Gli spettri di Boccanegra
Una lettura quasi metafisica nel nuovo allestimento dell’opera verdiana andata in scena con successo al Teatro La Fenice
24 gennaio 2026 • 3 minuti di lettura
Venezia, Teatro La Fenice
Simon Boccanegra
23/01/2026 - 14/02/2026Il nuovo Simon Boccanegra presentato al Teatro La Fenice affida alla regia di Luca Micheletti una chiave di lettura dichiaratamente mentale e simbolica. Muri di cemento, un mare dipinto in filigrana, una vera e propria stanza della memoria: è qui che prendono forma apparizioni e ricapitolazioni di eventi traumatici, secondo l’idea – espressa dallo stesso regista – di un teatro in cui il passato riaffiora per epifanie. È un Boccanegra sospeso tra concretezza e metafisica, quasi “ibseniano”, in cui il dramma politico-borghese ottocentesco si intreccia con dinamiche private che determinano le rivoluzioni del potere. Un mondo, questo, popolato di “spettri”: fantasmi del passato e scheletri nell’armadio che non cessano di tormentare il protagonista. L’idea è forte e in gran parte efficace, anche se la continua insistenza su questi rimandi rischia talvolta di appesantire il discorso teatrale, rendendo fin troppo esplicita la presenza degli spettri che accompagnano Simone fino alla morte. Come le luci di taglio espressionistico di Giuseppe Di Iorio, anche le scene di Leila Fteita assecondano e rafforzano questa visione: ambienti che richiamano l’interno di una nave, mai realistici, piuttosto concepiti come spazi psichici, luoghi della coscienza più che dell’azione. Il mare, elemento centrale dell’opera verdiana, riaffiora costantemente negli affreschi che segnano le pareti, come un’eco visiva che avvolge la vicenda e ne amplifica la dimensione simbolica. I costumi di Anna Biagiotti rinunciano a riferimenti temporali precisi, sfoderando un articolato spettro dall’armatura medievale al cilindro ottocentesco passando per il regale manto ermellinato riservato a Boccanegra e quindi ad Adorno, contribuendo a collocare il dramma in un tempo indefinibile, coerente con l’impianto registico.
Grande professionista di lungo corso, il direttore Renato Palumbo offre una lettura attenta e coerente: tinte scure, tempi distesi, un respiro ampio che conferisce alla partitura un andamento quasi funebre, come un inesorabile requiem che accompagna il destino di Simone. L’Orchestra del Teatro La Fenice segue con disciplina e intensità, sostenendo la narrazione senza mai sovrastarla. Di buon livello la compagnia di canto. Luca Salsi è un Simon Boccanegra solido e affidabile, forse privo di sorprese ma sempre musicalmente centrato. Alex Esposito disegna uno Jacopo Fiesco trucibaldo e autorevole, di forte impatto scenico. Francesco Meli, nei panni di Gabriele Adorno, sfoggia uno strumento squillante e generoso. Francesca Dotto, Maria Boccanegra, convince sul piano interpretativo, anche se affiora talvolta una certa forzatura vocale, segno di uno sforzo da calibrare con maggiore attenzione. Efficace Simone Alberghini come Paolo Albiani, affiancato da un solido Alberto Comes nel ruolo di Pietro. Efficaci gli interventi del Coro del Teatro La Fenice.
Alla prima, sala gremita. Il pubblico appare inizialmente trattenuto, ma si scioglie progressivamente in applausi caldi e convinti per tutti gli interpreti. Resta però il clima di tensione che continua a serpeggiare alla Fenice: numerose spillette di protesta e una pioggia di volantini lanciati da gallerie e palchi ricordano che, anche fuori dalla finzione scenica, altri spettri continuano a turbare la pace del teatro.