Alla (ri)scoperta del Canto beneventano

La riedizione del libro di Thomas Forrest Kelly, dedicato alla forma di canto liturgico dell'Italia meridionale

Canto beneventano - Kelly
Articolo
classica

Thomas Forrest Kelly
Il canto beneventano. Edizione aggiornata,
Vox Antiqua, 2018, pp. 519, 65 €

Dopo gli articoli pubblicati nella prima metà del Novecento dai monaci Raphael Andoyer e Renè-Jean Hesbert, rispettivamente di Ligugé e di Solesmes, che misero in luce l’esistenza di un antico repertorio di canto piano diffuso nell’Italia meridionale e distinto dal gregoriano, la prima consistente monografia dedicata all’argomento da Thomas Forrest KellyThe Beneventan Chant, è stata pubblicata dalla Cambridge University Press nel 1989.

Nel corso di questi ultimi trent’anni gli studi si sono moltiplicati e sono stati pubblicati i facsimili dei più importanti manoscritti di questo repertorio di musica liturgica, ma il libro del prestigioso e autorevole studioso non solo non ha perso il suo valore, ma la tardiva traduzione in italiano del testo riveduto e aggiornato si è arricchita di un importante e utile elemento, costituito dall’inserimento degli esempi musicali in notazione quadrata "funzionale" in sostituzione di quella moderna su pentagramma della edizione originale. Questo valore aggiunto è frutto del contributo del traduttore del volume, Alessandro De Lillo, ed è nato dal desiderio di  rispecchiare le forme neumatiche originarie del beneventano. Il libro dunque è una fondamentale fonte per la conoscenza e lo studio di questa preziosa forma di canto liturgico che continua ad essere oggetto di ricerca. 

Kelly - il canto beneventano

Il primo capitolo del volume è dedicato al contesto storico nel quale si è sviluppato il beneventano, che è poi progressivamente scomparso subendo la stessa sorte del romano antico e del mozarabico, soppiantati dalla "romanizzazione" compiuta in nome di Gregorio Magno. La sua storia è strettamente legata a quella della Langobardia minor, ma la sua forma scritta apparve tardivamente quando il canto diffuso nel Ducato di Benevento e oltre iniziava la sua fase di declino. La piccola chiesa della capitale ducale, Santa Sofia, insieme a Montecassino era il più importante centro del canto, ma ironia della sorte, il culmine della fioritura artistica letteraria e culturale della Abbazia cassinense della seconda metà dell’XI secolo, coincise anche con l’abbandono, o meglio la soppressione del canto beneventano per volontà papale, proprio all’epoca dell’abate Desiderio, il monaco del convento di Santa Sofia nato in una famiglia di principi longobardi che più tardi divenne papa Vittore III.

Nel secondo capitolo si descrivono le caratteristiche delle fonti manoscritte che per la maggior parte sono frammentarie, e che rappresentano solo una parte dei libri che contenevano un vasto repertorio purtroppo solo parzialmente preservato. Di questi conosciamo le pagine che vennero utilizzare per proteggere altri documenti, o riutilizzate come palinsesti per nuovi contenuti, perché le principali fonti si trovano nei manoscritti di canto gregoriano in cui compaiono anche i canti beneventani, forse da intonare alternativamente o attraverso celebrazioni separate. Con le messe "doppie" e con le forme di commistione fra le due tradizioni per quanto riguarda i riti della Settimana Santa, i due graduali della Biblioteca capitolare di Benevento (MS Ben 38 e Ben 40) risultano i più importanti testimoni del canto liturgico che fiorì nei domini longobardi dell’Italia meridionale.

Insieme al MS Ben 35 che contiene parti delle celebrazioni del periodo natalizio,  i due codici citati comprendono una ventina di messe legate alle principali feste del calendario liturgico, illustrato dettagliatamente nel terzo capitolo del libro. Se da una parte il beneventano presenta diversi punti di contatto con il rito ambrosiano, dovuti anche alla presenza di numerosi testi al di fuori delle Scritture, la messa segue più da vicino la struttura di quella romana, ma a differenza di questa liturgia lo studio delle fonti mostra l’esistenza di più canti dello stesso genere per certe festività o brani interscambiabili che possono adattarsi a differenti funzioni liturgiche.

Nonostante il limite della frammentarietà delle fonti, lo stile musicale del beneventano, come viene delineato nel quarto capitolo, risulta piuttosto omogeneo e uniforme nei suoi tratti di arcaicità che quasi sempre vengono misurati in relazione a quelli più moderni del gregoriano. Ma giustamente Kelly invita a comprendere e  valutare questo canto per i suoi aspetti peculiari, tra i quali risaltano i dettagli decorativi illustrati attraverso gli esempi musicali delle formule di apertura e cadenzali, e di quelle di recitazione. L’analisi delle melodie si estende ai principali brani della messa, prevalentemente del Proprio, dell’Ufficio limitatamente ai responsori e alle antifone superstiti, e alle corde di recita della salmodia.

Il quinto e ultimo capitolo affronta questioni di grande complessità che collocano il beneventano in un quadro cronologicamente e geograficamente ampio e articolato, e riguarda la comparazione linguistica e musicale con altri repertori liturgici, come  romano antico, gregoriano, ambrosiano e bizantino. Nonostante i numerosi punti di contatto con l’ambrosiano e i segni dell’influenza bizantina, sia il beneventano che il milanese sembrerebbero aver attinto elementi dalla liturgia greca in modo autonomo e distinto. Il caso più interessante riguarda tre antifone greco-latine che appartengono alla cerimonia della Adorazione della Croce del Venerdì Santo, che solo nel beneventano presentano un testo anche in greco (traslitterato con caratteri latini) mentre nell’ambrosiano il testo appare solo in latino. Inoltre nel beneventano l’influenza bizantina appare sia dai testi originali in greco, che in quelli tradotti in latino dal greco, e da alcune forme stilistiche dei testi liturgici.

L’ultima parte del libro comprende tre appendici. La prima contiene un compendio del repertorio dei canti della messa e dell’ufficio per ciascuna festività con l’indicazione dei manoscritti in cui si trovano. Nella seconda compaiono i testi dei canti con le indicazioni delle fonti che li contengono. Nella terza sono elencati i manoscritti del canto beneventano ordinati alfabeticamente con i nomi delle città dove sono custoditi, con la datazione, l’indicazione della loro provenienza, e una breve descrizione. Oltre a un’ampia bibliografia, tre indici, dei manoscritti, dei testi liturgici e analitico, aiutano ad orientarsi fra la grande quantità di dati e nozioni di questo prezioso volume.

Se hai letto questo articolo, ti potrebbero interessare anche

classica

La fiction di Rai 1 La Compagnia del Cigno ha scatenato polemiche per come racconta i Conservatori italiani

classica

Reportage da Città del Messico, metropoli con cinque orchestre stabili e una ricca offerta culturale e  di musica classica

classica

100 brani di musica classica da ascoltare una volta nella vita è il nuovo libro di Nicola Campogrande