La fortuna di Orff batte al Teatro Malibran

I Carmina Burana di Orff chiudono la stagione sinfonica della Fenice nella versione per due pianoforti e percussioni con la direzione di Elena Pierini

SN

03 novembre 2026 • 4 minuti di lettura

Carmina Burana al Teatro Malibran (Foto: Ufficio stampa del Teatro La Fenice)
Carmina Burana al Teatro Malibran (Foto: Ufficio stampa del Teatro La Fenice)

Venezia, Teatro Malibran

Carmina Burana

30/10/2026 - 31/10/2026

Non poteva esserci conclusione più festosa per la stagione sinfonica della Fenice. Al Teatro Malibran, gremito in entrambe le serate, i Carmina Burana di Carl Orff hanno richiamato un pubblico numeroso e particolarmente partecipe, confermando la straordinaria popolarità di una partitura che continua a esercitare un’attrazione quasi magnetica anche al di fuori dei circuiti più strettamente musicali. Sul podio c’era Elena Pierini, insediatasi lo scorso settembre come nuovo maestro del coro del teatro. Dopo le recenti, tormentate vicende legate alla presenza femminile ai vertici musicali del teatro veneziano, una donna è infine salita sul podio. Anche questo, a suo modo, è un debutto da registrare.

Composti nel 1936 e presentati l’anno successivo a Francoforte in piena epoca nazista, i Carmina Burana segnarono per Orff una sorta di rinascita artistica. Il compositore bavarese arrivò persino a dichiarare che il proprio catalogo avrebbe dovuto cominciare da questo lavoro, liquidando senza troppi riguardi tutto quanto aveva scritto in precedenza.

Attingendo a una raccolta di testi medievali – canti goliardici, invettive, celebrazioni della primavera e dell'amore, inni al vino e alla fortuna, in latino, tedesco e francese – Orff costruì una cantata scenica priva di una vera e propria trama, ma dotata di una formidabile compattezza teatrale. La sua cifra è un linguaggio di efficacia elementare: ostinati ritmici, declamazione sillabica, ripetizioni, contrasti dinamici e grandi blocchi sonori. Una modernità che cerca deliberatamente nell'arcaismo e nella ritualità una forza espressiva immediata capace di trasformare l'incipit di “O Fortuna” in una delle icone sonore più riconoscibili del repertorio.

Il Teatro La Fenice torna così a una partitura che ricorre con una certa frequenza nei suoi programmi. Basti ricordare la spettacolare esecuzione all’aperto del luglio 2022, quando i Carmina Burana furono eseguiti nel tradizionale concerto estivo in Piazza San Marco, sotto la direzione di Fabio Luisi.

Questa volta la scelta è caduta sulla versione per soli, coro, due pianoforti e percussioni, anch’essa autorizzata dallo stesso Orff. Una veste alternativa che non va considerata soltanto come un surrogato dell’organico orchestrale più consueto.

Carmina Burana (Foto: Ufficio stampa Teatro La Fenice)
Carmina Burana (Foto: Ufficio stampa Teatro La Fenice)

La rinuncia alla tavolozza degli archi e dei fiati concentra infatti l’attenzione sull'ossatura ritmica della composizione: i due pianoforti assumono una funzione insieme armonica e propulsiva, mentre la nutrita sezione delle percussioni restituisce con particolare evidenza la componente fisica, quasi primordiale, della scrittura. Ne risulta un suono più asciutto e incisivo, meno incline alla seduzione timbrica, ma non per questo meno spettacolare. Anzi, la trasparenza dell'organico consente di seguire con maggiore immediatezza l'intreccio fra le diverse sezioni corali e gli interventi solistici.

Al centro della serata, naturalmente, il Coro del Teatro La Fenice, protagonista di una prova di notevole qualità, tanto nella compattezza degli interventi collettivi quanto nella precisione delle scansioni ritmiche, elemento imprescindibile di questa partitura. Convincente anche il contributo delle giovani voci dei Piccoli Cantori Veneziani, istruiti da Diana D'Alessio, ben integrate nel dispositivo corale.

Fra i solisti si è distinto soprattutto Enrico Masiero, tenore proveniente dalla stessa compagine corale veneziana, che ha saputo calarsi con notevole efficacia nel carattere grottesco di “Olim lacus colueram”, affrontandone con bravura le insidiose asperità vocali. Di buon livello anche il baritono Davor Nekjak, chiamato a sostenere la parte più estesa e non meno impegnativa sul piano tecnico. Meno convincente Rakhsha Ramezani, incline a un'enfasi melodrammatica piuttosto esuberante e poco congeniale alla scrittura volutamente scabra e antiretorica di Orff. Sul versante strumentale, Michele Bolla e Monica Stellin ai pianoforti, insieme a Paolo Bertoldo, Claudio Cavallini, Diego Desole, Claudio Tomaselli e Barbara Tomasin alle percussioni e a Dimitri Fiorin ai timpani, hanno assicurato un sostegno efficace e ben calibrato alla massa vocale.

Carmina Burana (Foto: Ufficio stampa Teatro La Fenice)
Carmina Burana (Foto: Ufficio stampa Teatro La Fenice)

Per Elena Pierini, già al lavoro nei Pagliacci dello scorso settembre, questa prova ha rappresentato una sorta di battesimo del fuoco nel nuovo incarico, con la responsabilità di un'intera serata e di una partitura che assegna alla compagine corale un ruolo assolutamente centrale. Il suo gesto chiaro e autorevole ha consentito di governare con sicurezza la complessa macchina esecutiva, mantenendo un buon equilibrio fra compagine strumentale e massa vocale e restituendo alla partitura la necessaria energia ritmica senza sacrificare la varietà dei suoi episodi. Una promozione a pieni voti, dunque, suggellata da un successo particolarmente caloroso.

Gli applausi ritmati del pubblico hanno finito per strappare alla direttrice persino un bis: la ripresa di “O Fortuna”, quasi a chiudere il cerchio di una festa musicale che difficilmente avrebbe potuto trovare un congedo più appropriato.