Addio a Alejandro Planchart

È morto a Santa Barbara, in California, Alejandro Henrique Planchart, musicologo e musicista

Alejandro Henrique Planchart
Articolo
classica

Il 28 aprile è scomparso a Santa Barbara, in California, il brillante e poliedrico musicologo-musicista Alejandro Henrique Planchart.

Nato nel 1935 a Caracas in Venezuela, aveva studiato filosofia e letteratura nella sua città natale, dove aveva  iniziato anche gli studi musicali, proseguiti poi in America del Nord, a Yale e Harvard, gli stessi prestigiosi atenei dei quali divenne poi docente prima del trasferimento alla University of California Santa Barbara, dove era professore emerito.

Planchart

L’unione fra teoria e pratica è stata una costante del lavoro scientifico e artistico di Planchart. Nel 1963 a Yale aveva fondato uno dei primi ensemble di musica antica degli Stati Uniti, la Capella Cordina, specializzata nel repertorio vocale rinascimentale franco-fiammingo, da cui si è sviluppato l’interesse verso Guillaume Dufay, al quale Planchart ha dedicato un accurato lavoro di edizione delle sue opere disponibile sul sito del DIAMM (Digital Image Archive of Medieval Music), e di ricerca culminato nella recente pubblicazione di una biografia e analisi delle sue composizioni pubblicata dalla Cambridge University Press.

Oltre all’attività di studioso e di musicista, impegnato anche nella esecuzione della musica moderna e contemporanea, Planchart nel corso della sua vita si è dedicato anche alla composizione. L’elenco delle sue musiche, oltre che delle sue pubblicazioni e  incisioni discografiche è contenuto nella appendice della raccolta di saggi in suo onore, curata da Anna Zayaruznaya, Bonnie J. Blackburn, e Stanley Boorman, intitolata Qui musicam in se habet. Studies in Honor of Alejandro Enrique Planchart, pubblicata nel 2015 dall’American Institute of Musicology. I suoi magistrali studi sui tropi di Winchester e su quelli beneventani rivelano le numerose competenze di carattere storico, musicologico, paleografico e interpretativo riunite in una sola persona dal carattere amabile e sempre disponibile a consigliare ed aiutare chi si rivolgeva a lui, sia in qualità di collega che di studente.

Luisa Nardini, docente della University of Texas, che lo ha conosciuto da ragazza continuando poi a rimanere in contatto con lui, lo ricorda in questa breve intervista.

Qual è l’eredità che ci lascia Planchart?

«È una domanda difficile. Si tratta di una eredità enorme dal punto vista intellettuale e scientifico. Il suo primo articolo è stato su un argomento matematico, e la sua esperienza era molto vasta e andava dal gregoriano alla musica moderna. Le sue ricerche e i suoi studi sui tropi per il loro carattere innovativo hanno avuto un impatto straordinario sulla musicologia. Sia per quanto riguarda quelli di Winchester che i beneventani, Planchart ha incluso per la prima volta sia la musica che i testi dell’intero repertorio, con una grande attenzione alle fonti scritte e a tutte le concordanze, riuscendo ad illuminare il contesto storico nel quale sono fioriti e si sono sviluppati».

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ne ricorda la gentilezza e la generosità.

«La cosa più importante è stata la sua abilità di toccare il cuore delle persone. Io l’ho conosciuto a Roma, mi sembra nel 1994, grazie ad Agostino Ziino. Ero ancora una laureanda e intimidita ed emozionata gli portai l’elenco delle prosule che avevo fatto all’epoca, e lui dopo averle esaminate mi disse che dovevo andare a Santa Barbara, dove avrei avuto a disposizione tutti i microfilm per studiarle. Riuscii a ottenere una specie di borsa di studio, ed è da lì che è partita la mia avventura americana. Manifestava sempre una grande apertura nei confronti di ogni persona. Tutti i commenti che in questi giorni le persone addolorate per la sua scomparsa stanno lasciando mostrano questo aspetto. Riusciva a intravedere il talento degli altri, e il suo grande talento era anche al servizio di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo. I suoi studenti a volte non si rendevano conto del suo prestigio e del suo spessore, poiché aveva un comportamento talmente umile, famigliare e spontaneo, che non dava mai l’impressione di lasciar cadere le cose dall’alto».

«Anche quando non condivideva qualcosa, esprimeva le sue opinioni con grande rispetto e mai per cercarne un vantaggio personale. Con chiunque entrasse in contatto, le sue parole rivelavano sempre qualcosa di interessante».

Il suo lavoro su Dufay è un punto di riferimento fondamentale per la conoscenza e lo studio di questo straordinario compositore del Quattrocento.

«Planchart si è occupato di polifonia, ed essendo performer oltre che compositore, si è dedicato alla musica antica, di cui è stato un pioniere, e alla musica contemporanea, e aveva sempre un punto di vista molto articolato che entrava nella profondità delle cose. Riuniva in se lo storico e il musico, ossia la teoria e la pratica, e ha continuato a comporre a lungo. L’aspetto analitico era favorito dalla familiarità con la musica, e grazie alle accurate ricerche di archivio il suo studio su Dufay è un esempio magistrale».

Chissà se conosceva il libro di Massimo Mila su Dufay.

«Non so, ma fatte le dovute differenze, anche dal punto di vista cronologico, c’è qualcosa che li accomuna. Entrambi sono riusciti a rendere viva la musica di cui hanno parlato, con quel guizzo dell’intelligenza che fa pensare e che è una preziosa  fonte di ispirazione».

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