Addio a Gabriele Ferro
Scompare a 88 anni il direttore d’orchestra, protagonista della vita musicale italiana e internazionale. Dal lungo impegno con l’Orchestra Sinfonica Siciliana alla guida del Teatro Massimo, ha coniugato rigore interpretativo, curiosità per il contemporaneo e attenzione al teatro musicale
30 ottobre 2026 • 3 minuti di lettura
È morto il 29 ottobre a Palermo Gabriele Ferro, tra i direttori d’orchestra italiani più colti e versatili della sua generazione. Avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 15 novembre. Direttore musicale onorario a vita del Teatro Massimo, era salito sul podio del teatro palermitano lo scorso 11 ottobre, per un concerto che comprendeva anche una sua composizione. Un ultimo incontro con l’orchestra e il pubblico di una città alla quale aveva legato una parte decisiva della propria vicenda artistica.
Nato a Pescara nel 1937, figlio del compositore Pietro Ferro, si diplomò in pianoforte e composizione al Conservatorio Santa Cecilia di Roma nel 1960. Determinante fu l’incontro con Franco Ferrara, del quale seguì i corsi di perfezionamento a Hilversum. Nel 1970 vinse il concorso per giovani direttori d’orchestra della Rai, avviando una collaborazione con le orchestre dell’ente, l’Accademia di Santa Cecilia e la Scala. Claudio Abbado lo invitò ripetutamente a dirigere al teatro milanese tra il 1974 e il 1980; nello stesso periodo iniziò una lunga collaborazione con l’Orchestre National de France.
La dimensione internazionale della sua carriera si consolidò sul podio di compagini come i Wiener Symphoniker, la BBC Symphony Orchestra, la Cleveland Orchestra e l’orchestra del Gewandhaus di Lipsia. Ma il suo percorso non si esaurì nel circuito dei grandi complessi sinfonici. Nel 1979 assunse la direzione stabile dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, incarico mantenuto fino al 1997, contribuendo a farne un riferimento della vita musicale italiana. Fu poi direttore principale dell’Orchestra Rai di Roma fra il 1987 e il 1991 e Generalmusikdirektor della Staatsoper di Stoccarda dal 1991 al 1997.
Al teatro d’opera dedicò un impegno altrettanto intenso, dal repertorio settecentesco al Novecento. Direttore musicale del Teatro di San Carlo di Napoli dal 1999 al 2004, vi ottenne nel 2003 il Premio Abbiati per Elektra di Richard Strauss, con la regia di Klaus Michael Grüber e le scene di Anselm Kiefer. A Stoccarda, nel 2012, fu premiato dalla rivista Opernwelt per la direzione de La sonnambula di Bellini e nel 2015 per Il Vologeso di Jommelli, del quale aveva curato anche la versione strumentale, come produzione di particolare interesse della stagione tedesca.
Tra le sue tappe figurano inoltre direzioni al Teatro la Fenice, all’Opera di Roma, alla Deutsche Oper di Berlino, al Covent Garden e nei teatri d’opera di Parigi, Ginevra e Chicago. Importante è stato anche il suo impegno didattico: su invito di Piero Farulli fu docente di direzione d’orchestra alla Scuola di Musica di Fiesole, dedicandosi alla formazione dei giovani musicisti.
La musica contemporanea fu un terreno d’indagine costante: Ferro diresse prime esecuzioni di opere di Berio, Maderna, Stockhausen, Ligeti, Nono, Rihm e Battistelli, senza separare la conoscenza della tradizione dall’interesse per i nuovi linguaggi, un’apertura coerente con la sua formazione di compositore.
Forte fu soprattutto il suo legame con Palermo, che si articolò in più fasi: direttore principale del Teatro Massimo dal 2001 al 2006, vi tornò come direttore musicale dal 2015 al 2019, prima di ricevere il titolo di direttore onorario a vita. Sotto la sovrintendenza di Francesco Giambrone, Ferro realizzò progetti di grande respiro, lasciando nella memoria del teatro interpretazioni come Guglielmo Tell di Rossini, che inaugurò la stagione 2018, e Il Paradiso e la Peri di Schumann l’anno successivo. “Un musicista colto, raffinato, rigoroso, estremamente curioso e attento ai nuovi linguaggi”, lo ha definito Giambrone, ricordandone anche la passione e la dedizione per il teatro della sua città.
La sua ultima apparizione al Massimo, poche settimane prima della morte, restituisce l’immagine di un musicista ancora attivo, capace di portare sul podio anche la propria voce compositiva. "Per il teatro palermitano", ha dichiarato il sovrintendente Marco Betta, "Ferro non era soltanto un grande artista, ma parte della sua storia e della sua identità." Un’eredità che si misura non solo nei titoli diretti, ma nella curiosità intellettuale con cui ha attraversato repertori, epoche e linguaggi diversi.