I 10 cliché dei film sul rock in Bohemian Rhapsody

Bohemian Rhapsody, il film sul mito dei Queen e di Freddie Mercury, è pieno di tutti gli stereotipi sul rock e sulle rockstar

Bohemian Rhapsody - Queen - Freddie Mercury
Rami Malek nel ruolo di Freddie Mercury
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Bohemian Rhapsody, lo spettacolare film sui Queen e sulla vita di Freddie Mercury, sta dividendo i fan del quartetto inglese. Da un lato, le troppe licenze poetiche e gli errori storici nel raccontare le vicende personali di Mercury e la cronologia della band. Dall’altro, un film potente, con un bel ritmo e ben girato, con attori bravi e somiglianti, e con uno straordinario Rami Malek (che ricordiamo per la serie Mr. Robot), nel ruolo di Freddie Mercury. 

Premetto che a me Bohemian Rhapsody – errori e imprecisioni a parte – è tutto sommato piaciuto. Certo non va preso come una biografia: è un film sul mito dei Queen, sul mito di Freddie Mercury e – in generale – sul mito del rock, e come tale va letto, prendere o lasciare.

Ma, come ogni pellicola di questo genere, anche Bohemian Rhapsody sembra non riuscire a fuggire dai cliché delle narrazioni del rock, che vengono ripetute con poche variazioni in infiniti film, documentari, speciali tv e libri.

Ho provato ad elencare i 10 cliché dei film sul rock che non mancano anche in Bohemian Rhapsody – che non rendono “bello” o “brutto” il film, ma che devono far riflettere sui modi in cui rappresentiamo la musica. Davvero, a sessant’anni dalla nascita del rock and roll, non si riesce a uscire da questi stereotipi per raccontarlo?

(Spoiler alert: alla fine Freddie Mercury muore).

 

1. Siamo artisti

In ogni film sul rock, c’è un momento in cui il musicista o i musicisti devono dimostrare la loro autenticità, la loro integrità, opponendosi in maniera plateale agli imperativi del mercato – che sono, naturalmente, sempre sbagliati e mortificanti per i musicisti (pardon, gli “artisti”). È la classica ideologia del rock come musica “contro”, da sempre centrale nella definizione del genere (e questo nonostante, naturalmente, tutto il rock esista in un sistema di mercato, e non possa esistere al di fuori di esso). In Bohemian Rhapsody, Freddie Mercury e i Queen fanno ascoltare un’incisione della Carmen al loro discografico, sostenendo di voler fare un disco “come l’opera” e, in un secondo momento, se ne vanno sbattendo la porta perché l’etichetta si rifiuta di pubblicare “Bohemian Rhapsody” come primo singolo. Ovviamente la canzone uscirà su 45 giri, venderà un sacco di copie e farà un sacco di soldi (mostrando così la sua alterità dal mercato e dalla dimensione commerciale).

2. Il laido discografico

"L’industria musicale è una trincea crudele e superficiale rivestita di denaro – un lungo corridoio di plastica dove ladri e papponi scorrazzano liberi, e gli uomini giusti muoiono come cani. C'è anche un lato negativo". Questo lo diceva Hunter S. Thompson, e Bohemian Rhapsody sembra essere d’accordo: come in ogni film sul rock che si rispetti, il discografico è un personaggio ignorante, laido e, in questo caso, anche un po’ unto. In Bohemian Rhapsody è in realtà un personaggio di fantasia, interpretato da Mike Myers: è quello che si rifiuta di pubblicare “Bohemian Rhapsody” come singolo (lo rivedremo, con aria beffata, alla fine del film durante l'apoteosi del Live Aid). Il discografico è l’antagonista dell’artista, che vuole solo fare soldi e giocare secondo le regole (“Seguiamo la formula” – ovviamente, la formula del pop – dice nel film Myers).

Mike Myers Bohemian Rhapsody
Questo pezzo non verrà mai passato dalle radio.

3. Up to 11

Nel mockumentary originale This Is Spinal Tap (1984), il chitarrista del (finto) gruppo che dà il nome al film si vantava del volume del suo amplificatore, in grado di arrivare “Up to 11”, fino a 11. In ogni film sul rock, in effetti, sembra obbligatorio un riferimento a portare il volume al massimo. In Bohemian Rhapsody arriva nel momento topico del film, durante il Live Aid, quando il manager dei Queen, approfittando di una distrazione dei tecnici, alza in maniera smodata il cursore del mixer dello stadio di Wembley prima dell’esibizione dei suoi protetti. Naturalmente, non parte nessun feedback, né nessuno dei fonici che gestiscono un impianto da migliaia di watt, per giunta in diretta televisiva mondiale, si accorgono della cosa. Ma insomma, play fucking loud, come diceva Dylan…

4. Higher! Higher!

In parallelo alla regola dell’alzare il volume, ogni film sul rock deve mostrare il performer che si spinge ai limiti tecnici e fisici sullo strumento o con la voce – in Bohemian Rhapsody, il momento arriva durante la bella sequenza della registrazione della canzone “Bohemian Rhapsody”, in cui Freddie Mercury, nella cabina di regia, esorta Roger Taylor (Ben Hardy), che sta registrando i celebri cori di “Galileo”, ad andare “più su” (“Higher! Higher!”). Naturalmente, Taylor sta già cantando la parte più acuta, e in tutte le ripetizioni successive – in cui Freddie continua a incitarlo – continua a cantare la stessa parte (anche perché, a un certo punto, le ottave a disposizione finiscono…).

Queen Bohemian Rhapsody
Galileo galileo.

5. Droghe e alcol

Vabbè, questa è ovvia. Che film sul rock sarebbe se non ci fosse almeno un festino a base di droghe e alcolici, meglio se con della cocaina lasciata in giro con nonchalance su un vassoio d’argento?

6. Father? Yes son? I want to kill you

La citazione è dei Doors, ovviamente, ma è ottima per introdurre il sesto cliché. Le rockstar hanno problemi con i genitori, che non approvano il loro stile di vita e preferirebbero che lavorassero in banca e facessero buone azioni (“Good thoughts, good words, good deeds”). In Bohemian Rhapsody, il padre di Farrokh/Freddie è sempre inquadrato in espressioni di disappunto e tristezza. Salvo alla fine del film, quando Mercury va a trovarlo sulla via dello stadio dove deve suonare per il Live Aid (notare che la famiglia continua a vivere tutta insieme nella stessa brick house di periferia inglese, nonostante il figlio maschio sia tipo la rockstar più pagata del pianeta). Dal momento che Freddie sta suonando per fare del bene ai bimbi africani, papà Mercury è di colpo convinto, si commuove, abbraccia il figlio, e chiede alla moglie di accendere la televisione.

6. We’re family

Non importa che cosa sia successo, non importa quanto ci sia odiati, o quanti sgarbi ci si sia fatti. Una band è sempre una famiglia. Nessuno ti vorrà mai bene come i membri della tua band. Quando una rockstar tocca il fondo, l’unica soluzione è quella di tornare dagli amici di sempre, che sono naturalmente pronti a perdonarti. Non c’entrano i soldi, non c’entra il suonare in diretta mondiale. È una questione di valori. Corollario del cliché della famiglia: in ogni film sul rock c’è almeno una scena con l’abbraccio di gruppo, e una con il chitarrista che ammicca con occhio lucido verso un altro membro della band come a dire “Sì, sì, ci vogliamo bene raga”.

Bohemian rhapsody queen cliché
Siamo una famiglia.

6. Yoko Ono

Nel romanzo di formazione di una rockstar non può mancare la Yoko Ono, ovvero un personaggio che si crede amico, ma che in realtà trama dietro le quinte seminando zizzania. Di fatto, è un personaggio funzionale a deresponsabilizzare l’eroe-rockstar: non è colpa sua se si comporta da stronzo, c’è qualcuno che lo ha traviato. In Bohemian Rhapsody la Yoko Ono della situazione è il personaggio di Paul Prenter (interpretato da Allen Leech), tuttofare e amante di Freddie Mercury. Paul convince con l’inganno Freddie a licenziare  il manager John Reid (Aidan Gillen – il Littlefinger di Games of Thrones, che qui invece non trama e inganna nessuno ma anzi si fa fregare come un pivello). Porta Freddie in Germania, lo spinge a firmare per due album solisti in cambio di 4 milioni di sterline, gli porta a casa equivoci uomini vestiti di pelle… Un cattivone insomma.

7. Il furgone che buca

Mettere su una rock band di successo mondiale è un affare difficile. In ogni film sul rock ci deve essere una scena che ricorda a tutti che hanno cominciato anche loro dal basso, facendo la gavetta. In Bohemian Rhapsody quest’idea è riassunta da un grande classico: il furgone che buca la gomma in mezzo alla campagna, con la band costretta a cambiare la ruota senza aiuto. Come la pistola nei film di Hitchcock, che sappiamo sparerà entro la fine, non appena la telecamera ha inquadrato il furgone dei Queen era chiaro che avrebbe forato nel giro di pochi minuti.

8. Via alle telefonate

Ok, questo non è un vero cliché – ma è comunque gustoso. Durante il Live Aid, Bob Geldof (interpretato da Dermot Murphy con tanto di accento irlandese) è molto affranto perché la raccolta fondi non tocca quota un milione di sterline (un quarto di quello che Freddie Mercury ha preso dalla CBS per i suoi album solisti). Poi salgono i Queen, fanno quello che devono fare, la regia stacca sul call center del Live Aid che festeggia, con un Geldof finalmente soddisfatto. Certo, al Live Aid c’era anche gente come Dylan, Bowie, Elton John, U2… Ma tutti hanno telefonato durante la performance dei Queen. Ma se stavano suonando così bene perché alzarsi per andare all’apparecchio?

9. Sperimentiamo!

I Queen sono artisti. Quindi, registrando il loro primo album, alla loro prima esperienza di studio, a un certo punto decidono di “sperimentare”. In Bohemian Rhapsody, Brian May dice una cosa tipo “Let’s go experimental”. Di seguito, una sequenza in cui i membri del gruppo tirano monetine su dei timpani, fanno oscillare un amplificatore con una corda, mettono dei bidoni sopra dei costosi microfoni. Naturalmente, è proprio quello il momento in cui entra un discografico che dice la fatidica frase: "Non sono male, questi ragazzi".

Bohemian Rhapsody
Let's go experimental.

10. La critica non capisce nulla

Solo una categoria è peggiore di quella dei discografici, ed è quella dei critici. In Bohemian Rhapsody, rispetto ad altri film sul rock, i giornalisti sono poco presenti. Li vediamo però nella scena della conferenza stampa, in cui rivolgono a Freddie Mercury domande inopportune sulla sua sessualità, quando lui vorrebbe solo parlare di musica; ed evocati dalle citazioni delle recensioni alla canzone “Bohemian Rhapsody”. Una stroncatura dopo l’altra, naturalmente, mentre il pubblico apprezza e manda il pezzo in classifica. Ma d’altra parte la critica non ha mai capito niente.

 

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