A Rovigo storie di damigelle in paradiso e di tigli abbattuti

Il Teatro Sociale presenta una serata affidata ai giovani del Conservatorio Pollini di Padova con il simbolismo rarefatto della Damoiselle élue di Debussy e la riscoperta di Bianca di Montemezzi

SN

11 maggio 2026 • 4 minuti di lettura

«Bianca» di Italo Montemezzi al Teatro Sociale (Foto Ludovico Guglielmo)
«Bianca» di Italo Montemezzi al Teatro Sociale (Foto Ludovico Guglielmo)

Rovigo, Teatro Sociale

Debussy, La damoiselle élue & Montemezzi, Bianca

08/05/2026 - 08/05/2026

Il dittico presentato al Teatro Sociale di Rovigo accostava due lavori lontani per notorietà ma sorprendentemente vicini per sensibilità poetica: La damoiselle élue di Claude Debussy, nella versione del 1902, e Bianca di Italo Montemezzi. Una serata costruita attorno al tema dell’amore irrealizzabile e della perdita, nella quale il vero motivo d’interesse era soprattutto la proposta di Bianca, primissima opera “concorsuale” di Montemezzi, oggi ricordato quasi esclusivamente per qualche sporadica ripresa de L’amore dei tre re, presentata in prima assoluta dopo il recente recupero del manoscritto rimasto per oltre un secolo dimenticato nella villa di famiglia del compositore. In tal senso, l’operazione possiede già in partenza un valore musicologico non trascurabile.

La trama è semplice e intrisa di simbolismo decadente. Nel parco di un castello ferrarese, Bianca rivede dopo dieci anni Balduino, l’uomo che aveva amato da giovane. Ma il ritorno dell’antico innamorato coincide con la scoperta della sua trasformazione: il ragazzo sensibile di un tempo è ora un signore crudele, dedito alla caccia e incapace di riconoscere l’armonia della natura. Anche Ricciarda, sorella di Bianca, ama Balduino, alimentando un triangolo sentimentale destinato al fallimento. Al centro del dramma vi è il tiglio sotto il quale i due giovani si erano amati: simbolo di un passato ormai perduto. Bianca ne ordina l’abbattimento, quasi a voler recidere definitivamente il legame con quell’amore impossibile; e la caduta dell’albero coincide con il crollo delle ultime illusioni.

È facile cogliere il filo che lega il lavoro giovanile di Montemezzi alla rarefatta spiritualità della Damoiselle élue. In entrambi i casi i protagonisti sono sospesi in una dimensione d’attesa: la fanciulla di Debussy contempla dal cielo l’amato rimasto sulla terra, Bianca guarda invece a un passato irrecuperabile, incapace di riconoscere nel presente ciò che aveva idealizzato. Sono opere nelle quali il desiderio non trova compimento e la musica si incarica di evocare più che di dichiarare. Debussy lo fa attraverso una scrittura vaporosa, mobile, tutta giocata su trasparenze orchestrali e colori cangianti; Montemezzi, pur muovendosi ancora entro coordinate tardoromantiche e veriste, lascia emergere un gusto atmosferico e simbolista che preannuncia sviluppi futuri.

«La damoiselle élue» di Claude Debussy (Foto Ludovico Guglielmo)
«La damoiselle élue» di Claude Debussy (Foto Ludovico Guglielmo)

Naturalmente l’esecuzione andava considerata con il necessario spirito di indulgenza. Orchestra, coro e interpreti provenivano infatti dal Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova, coinvolti in un progetto che aveva il carattere dichiarato del laboratorio formativo ma con tutti i crismi di una produzione professionale. Ed è giusto valutare la serata in questa prospettiva. Sotto la direzione di Fabrizio Da Ros, anche scrupoloso concertatore, si sono percepite inevitabili disomogeneità, soprattutto nella tenuta orchestrale e negli equilibri sonori — in particolare in Debussy — ma anche entusiasmo, partecipazione e sincera dedizione. Nella pagina di Debussy il coro femminile ha cercato di restituire con sensibilità il clima sospeso e contemplativo del lavoro, mentre Yukari Mori ha affrontato non senza qualche limite la parte della damoiselle. Decisamente più convincente l’esecuzione dell’ancora inedito atto unico montemezziano, grazie alla prova del coro e specialmente dei due protagonisti Camilla Consolaro, che restituiva una Bianca di delicata musicalità, e Giulio Putrino, un Balduino baldanzoso e dalle ottime qualità vocali. A loro si aggiungeva Erica Zulikha Benato, una Ricciarda sicura e narratrice discreta in Debussy. Al di là dei meriti individuali, il merito principale è stato quello di aver creduto in fondo e aver reso giustizia a un lavoro che, pur fra qualche giovanile ingenuità, meritava un recupero.

Fabrizio Da Ros dirige Coro e Orchestra del Conservatorio Pollini di Padova (Foto Ludovico Guglielmo)
Fabrizio Da Ros dirige Coro e Orchestra del Conservatorio Pollini di Padova (Foto Ludovico Guglielmo)

Molto spartano, anche nella cura del gesto scenico, l’allestimento firmato da Stefano Patarino - elementi scenici ridotti a una pedana e un fondale con proiezioni siderali in Debussy e monocromatiche in Montemezzi - con i costumi eterocliti, per non dire bizzarri, di FantasiainRe in Bianca (la protagonista, trasformata in una sorta di eco-attivista ante litteram, con impermeabile giallo, trecce sotto la cuffia di lana e kefiah al collo). Non manca il tronco del tiglio — l’albero del destino — che la sventurata Bianca fa abbattere constatata la perdita dell’antica purezza di Balduino. Timida attualizzazione che non mina la semplicità dell’allestimento e non impedisce alla serata di conservare una sua piacevole autenticità. Il recupero di Bianca, al di là dei suoi limiti di opera giovanile e di un debito evidente alle convenzioni dell’epoca, resta il dato più prezioso della serata: la restituzione alla scena di una voce che il tempo aveva quasi cancellato.

Pubblico numeroso. Caldi applausi.