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Movida jazz

di Fabio Zannoni

¡Attenzione attenzione: c'è nell'aria un cambio di clima. Un festival jazz gestito da un'amministrazione pubblica ha intensificato la sua programmazione!

Sì, perché qui a Madrid, pur in tempi di ristrettezze, la nuova giunta comunale, targata Ahora Madrid/Podemos, guidata da una colta anziana signora, la sindaca Manuela Carmena, ha deciso di allargare la sua offerta con un programma che conta un centinaio di concerti, spalmato in due auditorium – con sale quasi sempre piene – e nei vari jazz club della città; in più: film, incontri e conferenze, con prezzi, diciamolo, abbordabili.

In una città dove l'offerta di jazz è già abbastanza cospicua, quest'autunno c'era l'imbarazzo della scelta, e orientarmi nel ventaglio delle offerte non è stato semplice. Ho quindi zigzagato per tutto il mese di novembre, tra l'auditorium del Conde Duque e il teatro Fernan Gomez, tra vecchie nuove e glorie, proposte trasversali e curiosità, senza farmi mancare emozioni bakeriane nel rivedere Let's Get Lost e di continuare sul tardi, in qualche jazz club, dove i gin tonic li fanno veramente bene!

L'onore dell'apertura del festival è spettato alla giovane pianista giapponese (ha 37 anni ma sembra una ragazzina) Hiromi, con il suo trio: energia pura, e disinvolto eclettismo con un mix di di un jazz-rock d'antan, un poco progressive, di virtuosismo petersoniano, squarci intimisti, senza rinunciare citazioni classiciste e sperimentalismi, con l'apporto di una base ritmica d'eccezione, con Jimmy Johnson al basso e Simon Philips alla batteria.

È del resto questa l'atmosfera dei brani dell'ultimo cd, Spark, che ha presentato nella serata: uno fra tutti il brano d'apertura, che richiama uno spirito vagamente progressive, con affastellamenti di episodi che si susseguono senza soluzione di continuità: intro con una melodia in minore, orientaleggiante, del piano, tappeti synth, ostinati, quindi intensificazioni dell'elemento ritmico, con un aumento della temperatura su cui poi Hiromi sciorina tutto un repertorio di elementi improvvisativi, serratissimo, mai di maniera. È quindi un crescendo di brani con sostanza ritmica ad alta densità – alternati a momenti più soft, come nel gradevolissimo "Take Away" – con un notevole coinvolgimento del pubblico.

A riprova di una rinnovata tendenza a volgere lo sguardo all'indietro ai vari "anta" del secolo scorso, c'è stata poi l'esplosiva performance del gruppo guidato dal grande Dave Holland, con il progetto Aziza. Ritmica assolutamente trascinante: già, il vecchio Holland non finisce di stupire con i suoi contrappunti, con i quali riesce, con uno strumento come il contrabbasso, a disegnare basi ritmiche e costruire nello stesso tempo squarci improvvisativi di intenso lirismo, melodicamente delineati: impareggiabile! Al margine di questo raffinato toccatismo ci sono poi gli ampi squarci melodici del sax di Chris Potter, le sonorità e le atmosfere elettriche, vagamente friselliane, della chitarra di Lionel Loueke. Brani che si susseguono, quasi senza soluzione di continuità, con rara intensità di livelli espressivi, per poi chiudere, ovviamente, serratissimi – che batterista Eric Harland! – in un incalzare di contrappunti ritmici, ostinati e di evocazioni tematiche.

Vecchie glorie e sguardo all'indietro: ci pensa il grande John Scofield, che ci riporta nelle atmosfere country dell'America profonda, quelle tanto amate da Dylan, un po' western, con un po' di bluegrass. Country for Old Men (il titolo della raccolta di brani presentata) è ostentatamente, ironicamente, una compiaciuta carrellata di brani e di atmosfere blues, placide e rilassanti: la sua maestria e il suo gusto nel maneggiare i più classici cliché sono indiscutibili, gli avvolgenti assoli, suoi e del gruppo, sono godibilissimi.

C'è una glamourosissima cantante e chitarrista serba a rinforzare questi orientamenti retrò: Ana Popovic: formazione ineccepibile negli Stati Uniti, hendrixiana convinta. Il suo rock blues è un'incredibile ricostruzione in laboratorio di qualcosa che credevo, ormai, potesse risuonare ormai solo da vecchi dischi in vinile: sensazione "macchina del tempo", straniante viaggio repentino nelle atmosfere del passato! Ingredienti: solismo virtuosistico, groove e vocalità incalzanti e aggressivi. Sicuramente coinvolgenti in un concerto dal vivo, dove il pubblico è chiamato a ballare sotto il palco: e ci andiamo tutti. Divertentissimo!

Cambiamo clima: il mio amico musicista e artista marocchino Rachid mi ha fatto una testa così su questo liutista e cantante tunisino, Dhafer Youssef, di formazione coranico sufista che, folgorato sulla via di Damasco (si può dire?) dall'incontro con il jazz ha elaborato una fusion tutta sua, assolutamente personale, soprattutto per le sue esplosioni canore. Non aveva torto Rachid! C'è un toccatismo al liuto arabo che si sviluppa secondo canoni che ci sembrano far parte di uno stile consolidato; questo si interseca con il piano di Aaron Parks che, di volta in volta, disegna atmosfere ambient – abbastanza prevedibili bisogna dire – con altre più marcatamente jazzistiche, di sapiente fattura. Le esplosioni vocali di Youssef si stagliano tese, come lame sonore che tagliano l'assunto, di un lirismo che, non sapremmo dire, se fatto di tensione mistica o di straniante parossismo: sicuramente incanta, e il pubblico e tutti noi ne veniamo piacevolmente coinvolti.

Appuntamento con Marcus Stockhausen: musicista che si porta dietro un cognome abbastanza ingombrante, quello di uno dei padri dell'avanguardia musicale del Novecento. Ho un ricordo di lui ancora adolescente, più o meno diciottenne, già allora, con la sua tromba, in una performance al Comunale di Bologna, con il padre Karlheinz alla direzione e la madre al clarinetto basso. Anche se non vogliamo fare ricadere sui figli le colpe dei padri, penso che non possiamo prescindere da considerare quello che può essere stato il suo particolare ambiente di formazione. Penso che, in un certo qual modo, ne siano testimonianza il suo gusto per la ricerca timbrica e la qualità del suono, così come per le dimensioni sonore rarefatte. Stockhausen propone una musica che allude alla sfera jazzistica, per mirare verso altro: solo piano e tromba (alternata al flicorno e alla tromba piccola), con Florian Weber come accompagnatore. La performance del duo si snoda come un dialogo improvvisativo che scaturisce da assunti tematici estremamente lirici, a tratti quasi in assenza di ritmo, in una dimensione atemporale e astratta. Non mancano momenti concitati, e se a tratti i due ammiccano a un certo modalismo, questo spesso questo va a sfociare verso una dimensione più sperimentale. Una discorsività rapsodica, tenui unisoni, contrappunti di un fraseggio anche serrato, spesso su densi ostinati del piano, sono la cifra di uno stile che non indulge in effetti pirotecnici, di un jazz da camera che si caratterizza come estremamente raffinato.

Restiamo tra le brume del nord per andare a sentire un altro trombettista, il norvegese Nils Petter Molvær. Anche lui indulge a una vena malinconica e sognante, e lo ricordiamo in questa veste, un po' come Marcus Stockhausen, nell'orientarsi verso una dimensione atemporale "preritmica". Ma l'apporto di una sezione ritmica come quella del duo giamaicano Sly & Robbie, dirompente ed esplosiva, ha il potere di creare un effetto straniante di notevole efficacia e forza espressiva, senza trascurare il geniale apporto delle sonorità elettriche di Eivind Aarset, anch'egli norvegese, e dell'abile manipolatore di sonorità, il finlandese Vladislav Delay (singolare e spiritoso nome d'arte per un musicista elettronico).

Concerto con effetti e destini "divergenti" che prende le mosse da atmosfere diafane e liriche, di una tromba che ricorda un po' l'ultimo Miles Davis, frammiste alle sonorità rockeggianti della chitarra e dei cluster elettronici, su una base ritmica serratissima: brume del nord sì, ma anche sonorità metropolitane, che quindi, metamorficamente, vanno a sfociare verso una liberatoria cantabilità giamaicana, con il bassista Robbie Shakespeare vero mattatore (c'è sicuramente in lui una vena teatrale... chissà?), mentre i componenti dell'ensemble temporaneamente abbandonano il palco, per cantare semplici riff facendo rispondere il pubblico in eco (tipo il Cab Calloway dei Blues Brothers).

Quando una progettualità musicale riesce a trovare, mediante accostamenti ed elementi contrastanti, quel quid per il quale emerge tutta la sua forza espressiva, questo può essere la cifra di qualcosa di nuovo che riesce a superare i limiti e le problematiche legate all'artificiosità di certi accostamenti. Ma ciò non è sempre facilmente realizzabile né programmabile a tavolino: la cultura, la sensibilità l'istinto dei musicisti fanno la differenza e sono dietro l'angolo a dirci quando un'operazione di questo tipo può dirsi riuscita e convincente. Questo è per me sicuramente il caso di questo incontro.

Il festival non è finito, mi sono perso Stanley Clark, ahimè non riuscirò a completare il mio percorso. Alla fine non so se sia un bene che ci sia un'offerta così generosa: impossibile avere un quadro complessivo. Mi resta la curiosità di sentire un quartetto che si ispira alla filmografia di Tarkovsky e il rammarico di non poter sentire altre chicche: Cristian Scott, Gregory Porter e anche quel po' di fusion con il flamenco, che qui a Madrid si può sentire spesso, come il quartetto di Niño Josele e il gruppo di Javier Colina con quella vecchia gloria del jazz cubano, Jerry Gonzalez: avrò occasione di ripescarli un'altra volta!

06 dicembre, 2016 - 10:16
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