Con la Fenice sulle strade d’America
Al Teatro Malibran John Axelrod e l’Orchestra del Teatro La Fenice in un viaggio visionario attraverso i miti e le utopie del Novecento americano
11 maggio 2026 • 3 minuti di lettura
Venezia, Teatro Malibran
Daugherty, Copland e Ives
08/05/2026 - 10/05/2026C'è un momento, nel rituale degli appuntamenti sinfonici del teatro veneziano, che ormai appartiene alla tradizione quasi quanto le note stesse: quando i professori dell'Orchestra del Teatro La Fenice prendono posto sul palcoscenico, la sala li accoglie con un applauso lungo, caldo, quasi commosso. Un gesto che dice molto sul rapporto tra questa città e la sua orchestra, un patto di fiducia e affetto che la crisi recente ha molto rinforzato. E la fiducia, in questa serata di musica, è ben riposta. Perché il programma che John Axelrod ha diretto non è un semplice bouquet di musiche americane: è un percorso con una traiettoria precisa, quasi una fenomenologia dello spirito statunitense per orchestra.
Si parte con Route 66 di Michael Daugherty, che già nel titolo è una dichiarazione antropologica: la strada-mito, l'orizzonte che non finisce mai, il rombo del motore come promessa di libertà. Daugherty è un artigiano del pastiche colto, capace di fare dell'ironia uno strumento molto serio. La sua Route 66, che celebra la mitica autostrada fra Chicago e Santa Monica lunga poco meno di 4000 km, è uno scorcio d’America visto dal finestrino — volgare e sublime insieme, con quella capacità tutta americana di non vergognarsi della propria cultura pop, anzi di farne materia estetica. L’orchestra mostra qui il suo lato più sgargiante senza mai perdere il controllo. Restituisce il ritmo del viaggio senza cadere nell’illustrativo, affrontando una sfida che è di stile prima ancora che tecnica.
Segue Copland, e il paesaggio cambia. Appalachian Spring è una delle opere più amate e probabilmente più fraintese del Novecento americano. Scritta nel 1944 per la coreografia di Martha Graham (e non si tratta di una scelta casuale, in una serata in cui la Graham Dance Company è ospite in contemporanea sul palcoscenico maggiore del Teatro La Fenice), la partitura racconta una primavera contadina della Pennsylvania con una limpidezza e una serenità quasi sospesa. Copland scrive musica che sembra già ricordo nel momento in cui accade: ogni frase è un addio alla semplicità perduta, ogni cadenza diatonica è una finestra su un'America mitizzata perché probabilmente mai davvero esistita, ma che vive con tutta la forza del sogno collettivo. Axelrod, direttore di formazione e gusto trasversali, conosce bene questo repertorio e sa che Copland va servito con umiltà e interpretato senza eccessi: la sua bacchetta scompare nella musica.
Dopo la pausa, la Sinfonia n. 2 di Charles Ives, composta tra il 1897 e il 1902 ma rimasta nel cassetto per oltre mezzo secolo, prima che Leonard Bernstein la dirigesse nel 1951. È una partitura, come spesso in Ives, che cita, mescola, sovrappone in un caos solo apparente: inni protestanti, arie popolari, reminiscenze di Brahms e Dvořák, tutto fatto esplodere nel finale da un’ultima battuta affidata a una dissonanza al limite del brutale, un grido irriverente e geniale. Ives è il padre di tutta la musica americana che verrà — Copland, Bernstein, Daugherty stesso — e ascoltarlo in chiusura di programma è come scoprire il seme dopo aver ammirato il fiore.
Serata costruita con la consapevolezza che certi programmi sono già, di per sé, una forma di pensiero critico. L'America musicale che si è ascoltata al Teatro Malibran con un'orchestra in splendida forma non è quella delle stelle e strisce da cartolina: è quella delle contraddizioni fertili, dei paesaggi sterminati, delle utopie realizzate a metà. Dalla superficie iconica di Daugherty alla chiarezza utopica di Copland, fino alla complessità fratturata di Ives si tratta di un viaggio che non è solo geografico o stilistico, ma anche culturale, rivelando come la musica americana del Novecento sia, in fondo, un laboratorio di identità in continua trasformazione.
Il pubblico, numeroso in tutte e tre le repliche, ha accolto il concerto con applausi calorosi e prolungati.