Kristina Jacobsen, dagli Usa alla Sardegna
Etnomusicologa e folksinger, Kristina Jacobsen si è inventata un originale matrimonio misto tra Americana e musica sarda.
16 marzo 2021 • 3 minuti di lettura
Kristina Jacobsen
House on Swallow Street
Per il mese di marzo 2021, il giornale della musica aderisce – insieme a decine di riviste, portali web e radio in Europa – all’iniziativa #womentothefore dello Europe Jazz Network, a favore della progressiva parità di genere nelle musiche creative.
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Immaginate una canzone con un tintinnio dolce d'arpeggi, come avrebbe potuto scriverla Joan Baez nei primi anni Settanta, e un contralto pulito e sensuale che volteggia su vocali e consonanti molto, molto nordamericane. Immaginate che a un certo punto quella stessa voce inserisca le seguenti frasi, in italiano: «Ma lei, è americana? E come mai è venuta in Sardegna? È sicura che vuole fare la residenza qua?». Tutto vero. Immaginate ora una registrazione di un volo di rondini fatta appena fuori dall'uscio di casa, e poi la medesima voce da folksinger che attacca a cantare, questa volta in sardo. In sardo quasi perfetto, giusto con quel modo di ingolare e arrotare certi suoni che è proprio ineludibile per chi arriva dal Massachusetts. Avrete appena scoperto uno dei dischi (folk? World? Etno immaginari? Etno reali?) più clamorosamente originali degli ultimi tempi.
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Kristina Jacobsen è, contemporaneamente, una songwriter con il dono di una chiarezza limpida, cristallina, un'antropologa, un'etnomusicologa che senz'altro non frappone alcun distacco intellettualistico rispetto ai propri campi d'indagine: perché il suo campo d'indagine sono le persone e le culture vive. L'ha fatto per vent'anni in una riserva dei Navajo, nel New Mexico, l'ha fatto con gli “indiani d'Italia”, come li aveva poeticamente immaginati Fabrizio De André, i sardi. Jacobsen si è trasferita a Santu Lussurgiu nel Montiferru, terra di canto polifonico e altre delizie musicali ammirate in tutto il mondo. Ed è diventata visiting professor all'Università di Cagliari. Nel frattempo ha imparato il sardo, oltre all'italiano, e ha scoperto che si potevano benissimo mettere assieme diversi amori, perché i matrimoni misti sono complicati, ma in musica garantiscono insospettabile ed elastica solidità.
Dalla sua lei ha nelle vene la country music, il bluegrass, i vorticosi profili melodici che hanno portato in America gli irlandesi. Guidando una band tutte donne, ha già inciso diversi dischi. Ma qui le carte si sparigliano davvero: come in "Tiria”, scritta con Matteo “Baro” Pepperi in sardo, un bluegrass “impossibile” (ma non aveva fatto qualcosa di simile proprio De André?); "Reckoning"è un blues profumato scritto assieme al bluesman delI'isola Matteo Leone, "On A Rooftop" a quattro mani con il cantautore sassarese Giuseppe Bulla salda assieme Irlanda e la chitarra “trad" sarda.
Poi arrivano brani come "Santi Sardi", "Six Seconds", "Maison Dancer", l'atmosfera è country, la lingua è sarda, e in varie declinazioni. In chiusura "Semus Torrande", che racconta la storia dell'emigrazione sarda, e una ghost track finale da Sassari, uno dei primi brani che, con feroce determinazione, Jacobsen volle imparare e padroneggiare, "Carraioru di Ruseddu", un brano per la fontana di Rosella scritto da Gavino Soro e Raimondo Sanna.
C'è un proverbio anglosassone che dice che la casa è il posto dove posi il cappello. Forse anche dove puoi appoggiare una chitarra al muro, per prenderla cantare assieme agli altri. Da pari a pari. In proficuo disordine, senza ostilità.