All'Opéra Comique belcanto alla francese con Lucie de Lammermoor

Splendida l’interpretazione di Sabine Devieilhe, esemplare la direzione di Speranza Scappucci, regia di Evgeny Titov

AT

01 maggio 2026 • 4 minuti di lettura

Lucie de Lammermoor (Foto©HerwigPRAMMER)
Lucie de Lammermoor (Foto©HerwigPRAMMER)

Opéra Comique, Parigi

Lucie de Lammermoor

30/04/2026 - 10/05/2026

Un’applauditissima Lucie de Lammermoor, con ottima esecuzione musicale e belle voci, ma contestata, alla fine della première, la regia del kazako Evgeny Titov, ma solo un po’ e discutibilmente perché, anche se l’allestimento ha qualche nudo, orge e tanto sangue, ha una sua coerenza e la messa in scena è ben al servizio del dramma. Su una base roteante si ergono pareti come delle torri che servono efficacemente a creare i diversi ambienti, brutte e tristi pero’ la carta da parati tipo anni ‘50 e le luci a bacchetta rosse, le scenografie sono di Lizzie Clachan con le luci della romana Fabiana Piccioli, mentre i costumi di Emma Ryott che richiamano sia l’epoca dei fatti che il Novecento, con giacche lunghe per gli uomini e parrucche bionde ondulate per le coriste, sono invece un mélange riuscito. L’opera si apre con una giovane donna nuda con catena al collo, come un cane, trattata come oggetto con cui giocare a proprio piacimento, una esplicitazione della sottomissione e della violenza cieca che dovevano subire le donne al tempo. Una scena forte che ben si combina con il cupo preludio che preannuncia il clima pesante che porterà al finale tragico dei due giovani innamorati.

Il lavoro fatto con l’orchestra dal maestro Speranza Scappucci è stato davvero notevole trasformando un ensemble barocco che suona con strumenti d’epoca, l’Insula orchestra, in pregevolissimo interprete dello spirito romantico di Donizetti, disciplinandone i suoni verso una grande nitidezza, con tempi giustissimi, dinamiche attentissime al dramma, precise, intense. La differente sonorità degli strumenti antichi aggiunge un tocco di originalità all’esecuzione, anche se si fa un po’ sentire la mancanza della glassarmonica che nel loro contesto non è utilizzabile. Si sa che la Scappucci conosce molto la versione italiana, la dirigerà di nuovo il mese prossimo a La Scala, questo è il suo debutto per la versione francese e ha realizzato un’interpretazione che è stata lodata da tutti per misura e tensione emotiva

Un successo dovuto anche alle ottime voci, a cominciare da quella della celebre soprano di coloratura Sabine Devieilhe che ha debuttato nel ruolo di Lucie, dopo le sue pure molto applaudite prese di ruolo, sempre all'Opéra-Comique, di Lakmé e poi di Ophélie nell’Hamlet di Ambroise Thomas. Voce non enorme, ma sufficiente per le dimensioni della Salle Favart, tecnica impeccabile ed interpretazione elegantissima, perfetta per il ruolo cantato con le caratteristiche della lingua francese. Come si sa, la Lucie non è una traduzione della Lucia, ma le parole vennero adattate dai librettisti Alphonse Royer e Gustave Vaëz per non dovere modificare troppo la partitura a causa degli accenti diversi e con la tessitura di Lucie resa più da soprano leggero. Il risultato è un magnifico esempio di Belcanto alla francese che la Devieilhe ha dimostrato di incarnare con sentimento, virtuosismo e tanta grazia, raffinatissima la sua scena della follia “Oh ciel miséricordieux!... Le doux son” che l’ha vista trionfare. Il giovane tenore Léo Vermot-Desroches è invece un Edgar particolarmente tormentato, letteralmente un po’ storto sembra per il contrasto interiore tra l’amore per la bella Lucie e il desiderio di vendicare la sua famiglia, è un artista che sta maturando ma già ha dato una bella prova delle sue capacità sopratutto nell’aria finale “Toi qui à Dieu déplias les ailes” in cui lui ha saputo dispiegare infine molto bene la sua bella voce con intensità interpretativa. Artista maturo, che si conferma ancora una volta ottimo, poi il baritono Etienne Dupuis nei panni di Henri Ashton, il fratello di Lucie, solo all’inizio un po’ eccessivo nelle sottolineature, per marcare forse la brutalità del personaggio, ma che ritrova presto la sua consueta naturalezza interpretativa e giusta misura della bella voce potente. Si fa anche notare il bel timbro pieno del basso Edwin Crossley-Mercer come Raymond, il cappellano, che il regista presenta con pallina rossa sul naso, come un buffone. Il giovane tenore Sahy Ratia è Arthur, lo sposo che il regista Titov arriva ad appendere ad un muro, come i tanti animali sacrificati diventati trofei di caccia del castello, ma in questo caso con il sangue che cola dopo essere stato ucciso da Lucie. Molto ben riuscito anche il personaggio di Gilbert, lo scudiero Henri cinico e doppio, anche confidente di Lucia al posto della soppressa damigella, quindi nuovo importante personaggio rispetto alla versione italiana, cantato dal tenore Yoann Le Lan, tutto vestito di pelle e dalla giusta interpretazione fredda, come un sicario. La versione francese, infatti, rispetto a quella italiana, ha meno personaggi ma recitativi più lunghi perché doveva essere uno spettacolo da portare in giro per tutta la Francia, con la storia più comprensibile e le scenografie meno costose, la vedrà pure Emma Bovary, nel romanzo di Gustave Flaubert, a Rouen. Fu tagliata, tra l’altro, quindi la figura di Alisa, la damigella di Lucie che nella versione francese si ritrova ad essere unico personaggio femminile in scena, ma la regia di Titov, avendo introdotto la figura nuda della schiava sessuale restituisce alla protagonista principale un’altra donna a cui sentirsi vicina, interpretata con pudore e dignità, dalla giovane comédienne, anche soprano, Élise Maître qui in ruolo muto. Ottima prova vocale anche per il coro accentus, compatto e chiaro, diretto da Christophe Grapperon. In coproduzione con Opéra national du Rhin, il Grand Théâtre de Genève, Palazzetto Bru Zane, e Opéra Orchestre National Montpellier.