurka, e dall’altra i pragmatici dell’universo-balera, che hanno perdonato la “musica solare” a Raoul e persino i concerti in playback. Extraliscio arriva a battere come un piccone che manda all’aria la precarissima tenuta di questa incudine ideologico-musicale romagnola, perché ovviamente qui parliamo di fior di musicisti che riportano il liscio anche alla sua dimensione “d’ascolto”, ma contaminano la materia con inaudito slancio visionario e la sfrontatezza di portare “l’etica del rock” – quella del musicista che sta appunto al centro dell’attenzione – in mezzo alla più straripante delle feste danzati. D’altra parte, e senza che questo certifichi affratellamenti che qualcuno potrebbero suonare apocrifi, Secondo Casadei diventò una leggenda proprio quando riprese a suonare il valzer in mezzo ai fischi, fino a “sconfiggere il boogie” – ma non dimentichiamo che fu sempre lui, alla fine degli anni Venti, a introdurre il tango, lo swing e gli strumenti del jazz in Romagna.

Nel 2017 accade un po’ di tutto, dal progetto di rivitalizzare balere chiuse da decenni (tra cui quella del “Villaggio del cantante” di Valdazze, folle progetto anni Sessanta del cavalier Silvio Giorgetti, concepito in preda a un titanico impeto da Dolce Vita che si tradusse in un flop colossale, lasciando in dote un lunare scenario da coitus interruptus turistico) fino alla pubblicazione di un doppio album strumentale totalmente folle, che si chiama Ballabilissimi/Imballabilissimi e mette alla prova dei remix più scriteriati una formidabile all-star di maestri della balera (tra cui il sassofonista Fiorenzo “il migliore” Tassinari), fino all’incredibile esperimento di turntablism decostruttivo à la Christian Marclay che Massimo Simonini di Angelica opera sul corpo acustico inerme di alcune vecchie incisioni di liscio ortodosso. Le possibilità di intervenire su un linguaggio musicale che fa parte del patrimonio genetico del popolo romagnolo, a questo punto sono sterminate.

– Leggi anche: Gli archivi vivi di Angelica

Segue un periodo di maggiore discrezione, durante il quale il filo rosso felliniano tessuto dalla revisione visionaria del ballo romagnolo architettata da Mirco Mariani si riannoda all’estro dello scrittore Ermanno Cavazzoni, suggellando un’affinità elettiva che conduce il gruppo fino a un’entusiasta Elisabetta Sgarbi, grazie alla quale l’ingresso sul proscenio della cultura nazionale si compie per davvero. Arrivano così la canzone-guida del Giro d’Italia pandemico, il singolo in featuring con Orietta Berti e Lodo Guenzi, la collaborazione “distanziata” con Jovanotti e l’agognato terzo album Punk da balera, pieno di ospiti ed esotiche contaminazioni, con il Sudamerica e ancor di più con i Balcani (vecchia fissa di Mariani), il mariachi-twist di "Onda del Mar" ma pure la tammurriata, che nel brano "Perché/La liscia napoletana" (con Armando Savini al microfono e la Nuova Compagnia di Canto Popolare) affiora su dolci chitarre mediterranee dalle cui insenature acustiche fioriscono i clarini e spumeggia un sax piacione che abbraccia tutto lo Stivale.

«Il nostro è un liscio visionario e lo sarà tanto di più all’Ariston», Mirco Mariani è perentorio. «Comunque andrà Sanremo, quello che vorrei fare dopo è una tournée nelle balere, per vederle di nuovo piene, quando si potrà. Suono con dei giganti della musica romagnola e credo che quello che faremo in tv porterà senz’altro qualcosa di buono alle balere, anche se non sarà il liscio come si è canonizzato e ballato per decenni».

«Comunque andrà Sanremo, quello che vorrei fare dopo è una tournée nelle balere, per vederle di nuovo piene, quando si potrà».

A Sanremo, insomma, gli Extraliscio andranno in rappresentanza di sé stessi, ma è certo che il mondo delle balere – almeno quella parte che si riconosce in un progetto eterodosso come il loro – sarà incollato al teleschermo, perché di un rilancio c’è bisogno come dell’aria da respirare, tanto più dopo l’estate che ha visto riaprire le discoteche lasciando chiuse le balere, perché il liscio si balla necessariamente in coppia, toccandosi.

È per questo che per i romagnoli, soggiogati per secoli da potenze straniere e relegati alla periferia più estrema dello Stato Pontificio, quel ballo straniero che importarono dal cuore dell’Europa per poi sceglierlo come “cosa loro”, era e resta una faccenda non soltanto identitaria, ma proprio rivoluzionaria.

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