Ibiza – The Silent Movie: right here, right now

Troppo clubbing per gli antropologi e troppa antropologia per i clubbers: non convince l'Ibiza di Julien Temple

Ibiza The silent Movie
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Non convince il nuovo lungometraggio di Julien Temple Ibiza – A Silent Movie che ha avuto il compito di inaugurare la sesta edizione di Seeyousound International Film Festival di Torino (che purtroppo, dopo il primo weekend di proiezioni, è stato costretta a sospendere ogni attività a causa dell'emergenza sanitaria per il Corona virus). Al regista inglese il Festival avrebbe dedicato ampio spazio con una retrospettiva dedicata.

In realtà – a dispetto del titolo – il film è tutt’altro che “silent”. È vero, non ci sono dialoghi, le informazioni sono lasciate a frasi scritte su cartelloni pubblicitari o su cartelli stradali, c’è un uso strabordante di emoji, ma la colonna sonora di Fatboy Slim, uno che per trent’anni ha frequentato i più famosi club dell’isola, fa virare il tutto verso il “noisy”.

L’idea di partenza è quella di tratteggiare la storia dell’isola dalla sua origine fenicia ai giorni nostri, quelli dell’edonismo “alterato” che hanno reso Ibiza uno dei paradisi (ma forse il termine “inferno” è più appropriato) mondiali del turismo “mordi e fuggi” legato al clubbing senza regole.

Lo stile impiegato è quello abbastanza tipico di Temple, un assemblaggio di immagini di repertorio, ricostruzioni – nello specifico piuttosto imbarazzanti – e animazione. Si va addirittura oltre l’imbarazzante nella ricostruzione del periodo hippy dell’isola, con il ragazzo nudo sdraiato a letto con due ragazze, anch’esse nude, una delle quali fuma uno spinello con aria sognante: una scena che neanche mio padre ottantaduenne avrebbe avuto il coraggio di mettere in piedi. E cito anche la ricostruzione della guerra civile spagnola risolta con la perla «entrambe le parti commisero terribili atrocità durante la guerra civile», senza dimenticare l’accenno al criminale nazista rintracciato sull’isola nel 2006 con tanto di emoji di nazista corrucciato.

E poi ragazze in bikini a profusione – non li ho contati ma penso che trenta minuti del film siano occupati da loro, con contorno di cocktail, ecstasy, fiumi di birra, gente orrenda, vestita o svestita in maniera improbabile, proveniente indifferentemente da Sheffield o Latina, convinta, solo perché è a Ibiza, di far parte della jet society

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Un momento divertente l’ho trovato: Ibiza prende il suo nome da Bes, dio egizio della fertilità e della danza, ed ecco che nella ricostruzione storica fa capolino Bez degli Happy Mondays a interpretare il dio, ma subito dopo arriva l’ennesimo paio di tette.

L’impressione finale è quella di un film irrisolto: troppo clubbing per gli antropologi e troppa antropologia per i clubbers. Tutti scontenti, dunque.

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