A Bastille trionfa Roberto Alagna in “Tosca”
L’allestimento è quello di Pierre Audi. Non convince la direzione di Oksana Lyniv
29 novembre 2025 • 4 minuti di lettura
Parigi, Opéra di Parigi – Bastille
Tosca
23/11/2025 - 27/12/2025Nella sua lunghissima carriera, Roberto Alagna non aveva ancora cantato Mario Cavaradossi a Parigi, il suo debutto dal vivo in questo ruolo all'Opéra di Parigi quindi era molto atteso e le aspettative non sono state deluse: i suoi acuti sono luminosi e svettanti come se il tenore avesse qualche decennio in meno, la sua padronanza del personaggio totale. Alla prima, Alagna è stato sommerso dagli applausi e dai bravo, anche a scena aperta, meritatissimi, anche se nella sua “Recondita armonia” è sembrato rallentare un po’ troppo. Invece è stata perfetta la sua “E lucevan le stelle”, da far desiderare un eccezionale bis che non è stato, giustamente, dato e la sua interpretazione è apparsa sincera di sentimento e di musicalità naturalmente trascinante ed entusiasmante. Qualche dubbio è sorto quindi sulla direzione di Oksana Lyniv che a tratti ha allargato un po’ troppo, sino a slabbrare la tessitura musicale e a renderla un po’ lenta, e dall’altra parte non ha controllato bene l’orchestra nei passaggi sonori più possenti coprendo le voci, come nel Te Deum della fine del primo atto, lo stesso nei momenti più drammatici della tortura di Mario nel secondo atto. Una direzione, a parte le dinamiche discutibili, comunque molto pulita, a tratti anche delicata, molto precisa negli assoli degli strumenti. Al fianco di Alagna, nella parte di Floria Tosca si è fatta apprezzare il soprano spagnolo Saioa Hernández, aderenza perfetta anche lei al personaggio e colore di voce caldo, sensuale e molto melodioso, che ben si addice al ruolo, solo con acuti a volte un poco strillati. Molto bella, commovente, cantata con i giusti accenti dolenti, la sua “Vissi d'arte, vissi d'amore” e tutti molto appassionanti i suoi duetti con Mario/Roberto Alagna. Riuscito anche lo Scarpia del baritono russo Alexey Markov, dizione italiana perfetta e presenza scenica che cattura gli sguardi, vocalmente corretto anche se non memorabile.
Sia la Hernández che Markov avevano già fatto parte del cast dell’ultima ripresa di quest’allestimento firmato Pierre Audi, regista scomparso lo scorso maggio, e a cui tutte le repliche di questa nuova stagione, divise in due cicli, l'Opéra di Parigi ha deciso di dedicare. Il primo ciclo di Tosca, diretto da Oksana Lyniv, dopo la Hernández avrà come Tosca Elena Stikhina; Alagna sarà sostituito da Jonas Kaufmann e poi da Adam Smith; Ludovic Tézier vestirà i panni di Scarpia dopo Markov. In primavera (dal 12 marzo al 18 aprile 2026), le repliche, dirette da Jader Bignamini, vedranno Angel Blue e Sandra Radvanovsky nel ruolo del titolo, Freddie De Tommaso e Yusif Eyvazov nei panni di Cavaradossi, e di nuovo Alexey Markov e poi Gevorg Hakobyan nei panni di Scarpia. Pierre Audi ha creato quest’allestimento, che è già stato ripreso molto volte, nel 2014 con le scene di Christof Hetzer dominate dal simbolo della croce che caratterizza la forma della macchina scenica su due piani del primo atto, poco felice a vedersi con quelle brutte ringhiere al piano superiore, e che poi sovrasta la scena sotto forma di gigantesche travi che si incrociano e sembrano rappresentare l’enorme calvario che incombe sui protagonisti. E’ una produzione dove non c’è più Roma, e se ne sente molto la mancanza: il dipinto della Maddalena diventa un quadro di giovani donne sensuali mezze nude che non potrebbero mai stare in una vera Chiesa e non c’è molto di un luogo di culto se non le candele; non c’è più alcun riferimento visivo a Castel Sant’Angelo, il terzo atto si svolge in un accampamento con tenda di campagna e Tosca non si lancia nel vuoto ma scompare nella luce bianca di fondo. Le belle luci sono di Jean Kalman. Un allestimento, come tutti quelli di Audi, che per la sua semplicità e chiarezza visiva comunque si mantiene attuale nel passare dei decenni, sempre elegante e mai troppo estravagante. Quindi, se qui si è osato un po’ di più nelle scene, che più che suggerire una storia realistica invece sembrano illustrare una vicenda emblematica, fuori dal tempo , di passione e supplizio, i costumi sono ottocenteschi, disegnati da Robby Duiveman, anche se con qualche libertà discutibile per gli abiti di sbirri e soldati. Il coro, pur se istruito con cura da Ching-Lien Wu, i bambini ed anche il pastorello dell’inizio del terzo atto, hanno sofferto per una regia che non li ha valorizzati, anzi costringendoli a muoversi durante il Te deum come se stessero cantando un gospel. Completano il cast, il basso Amin Ahangaran che dà spessore alla figura di Cesare Angelotti, nel secondo ciclo sarà sostituto da Vartan Gabrielian; mentre canteranno in tutte le repliche il baritono André Heyboer che è un Sagrestano, qui molto oste con il suo tipico grembiulone, dai pertichini purtroppo poco incisivi; il tenore Carlo Bosi e il baritono Florent Mbia invece sono adeguati rispettivamente, come Spoletta e Sciarrone.