Il fascino DOC di Don Giovanni

Applausi a Piacenza per la fresca lettura musicale di Pagano e la (psico) analitica visione registica di Bernard

AR

26 gennaio 2026 • 3 minuti di lettura

Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)
Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)

Piacenza, Teatro Municipale

Don Giovanni

23/01/2026 - 25/01/2026

Anche se nella seconda opera della “trilogia italiana” di Mozart e Da Ponte viene citato un “eccellente marzimino”, non è tanto la classificazione italiana dei vini – Denominazione di Origine Controllata – quanto la disposofobia – problema legato all’accumulo o accaparramento compulsivo compreso tra i Disturbi Ossessivo Compulsivi – che pare aver guidato Andrea Bernard nella lettura registica della nuova produzione del Don Giovanni proposta lo scorso fine settimana al Teatro Municipale di Piacenza e condivisa con la Fondazione Teatro Comunale di Modena.

Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)
Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)

In verità il regista – coadiuvato con funzionale efficienza dalle scene di Alberto Beltrame, dai costumi di Elena Beccaro e dalle luci di Marco Alba – parla piuttosto del protagonista come di un “collezionista”, come si legge nelle sue note al programma di sala: «colleziona donne, storie, oggetti, frammenti di vite altrui per costruirsi un’identità che non possiede. Ogni incontro è una sottrazione, ogni relazione un racconto archiviato. […] Don Giovanni tenta di costruire sé stesso attraverso ciò che possiede, senza mai riuscire a colmare il vuoto che lo caratterizza. È un uomo che non ha mai compiuto il passaggio all’età adulta, che non ha mai saputo separarsi davvero dall’infanzia». Ed è proprio da qui che pare emergere un’interpretazione vagamente psico-analitica che nutre un’immagine di Don Giovanni dipinto da un lato come un accumulatore compulsivo di bellezze femminili – dall’avvenenza procace di Donna Anna alla seduttività popolana di Zerlina, mentre il vero custode delle conquiste, preciso e metodico, è Leporello con il suo “catalogo” – e dall’altro lato come vittima di un irrisolto complesso edipico, che vede in Donna Elvira una madre ossessiva dalla quale il “dissoluto punito” non riesce a liberarsi.

Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)
Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)

Una lettura scenica completata da una sorta di parallelo del protagonista con la figura di Casanova, evocata con diversi riferimenti a Venezia e alle gondole – tra l’infanzia di Don Giovanni (con immancabili bambini in scena) e la canzonetta “Deh, vieni alla finestra” del secondo atto – che ha animato in maniera sostanzialmente efficace un palcoscenico dove tutto girava secondo un meccanismo rodato, muovendo i diversi personaggi tra spazi evocati sullo sfondo e un sistema di variegate botole e ripostigli.

Un teatro di nascondigli e sotterfugi – fisici e simbolici – che hanno lasciato il giusto spazio all’interpretazione fresca e coinvolgente tratteggiata dalla direzione di Enrico Pagano, che ha dato prova di saper dipingere un affresco drammaturgico-musicale davvero interessante, ben assecondato dalla reattività presente e sostanzialmente equilibrata espressa dall’Orchestra Filarmonica Italiana e dal Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati. Sulla scorta di un equilibrio plasmato miscelando con gusto consapevole momenti dalla fragrante vivacità e oasi disegnate con morbido lirismo, Pagano ha saputo animare la narrazione musicale valorizzando ora significativi tratteggi strumentali ora emblematici numeri vocali, sottraendo questi ultimi a qualsivoglia polverosa retorica.

Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)
Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)

Un approccio che ha valorizzato anche i componenti di una compagine vocale palesemente affiatata, a partire nel ruolo del titolo affidato al gusto consapevole e rodato del baritono Markus Werba, solido nel percorre l’intera opera coniugando l’evoluzione del suo personaggio con i momenti vocalmente più esposti, da “Là ci darem la mano” a “Fin ch'han dal vino”. Carmela Remigio ha dato corpo a una Donna Elvira vocalmente credibile e trascinante, ben compresa nella lettura di una donna dal profilo a tratti anche contraddittorio, combattuta tra senso di rivalsa e affetto disarmato. Claudia Pavone ha restituito una Donna Anna ben tratteggiata con momenti di vero trasporto soprattutto nel primo atto, mentre Marco Ciaponi ha proposto un Don Ottavio capace di assecondare una musicalità davvero apprezzabile, espressa in particolare in una ispirata “Dalla sua pace la mia dipende”, momento che ha rappresentato un bell’esempio di vocalità particolarmente affine con la personale lettura musicale di Pagano. Ma la qualità vocale è stata confermata anche dalla solida e variegata freschezza del Leporello di Tommaso Barea, della Zerlina di Désirée Giove e del Masetto di Alberto Petricca, completati da Renzo Ran nei panni del Commendatore.

Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)
Don Giovanni (foto Gianni Cravedi)

Un bel successo di pubblico ha salutato la seconda recita che abbiamo seguito domenica scorsa.